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Italiano: Questo post è stato pubblicato 1 anno 6 mesi 13 giorni fà e potrebbe quindi non essere più attendibile. Questo sito non è responsabile per qualsiasi incomprensione o problema derivante dalla lettura del presente post.

In alto, una panoramica dall’Anfiteatro della Cittadella, con il Cavallo donato da Mimmo Paladino.

, adesso dovresti conoscere chi è, ha scritto un’interessantissimo (ancora una volta) articolo su un’argomento assai “scottante”, sopratutto data la stagione.

In verità ha lanciato anche una iniziativa alla quale mi piacerebbe per lo meno che deste un’occhiata, la trovate sul gruppo Flickr di Fotografia Reflex.

La cosa che vi domando io è: pensate sia cosi sbagliato che tutti possano, non solo i presidenti, fotografarsi davanti al Cenacolo di Leonardo da Vinci? Ovviamente con tutto il rispetto e per l’opera e per le altre persone che vogliono godere del capolavoro di Leonardo senza rompiscatole in giro.

Ho riflettuto molto sulla cosa e la mia conclusione è che siamo troppo male-educati per una cosa del genere per cui l’ideale sarebbero degli eventi mirati in cui, in momenti appositamente penati per noi fotografi, si potrebbero organizzare dei gruppi “armati” di reflex.

All’inizio, appena dopo aver letto l’articolo di Claudia, ero molto categorico sulla cosa…pago le tasse dunque ho il diritto, nel rispetto, di godere delle opera d’arte “come mi pare”.

Poi riflettendo e leggendo i pariri di persone ben più addentro di me ho elaborato la conclusione di cui sopra. L’unica cosa, non è retorica ne politica, è che non ci debbono essere discriminazioni di nessun tipo e si sfanculino i vari presidenti santi ed eroi. Anzi siano loro a darci esempio.

Ma sentiamo anzi leggiamo il parere di chi sa scrivere e sopratutto di chi ha ideato l’iniziativa di cui stiamo parlando per cui riflettete insieme a me leggendo l’articolo di Claudia uscito a luglio 2010 su Reflex.

Buona lettura e ricordate che potete scaricare l’articolo in pdf, trovate il link alla fine del post.

Gabriele d’Annunzio e l’immagine, il Vittoriale e i divieti alle riprese. Intervista a Giordano Bruno Guerri

di Claudia Rocchini

“Uno spirito di sole nella piccola nera prigionedi metallo e di cristallo”, ecco come Gabrieled’Annunzio descrive la box camera KodakPocket usata da Mario Nunes Vais, suoamico e fotografo ufficiale, per ritrarlo. Da brividi. Che aumentano a ogni rilettura. Questa lettera meriterebbe ben altri commentatori,più preparati e meno coinvolti di me, ma è unottimo incipit per introdurre gli argomenti diquesto articolo. L’idea è nata da un’insofferenzae un risentimento crescenti nel tempo acausa del divieto generalizzato di fotografare in moltissimi luoghi di cultura. E se un tempotra le mie mete predilette vi erano città e luoghid’arte, musei, chiese e biblioteche, daquando fotografare è diventata una priorità, se incappo nel divieto assoluto di ripresa cambioprogramma, perché sono giunta alla conclusioneche ciò che non posso fotografare, non merita di essere visto.

Informarsi su divieti e permessi, oltretutto,non è facile né immediato perché nella maggior parte dei casi sui siti web relativi non vi è traccia di questi argomenti ed è necessario telefonare per sentirsi dire che è vietato. Perché? Perché è vietato punto. Se viceversa ci si qualifica come fotografi professionisti che desiderano fare un servizio, si incappa nelle maglie della burocrazia con tutti i ma, i se, i distinguo, le attese, le sollecitazioni e le frustrazioni del caso. Per non parlare dell’uso del flash, impedito più perché “è sempre stato così” (nonostante il lampo al magnesio sia in disuso da più di 50 anni) che non per il disturbo recato ai visitatori o per i presunti danni che provocherebbe alle opere esposte.

E’, questo, un andazzo che non trova eguali in altri Paesi dove invece, con le opportune e doverose restrizioni legate prevalentemente alla sicurezza delle riprese e all’utilizzo delle immagini, non esistono divieti indiscriminati. Il risultato è che in Italia sempre più fotoamatori rinunciano a frequentare luoghi di cultura: basta consultare un qualsiasi forum fotografico per leggere lamentele accompagnate da richieste di maggiore tolleranza.

Due le domande: ma se per esempio al Louvre si possono fare fotografie, perché mai nei musei nostrani è vietato?

E ancora: perché la cultura, che soprattutto negli ultimi anni lamenta una scarsa affluenza di visitatori in questi luoghi, non fa nulla o quasi per stimolare le visite dei fotoamatori creando, per esempio, specifici eventi di “apertura” a loro dedicati?

Sarebbero iniziative molto gradite che per giunta porterebbero maggiori introiti in quelle Casse così pesantemente intaccate dai tagli dei finanziamenti statali.

Con l’intento di capire se è possibile stimolare iniziative per incentivare l’utenza fotografica, ne ho parlato con Giordano Bruno Guerri, Presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani (www.vittoriale.it), la cittadella monumentale a Gardone Riviera (BS), dimora di Gabriele d’Annunzio dal 1921 al 1938.

Sopra, due ritratti di Gabriele d’Annunzio in due delle pose preferite: di profilo e a tre quarti, con espressione concentrata, e durante la lettura. Nelle altre due foto, con il conte Giuseppe Primoli, figlio di Carlotta Bonaparte, grande amico e consigliere del Poeta, e un momento di spensieratezza di d’Annunzio ritratto mentre gioca con i suoi adorati cani nella Villa della Capponcina, a Settignano, in cui visse negli anni della relazione con Eleonora Duse. (Foto d’Archivio del Vittoriale)

D’Annunzio e Guerri: vediamo chi sono oltre le apparenze. Prima della stesura di questo servizio confesso che di Gabriele d’Annunzio conoscevo molto poco e quel poco era legato a vaghi ricordi di studi superiori e universitari. Semplificando di molto, il Vate era un personaggio come si dice oggi molto “avanti”, grande innovatore e dotato di genio battagliero: in un’epoca in cui prevaleva la figura dell’intellettuale togato, egli preferiva le redazioni alle aule universitarie. La sua formazione è stata quella di un giornalista-scrittore, una circostanza che, data la sua frequentazione delle élites culturali europee, gli ha portato indubbi vantaggi rispetto ai colleghi intellettuali italiani, un po’ provincialotti e pregni di snobismo verso scienza e tecnica. Argomenti che a Lui, viceversa, interessavano moltissimo: ha posseduto una delle prime automobili in Italia mentre Pascoli, il letterato a lui più vicino, ancora stentava ad andare in bicicletta.

Era un instancabile provocatore, mosso dalla passione e dall’inquietudine: “La passione in tutto. Desidero le più lievi cose perdutamente, come le più grandi. Non ho mai tregua”, scrisse negli ultimi giorni della sua vita. E, infine, insofferente a ogni divieto: “Bisogna che il mondo si persuada che io sono capace di tutto”, disse a Emilio Treves, fondatore dell’omonima casa editrice e suo editore.

Innamorato di sé come e se non più di Narciso, amava la fotografia e si dice che non scrivesse un rigo se non aveva un’immagine accanto. Sono tantissimi gli scatti che lo ritraggono, quasi sempre nella stessa posa, e c’è chi sostiene che “il suo estetismo non avrebbe potuto esistere se non avesse aderito alla fotografia in modo così profondo” (Cfr – Anna Maria Andreoli, già Presidente del Vittoriale).

Giordano Bruno Guerri, invece, è giornalista, scrittore, storico e saggista. Laureato in Lettere Moderne alla Cattolica di Milano, è stato professore universitario di Storia contemporanea a Salerno, Madrid, Ginevra, alla Columbia di New York e a Rio de Janeiro, ora insegna Storia contemporanea alla Guglielmo Marconi di Roma. Ha diretto Storia Illustrata, Chorus e L’Indipendente, condotto programmi in Rai e per La7, da anni è opinionista de Il Giornale. Tecnologia e innovazione sono un suo pallino: ha presieduto la Fondazione “Ugo Bordoni”, Istituto di Alta Cultura e Ricerca nell’ICT, ed è tutt’ora Presidente del Forum TAL, organismo di coordinamento delle iniziative di ricerca e sviluppo del trattamento automatico del linguaggio “per la diffusione di un italiano al tempo corretto e moderno”.

E’ un innovatore ma soprattutto un rinnovatore: da quando è Presidente del Vittoriale ha rinunciato all’obolo annuale dello Stato di 43mila euro per portare avanti una progressiva privatizzazione con il risultato, in due anni, di portare il bilancio in attivo, caso raro per un museo statale.

Ha svecchiato il Vittoriale allestendo una mostra permanente, “Omaggio a d’Annunzio”, tra cui figurano opere di diversi artisti contemporanei, a cui si aggiunge, ultima opera in ordine di tempo donata al Vittoriale dallo scultore Mimmo Paladino, un bellissimo cavallo blu in vetroresina, dalle lunghe gambe e alto quattro metri, del valore di 350mila euro, collocato strategicamente nell’Anfiteatro della Cittadella (luogo in cui d’estate si tengono spettacoli teatrali e concerti pop, opera e balletti alternati alla settimana dedicata al jazz) a svettare sul lago di Garda, con epiche reminiscenze. E non è finita: a breve, grazie ai finanziamenti della Fondazione Cab, Credito agrario bresciano, verrà inaugurato un altro museo, “D’Annunzio segreto” in cui, spiega Guerri, “saranno esposti gli oggetti più cari al Vate: gli armadi pieni di tesori, tutte le divise, oltre 300 paia di scarpe, la sua biancheria, le sue vestaglie e quelle che faceva confezionare per le sue gentili visitatrici, amanti ufficiali e ‘badesse di passaggio’. E ancora, stoviglie, piatti, la cancelleria che lui tanto amava…

Questo nuovo museo consentirà un rilancio mondiale di d’Annunzio e verrà sostenuto da un lancio mediatico internazionale che non avrà solo uno scopo pubblicitario ma quello, molto più importante, di contribuire allo svecchiamento dell’immagine di d’Annunzio stessa.

Giordano, visitando il Vittoriale la prima impressione che si ha, da fotografi, è l’imbarazzo perché sono tanti e tali i soggetti da fotografare, che non si sa cosa scegliere e come inquadrare. Un’ubriacatura di generi fotografici: dalle panoramiche, ai ritratti, alle macro, al bianconero esaltato dai contrasti di luci e ombre. Insomma ce n’è per ogni gusto.

“Non potrebbe essere altrimenti: d’Annunzio visse qui gli ultimi 17 anni della sua vita. L’allestì secondo suo gusto e a spese del regime perché nel frattempo l’aveva già donato agli italiani, ovvero allo Stato, che l’ha gestito come Fondazione pubblica dal 1938 al 2009. Dal 1° dicembre 2009 è un Fondazione di diritto privato, di proprietà del demanio e sotto la tutela del Ministero dei Beni culturali. Ed ecco così spiegato il nome ‘Vittoriale degli Italiani’, perché più che di d’Annunzio era di tutto il popolo. Da qui la massima che si trova all’ingresso della Cittadella: ‘Io ho quel che ho donato’. Il Duce disse che ‘D’Annunzio è come un dente marcio: o lo si estirpa o lo si ricopre d’oro… io preferisco ricoprirlo d’oro’”.

Perché al Vittoriale è vietato fotografare?

“Al Vittoriale non è vietato fotografare, tranne che nella Prioria, l’abitazione di d’Annunzio, ma solo per motivi di ordine pratico: permettiamo l’accesso a piccoli gruppi, su prenotazione, perché sono tanti e tali gli oggetti preziosi e i tesori esposti che i danni e i furti sono dietro l’angolo”.

Tesori che molti vorrebbero fotografare. Già l’immenso parco di nove ettari, “un libro di pietre vive” così definito dal Vate, è difficile da descrivere e ci affidiamo a quanto scritto nei depliant: “Il Parco Monumentale consente di ammirare una serie di cimeli storici che costituiscono un percorso della memoria della storia nazionale italiana, tra i quali le auto dannunziane Isotta Fraschini e Fiat Tipo 4 con la quale il Poeta fece il suo ingresso a Fiume il 12 settembre 1919, dando così inizio al periodo della Reggenza del Carnaro (1919-1920) e l’aereo SVA 10 con il quale il 9 agosto 1918 volò su Vienna per lanciare volantini annuncianti la vittoria italiana. Proseguendo il percorso dei cimeli storici, si sale nel parco fino al MAS 96 qui collocato a memoria della Beffa di Buccari quando D’Annunzio, a bordo del motoscafo, tra il 10 e l’11 febbraio 1918, penetrò nella baia nemica di Buccari. Si scende quindi fino alla nave Puglia, unico esempio al mondo di nave da guerra incastonata in una collina con la prua rivolta verso il lago”.

Ma è nulla al confronto di quanto è esposto nella Prioria, la dimora privata del Vate: il Bagno Blu, colore dominante, contiene più di
900 oggetti preziosi, con a terra i tappeti persiani che il Poeta utilizzava persino in riva al mare, per sdraiarsi in spiaggia; la stanza da pranzo, detta Stanza delle Cheli, in stile Decò; e ancora l’Apollino, il luogo dove d’Annunzio era solito leggere e scrivere, una veranda fatta costruire appositamente per illuminare indirettamente la camera da letto.

Perché non organizzare giornate specifiche dedicate ai fotoamatori proprio nella Prioria?

“Perché nessuno l’ha ancora proposto né si presta a finanziare e gestire l’iniziativa. Non si parla di grandi cifre, ma almeno quel minimo
necessario a copertura spese. Se si supera questo scoglio, noi siamo più che disponibili. E sono convinto che l’iniziativa avrebbe un ritorno
mediatico non indifferente, data l’internazionalità dell’immagine del Vittoriale”.

D’Annunzio e la fotografia, quale rapporto?

“Lui amava vedersi ritratto, gli piaceva essere osservato nella sua esistenza quotidiana in modo da lasciarci non solo le sue opere ma anche il ricordo iconografico della sua vita. Ed era rigidissimo con la qualità. I suoi ritratti sono tutti di gran pregio e considerata l’epoca la qualità degli scatti era altissima”.

Fotografie solo in posa?

“Prevalentemente in posa, e ci metteva la massima cura nel posare perché teneva a rinnovare la sua immagine. Si faceva fare fotografie molto di frequente perché voleva lasciare un segno di sé anno per anno. Ha smesso di farsi ritrarre quando ha cominciato a vedersi vecchio e a non piacersi più”.

Nel posare, si faceva guidare o gli veniva spontaneo assumere la posa più d’effetto?

“Non aveva di certo problemi a passare ore davanti allo specchio per studiare quale fosse il suo lato migliore. Non a caso i ritratti di cui disponiamo sono tutti più o meno nella stessa posa, con il mento alzato e di tre quarti rispetto all’obiettivo oppure in posa assorta, mentre legge. E molte volte ha rifiutato fotografie fino a quando non è stato soddisfatto del risultato. Il suo gusto prevaleva sempre e comunque
su quello del fotografo”.

Solo soggetto passivo o che ti risulti si è messo anche dietro la macchina fotografica?

“Ci sono pochi riferimenti in merito, però mi risulta che almeno una volta utilizzò una macchina fotografica: nel parco della Capponcina,
a Settignano in Toscana, sua residenza per dodici anni, Gabriele d’Annunzio e Eleonora Duse hanno “giocato” con una Pocket Kodak a ritrarsi vicendevolmente” (Le fotografie sono conservate in originale presso la Fondazione Giorgio Cini di Venezia, ndr).

“Uno spirito di sole nella piccola nera prigione di metallo e di cristallo”: quella lettera è da pelle d’oca…

“Il ragazzo, non vi è dubbio, sapeva scrivere”.

Si ringraziano Alessandro Tonacci, Roberta Valbusa ed Elena Zanini, responsabili Biblioteca, Archivio e Relazioni Esterne del Vittoriale, per la squisita cortesia e disponibilità dimostrate.

Come sempre potete scarica l’articolo originale in formato pdf.

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