FLASH: numero guida

flash_power

Il numero guida (NG) di un flash serve ad indicarne la potenza e quindi la quantità di luce con la quale illuminerà un soggetto ad una certa distanza.
Lo so, detta cosi non si capisce un cazzo. Facciamo cosi, paragoniamo il numero guida alla cpacità di illuminare di una lampadina .. una da 50 candele illumina meno di una da 100, meglio cosi?
Per misurare la potenza con le lampadine si usano (usavano) le candele e con il flash il numero guida.
Ai tempi dell’analogico, ma anche adesso volendo, attraverso il numero guida si poteva determinare il giusto valore di apertura del diaframma per illuminare correttamente un soggetto chessò a 2 metri da noi (sempre tenendo conto della sensibilità della pellicola).
Non penserete mica che i reporter andassero in giro a calcolare il numero guida ogni volta vero? cosi come non avendo l’autofocus usavano l’iperfocale per mettere correttamente a fuoco, allo stesso modo sapevano (conoscendo il NG del loro flash) che impostando il flash su F4 ad esempio un soggetto a 2 metri sarebbe stato correttamente illuminato (sto dando dei numeri a cazzo tanto per discutere).
Certo, con l’avvento dei sistemi TTL di tutto questo se ne potrebbe anche fare a meno ma, conoscere la formuletta per ricavare il diaframma è sempre cosa buona sopratutto quando se ne deve comperare uno, almeno se si vuole evitare di farsi prendere per il culo.

Allora, dopo tutta questa manfrina, passiamo alla formuletta che è:

Formula del Numero Guida

Ci sono alcune cose da notare, la prima è che nonostante abbia parlato di ISO poi alla fine nella formula non ci sono, come mai direte voi.
Semplice, si è stabilito che per la misurazione del numero guida la sensibilità di riferimento è 100 ISO. Punto
Ma attenzione, nelle tabelle di riferimento Americane, ad esempio, il riferimento è talvolta 400 e non 100 ISO, ve ne accorgete perché magari un SB900 ha un NG pari a si leggono per lo stesso flash potenze assurde ^_^

Un esempio sul sito Kenrockwell dove si legge

“Rated Guide Number (flash power): 131/40 in feet/meters at ISO 100, rated with zoom set to 35mm/FX in normal evenness mode. With all this hoopla, it’s only one sixteenth of a stop brighter than the SB800, which has a GN of 125 in the same setting.”

In pratica in america l’SB900 ha NG pari a 131 mentre in Italia 40 (in verità 34 secondo Nikon).

Se fate caso in questo caso la diversa misura è data dall’uso non dei metri come unità di misura della distanza ma i piedi (feet), altra particolarità americana.
E a proposito di distanza, fate attenzione che per distanza si intende quella fra flash e soggetto e non quella fra soggetto e fotocamera (le distanze potrebbero essere diverse per lampeggiatori non montati sulla fotocamera come nello schema di esempio).

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Ma facciamo un’esempio: flash con numero guida 15 e soggetto a 3 metri dal flash. Secondo la nostra formuletta si otterrebbe un valore di diaframma di 15/3 = f5. Solitamente si arrotonda ad f/4.5, ossia il valore intermedio tra f/4 ed f/5.6 ma con il display delle moderne macchinette si fa prima a giudicare con gli occhi.

Sarà chiaro, spero, che se aumento gli ISO e quindi la sensibilità la conseguenza più immediata è che aumenta anche il Numero Guida (sempre se si mantiene costante l’apertura del diaframma). Se per assurdo volessimo mantenere il valore di NG fisso aumentando gli ISO sarà necessario ridurre l’apertura.

In pratica se la sensibilità raddoppia, il numero guida deve essere moltiplicato per 1,4 (ossia la radice quadrata di 2); se la sensibilità si dimezza, il numero guida deve essere moltiplicato per 0,7.
Se la sensibilità si quadruplica, il numero guida va solo raddoppiato, visto che corrisponde a una lunghezza mentre il flash illumina un’area.

Infine, se si usano pellicole di sensibilità di 125 ISO o 160 ISO, il numero guida va moltiplicato rispettivamente per 1,125 (la radice sesta di 2) o per 1,26 (la radice cubica di 2).

Perché questa cosa “strana” semplice per la legge del cosa del quadrato…no spetta per la…ehm … mica me ricordo. A si, per questo: L’inverso del quadrato della distanza!

Una infografica sulla temperatura colore


Allora, cos’è la temperatura colore? In breve ogni fonte luminosa ha un suo colore individuale o temperatura colore che va dal rosso al blue.

Candele, tramonti e lampadine hanno una temperatura sul rosso (ecco perché si dice luce calda) mentre il cielo azzurro è di un freddo blue. Semplice giusto?

La temperatura del colore è misurata in gradi Kelvin ( K ). Colori freddi come il blu e bianco in genere hanno temperature di colore oltre 7000K, mentre i colori caldi come il rosso e arancio si trovano attorno alla boa di 2000K.

Nella infografica qui sopra, ringraziate Digital Camera World,  trovate la scala delle temperature colore con le relative impostazioni di bilanciamento del bianco. Hanno indicato anche le impostazioni per situazioni classiche come come i cieli nebbiosi e tramonti.

Modi di scatto

Dopo l’inaspettato successo del post Capire l’esposizione ho deciso di continuare su questo filone andanto a descrivere, spero in maniera semplice ed esauriente, come le macchinette fotografiche interpretino a loro modo l’esposizione attraverso l’uso dei modi operativi. Avete presente i geroglifici come quelli dell’immagine qui a fianco? Ecco quelli.

I limiti del modo Auto

Il vero problema del modo automatico è quello di non permettervi il controllo totale sulla foto e di impedirvi in questo modo di ottenere la migliore foto possibile in quella particolare situazione in cui vi trovate.

Per carità, la tecnologia sta facendo miracoli e ci sono software all’interno delle reflex moderne che permettono il riconoscimento del tipo di scena che si sta riprendendo fra migliaia contenute in memoria ma … non c’è tecnologia che possa equiparare la mente e la creatività, almeno non ancora.

Capire come la macchina interpreta la scena di fronte alla quale ci troviamo e di conseguenza impostarla nel miglior modo, magari anche automatico per carità, vi permetterà di fare enormi passi in avanti portandovi al “secondo piano” della fotografia.

Per citare il mio amico ( e grande fotografo) Giorgio Benni in una discussione su Facebook della quale riporto soltanto quello che ritengo necessario per il mio post:

  • concordo con marco… ho visto foto fatte con medio formato decisamente meno comunicative. posizionare du luci, apertura diaframma, velocità dello stesso e iso è roba da tecnici non da artisti… comunicare emozionare ed innovare, sono queste le cose che fanno di una foto un’arte
  • Giorgio Benni se fosse così, non sarebbe necessario conoscere la musica per essere un musicista, oppure suonare uno strumento. basta pigiare i tasti… Tempi e diaframmi esistono da quando esiste la fotografia, negare questo è solo voler trovare un alibi a delle lacune di preparazione.

Aggiunge in seguito anche una riflessione sulla quale mi trovo d’accordissimo:

Giorgio Benni: Io non chiedo mai come e con che cosa sia stata realizzata una immagine. mi interessa il risultato. faccio complimenti perfino a chi non è in grado di riprodurre quel risultato in seguito. però ho rispetto di chi conosce la tecnica. nello specifico trovo l’immagine in questione affascinante. anche se ormai l’uso di certi artifici come viraggi tipo polaroid o maschere finto hasselblad, forti vignettature simil Holga, diventano troppo connotanti per un periodo storico e verranno spazzati via velocemente in quanto nauseanti da nuove estetiche mordi e fuggi. Il valore di una immagine sarà solo il suo CONTENUTO “altro” rispetto al fast food preconfezionato della galleria degli effetti da copiare incollare, che solo pochi fotografi potranno fare. e saranno quelle le immagini che rimarranno.

Ciò detto torniamo a noi.

Automatic Mode

Usatelo quando siete alle prime armi e magari vi state solo concentrando sulla composizione o volete comunque portare a casa delle buone foto ricordo.

Tramonto su Kata Tjuta
Nikon D80, Auto mode 1/500 sec, f/5,6, ISO 160 a 70mm

Diciamo che se non il migliore è sicuramente il più facile da utilizzare ed è anche quello più usato dai principianti. In questa modalità la macchina imposterà in automatico tutti i parametri necessari alla “corretta” esposizione delle scena inquadrata, cercandola magari fra quelle che ha in memoria. E’ molto probabile che in questa modalità la macchina scelga anche se usare o meno il flash ed addirittura lo farà “aprire”.

Apertura del diaframma, tempo di scatto sensibilità, penserà a tutto lei ma, se ciò che volete è fare delle ottime fotografie e sopratutto crescere come fotografo ed artista, io opterei per altri modi operativi. Se invece quello che volete sono delle bellissime foto ricordo state buoni cosi e pensate ad inquadrare bene.

Program Mode

Nel modo Program la macchina fotografica calcola sia la velocità di scatto sia il diaframma da utilizzare (l’impostazione degli iso può essere o manuale o se impostata automatica).

La differenza fra Program e Auto sta nel fatto che la sola esposizione viene calcolata dalla macchina, tempi e diaframma, mentre gli altri parametri, come la compensazione di esposizione, l’uso del flash ecc) possono essere settati a mano.

La particolarità del Program mode è che la macchina propone una coppia di valori di tempo e diaframma ma voi, agendo sulle apposite rotelline, potrete decidere se cambiarle in una direzione o in un’altra (stop in più o stop in meno).

Facciamo un esempio:

la macchina propone 1/125 a f11, bene voi pensate che sia meglio un diaframma molto più aperto perché volete sfocare lo sfondo ed allora, “rotellinando”, potrete cambiare la suddetta combinazione sino ad arrivare ad 1/2000 ed f2.8, secondo la legge della reciprocità.

In pratica se la corretta esposizione è quella (a parità di sensibilità iso) che vedete in nero, per ottenerla e/o mantenerla dovete agire sui tempi e diaframmi o aumentando la velocità ed aprendo il diaframma oppure diminuendo i tempi e chiudendo i diaframmi. Semplice no?

Non voglio dilungarmi tropo sull’esposizione perché ne abbiamo già parlato nel post Capire l’esposizione.

Date magari per curiosità una letta qui:


Priorità ai tempi

In questa modalità la fotocamera consente di selezionare una velocità di scatto mentre lei calcola, sempre a parità di sensibilità iso impostata, il diaframma giusto per una corretta esposizione.

Troverete questa modalità di lavoro molto utile se la vostra intenzione è quella di controllare il movimento in una foto (ad esempio congelarlo).

Prendiamo due esempi estremi:

  • Siamo ai bordi di un campo di calcio e vogliamo riprendere nostro figlio che gioca allegramente con i sui amici. Iniziamo a scattare in automatico e vediamo che in tutte o quasi le foto che scattiamo i giocatori risultano mossi.
    Il problema è che la vostra macchina fotografica non sa che avete bisogno di tempi cosi veloci per congelare l’azione ed allora sceglie dei tempi e un diaframma che soddisfano la “giusta esposizione”. Impostando la macchina su priorità ai tempi non dovrete far altro che scegliere un tempo adeguato e al resto ci pensa lei.
  • Mettiamo invece che vi troviate in un bel laghetto di montagna con una bella cascata che volete fotografare. Vi piacerebbe fare una di quelle foto in cui l’acqua sembra di seta ma non riuscite ad ottenere l’effetto perché ogni foto vi mostra l’acqua “congelata”. Bene, impostate la fotocamera su priorità ai tempi e scegliete un tempo lungo, ad esempio 1/8 di secondo o anche più  (magari fate uno o due tentativi) e lasciate che la macchina fotografica scelga in diaframma giusto.

Per un paio di foto di esempio fate riferimento al solito post Capire l’esposizione.

Priorità ai diaframmi

Da usare quando la cosa che ci preme più di tutti è la profondità di campo.  Dovreste sapere che all’aumentare dell’apertura del diaframma ( f4, f2.8, f1.8 ecc ecc) diminuisce la profondità di campo. Come abbiamo accennato in precedenza, con aperture maggiori come f1,8 o f2, la profondità di campo è molto ridotta, riducendo in pratica la quantità di immagine che è a fuoco. Ancora una volta, prendiamo due scenari in cui l’apertura di controllo è importante.

Per alcune esempi vi rimando al post Capire l’esposizione dove sono riportati due esempi pratici in cui la profondità di campo è risultato molto importante.


Manual Mode

Usalo quando: hai superato ogni altro modo operativo e conosci tutto sull’esposizione, sopratutto conosci l’esposizione creativa ^_^

In questa modalità sarai il padrone assoluto della tua macchina fotografica ed avrai il compito di impostare TUTTI i parametri che concorrono al raggiungimento della giusta esposizione (anche se bisognerà prima o poi parlare della esposizione creativa).

Sta a te a questo punto il compito di selezionare la velocità dell’otturatore, l’apertura e la sensibilità ISO, se usare il flash o meno.

Tranquilli, la vostra fotocamera vi darà una mano con l’esposimetro interno ma …  avoi saperlo leggere e saper sfruttare le indicazioni che vi darà.

Riepilogo degli interventi per il raggiungimento della sovra esposizione:

intervento sottoesposizione sovraesposizione
ghiera di compensazione (-2…-1…0…+1…+2) (-2…-1…0…+1…+2)
tempo di scatto più veloce più lento
diaframma più chiuso più aperto
sensibilità ISO aumentare diminuire

Ancora una volta ci prego di leggere se non l’avete ancora fatto questi post:

Scene

Molte fotocamere specialmente le non professionali offrono la possibilità di utilizzare un sacco di altre modalita operative come fuochi d’artificio, sport, ritratto oppure panorami.
Queste modalità sono differenti da fotocamera a fotocamera ma vanno ad incidere sempre sugli stessi parametri ovvero tempi di scatti, apertura ed iso.

A esempio in modalittà sport quello che la macchina farà e di tenere i tempi di scatto molto veloci cosi da congelare l’azione.

Non sto qui ad elencarle tutte perché ritengo sia una perdita di tempo, fate prima a leggere le istruzioni della vostra macchina, adesso avete gli strumenti per capire cosa dicono ;-)

Anche questa volta fate un po di prove con il nostro affezzionatissimo simulatore di DSLR (macchina fotografica digitale), messo a disposizione da CameraSim, che ancora una volta ringraziamo.

Divertente vero?

ISO base e minor rumore

immagine da wikipedia

Vi siete mai chiesti cosa sia la sensibilità ISO nativa o base della vostra reflex digitale? Probabilmente no, perché si tratta di un argomento che spesso non viene considerato.

In generale sappiamo tutti che aumentando la sensibilità ISO aumenta anche il rumore digitale. Viene da pensare che impostando la macchina fotografica, quando la luce ce lo permette, sul valore più ISO più basso che possiamo sia una mossa sempre azzeccata, è vero ma non proprio del tutto.

Il sensore delle nostre reflex digitali, molto sommariamente, è fatto da tutta una serie di fotodiodi (sensibili alla luce) che si caricano a seconda della quantità di radiazione luminosa che li colpisce. Questo valore (analogico) viene poi convertito in digitale da un apposito convertitore analogico/digitale il quale trasforma appunto la tensione risultante in un numero, di solito di 12 o 14 “cifre” (bit). Il trucco è quello di rendersi conto che la sensibilità/efficienza del sensore o dei vari fotodiodi non cambia quando si modifica il numero ISO. Quello che cambia è la quantità di amplificazione che il convertitore A/D applicherà.

Tutti i sensori in’oltre hanno una sensibilità (ISO) di base per la quale il rumore risulta il più basso in assoluto. In pratica impostando il valore ISO nativo tutti i fotodiodi si caricano di fotoni “fino all’orlo” ed il rumore complessivo risulterà il più basso possibile perché il segnale del sensore è molto “forte” rispetto al rumore introdotto dalla lettura.

Io posseggo una Nikon D300 e come valore base di ISO a 200 … un errore? significa che la mia macchina produrrà file con più rumore di un’altra che può “scendere” a iso 100?

Non è cosi e adesso sapete anche il perché ;-)

Guida al modo manuale per principianti

Prima che mi scrivesse Alberto, l’autore di questo post, avevo deciso di non ospitare più nessun autore nel mio blog. Non lo ritenevo più una soluzione appagante ne tanto meno “vantaggiosa”. Ho tolto per cui la pagina “Collaboriamo” e pace. Poi però ho letto il suo blog (dopo la sua email) ed ho deciso insieme a lui di postare questo articolo molto interessante sull’uso del modo M (manuale), spero vi piaccia cosi come è piaciuto a me.
La parola ad alberto:

Questo articolo è dedicato a tutti quelli che desiderano avere il pieno controllo della loro fotocamera, tutti quelli che guardano con timore alla piccola M sul selettore dei modi di scatto, ma anche a chi vuole far fare un salto alle proprie abilità fotografiche. Oggi, finalmente, impariamo ad usare il modo manuale.

Il modo manuale è utile in varie occasioni ed in particolare per imparare bene a controllare l’esposizione. Grazie alla sofisticazione delle attuali fotocamere, spesso possiamo ottenere foto soddisfacenti anche usando i modi automatici o semiautomatici. Quindi, perché sottoporsi alla fatica di imparare a scattare in manuale e alle infinite frustrazioni di foto non riuscite?

La verità è che il modo manuale ci affida la completa responsabilità di ottenere la corretta esposizione e, spinti da questa responsabilità, dobbiamo attrezzarci per imparare ad impostarla correttamente. È come quando da piccoli ci veniva data la responsabilità dei nostri fratelli minori ed eravamo costretti a crescere.

Se il desiderio della conoscenza vi anima, seguitemi.

Non siamo completamente soli

Nell’usare il modo manuale, dovremo impostare i tre parametri del triangolo dell’esposizione, ovvero ISO, apertura e tempo di esposizione (vi consiglio di leggere gli articoli linkati, se per voi sono concetti nuovi), in maniera da ottenere un’esposizione corretta. Come abbiamo già detto, nel modo manuale la fotocamera non ci assiste impostando automaticamente questi parametri. Essa però ci fornisce uno strumento che aiuta a capire se le nostre scelte sono corrette, l’esposimetro.

Come avrete intuito, l’esposimetro serve a misurare l’esposizione. Non ci dilunghiamo in disquisizioni tecniche a riguardo, ci basta sapere che l’esposimetro considera:

  • i livelli di luminosità nella scena inquadrata,
  • la modalità di misurazione dell’esposizione scelta,
  • i valori di ISO, apertura e tempo di posa.
Esposimetro
L’esposimetro

Successivamente, determina se la combinazione di questi fattori porta ad un’esposizione corretta, o al contrario ad un’immagine sovraesposta o sottoesposta. Quest’informazione viene visualizzata attraverso un indicatore come quello nella figura qui a lato. Esso è solitamente visibile sia all’interno del mirino della fotocamera, sia sullo schermo (ovviamente solo se abbiamo selezionato il modo manuale) sia sul display a cristalli liquidi di cui dispongono le fotocamere di fascia medio-alta vicino al pulsante di scatto. Cosa ci comunica questo indicatore?

Il modo in cui l’indicatore mostra le informazioni può variare a seconda del modello e della marca della macchina fotografica, ma comunque è possibile generalizzare alcuni elementi:

  • quando l’indicatore si sposta verso destra, ovvero verso i numeri positivi, vuol dire che la foto risulterebbe sovraesposta,
  • quando l’indicatore si sposta verso sinistra, ovvero verso i numeri negativi vuol dire che la foto risulterebbe sottoesposta,
  • se l’indicatore è a zero, l’esposizione è corretta.

I numeri servono a comunicare di quanti stop interi l’esposizione è sovra o sottoesposta, mentre i segni tra un numero e un altro indicano le frazioni di stop (1/3 e 2/3).

In alcune fotocamere, l’indicatore è visualizzato in verticale, in altre (per esempio nella mia Nikon D3000) la scala è invertita, ovvero i numeri positivi sono a sinistra e i numeri negativi sono a destra.

Facciamo un esempio

Ora, se potete, prendete in mano la vostra fotocamera e impostatela sul modo manuale (magari anche accendetela). Leggete cosa dice l’esposimetro:

  • se è spostato verso i numeri negativi, aumentate il tempo di esposizione fino a portarlo a zero,
  • se invece è in territorio positivo, diminuite il tempo di esposizione fino a portarlo a zero.

Leggete il tempo di esposizione e annotatelo. Ora, mantenendo fissa l’inquadratura (per non modificare la luce ambientale), aumentate il tempo di esposizione sino a raggiungere la prima tacca intera dopo lo zero (o prima, a seconda di come è fatto il vostro esposimetro). In altre parole, raggiungete la tacca corrispondente al +1, ovvero ad una foto sovraesposta di uno stop. Leggete nuovamente il valore del tempo di esposizione e vi accorgerete che è esattamente uno stop superiore al valore annotato precedentemente. Talvolta potrebbe non essere uno stop esatto a causa del fatto che comunque l’esposimetro non è preciso “al millimetro” (se il concetto di stop vi è nuovo vi consiglio di leggere gli articoli su triangolo dell’esposizione). La stessa procedura può essere ripetuta modificando l’apertura o provando a sottoesporre invece che a sovraesporre.

Questo esempio è utile per capire come si utilizza l’informazione presentata dall’esposimetro. Quando è spostato verso i numeri positivi, per portarlo verso lo zero abbiamo tre opzioni (che possono essere anche combinate):

  • Esposimetro +1aumentare il valore dell’apertura,
  • ridurre il tempo di esposizione
  • ridurre l’ISO.

Viceversa, quando è spostato verso i negativi le opzioni sono:

  • Esposimetro -1usare valori più bassi per l’apertura,
  • usare valori più alti per il tempo di esposizione,
  • usare valori più alti per l’ISO.

Inoltre, l’esposimetro ci indica anche esattamente di quanto dobbiamo correggere questi valori (a meno che l’esposizione non sia fuori scala).

Come modificare ISO, tempo di esposizione e apertura

Chiaramente, se non avete idea di come controllare i parametri del triangolo dell’esposizione sulla vostra macchina fotografica, l’esempio appena descritto non serve a nulla. I controlli su cui agire dipendono dalla marca e dal modello della vostra fotocamera. Generalmente, sulle reflex, sono presenti una o due ghiere dietro e davanti al pulsante di scatto che controllano apertura e tempo di esposizione. Ruotandole aumentiamo o diminuiamo il valore di questi due parametri. Quando la ghiera è una sola, come sulle reflex digitali più economiche, essa controlla solo tempo di esposizione o apertura e per modificare l’altro parametro è necessario premere in contemporanea un pulsante apposito. Per controllare l’ISO è spesso necessario entrare nel menù o usare il pulsante apposito. Questa apparente scomodità non è comunque così pesante in quanto, per correggere l’esposizione, ci troveremo molto meno spesso a modificare l’ISO piuttosto che l’apertura o il tempo di posa.

Con gli altri tipi di fotocamere, le compatte e le bridge, purtroppo ho poca esperienza diretta. Solitamente queste presentano molti meno comandi fisici e richiedono invece di agire via software, ovvero entrare nei menù. Quindi il consiglio è sempre quello di dare un’occhiata al manuale della vostra fotocamera in cui sarà sicuramente specificato come agire su apertura, tempo di esposizione ed ISO (ovviamente solo se la fotocamera dispone dei modi semiautomatici e manuale).

No pain, no gain

Gli anglosassoni usano questo modo di dire per spiegare che senza fare fatica e mettersi in difficoltà non si fanno progressi. Vale anche per noi appassionati di fotografia che vogliamo padroneggiare il modo manuale e il triangolo dell’esposizione. Una volta capito come funzionano l’esposimetro e i controlli sulla nostra fotocamera, doppiamo solo fare pratica, pratica e ancora pratica e prepararci a buttare via un sacco di foto. Credo però ne valga la pena, perché anche se useremo di rado il modo manuale, quanto imparato nel processo di apprendimento rimarrà con noi e ci aiuterà in ogni scatto.

So che l’argomento può essere un po’ ostico, se avete domande e richieste di chiarimenti, non esitate a condividerle nei commenti!

Se questo articolo vi è piacituo, venite a trovarmi sul mio sito, www.fotocomefare.com, dove trovate numerosi altri articoli per imparare a fotografare. Mi trovate anche su Facebook, alla fan page di FotoComeFare.

Spiegare l’HDR con un semplice diagramma

Un utente di Reddit, MacTuitui, ha creato questo semplice diagramma (click per aprirlo a grandezza reale) che spiega l’idea che c’è dietro la fotografia HDR.

Il primo punto (LDR) mostra come in una foto normale è impossibile catturare tutta la gamma dinamica di una scena ovvero sia le alte luci che le zone di ombra presenti.

Due (o più) fotografie prese con differenti esposizioni permettono di catturare un range dinamico molto maggiore (tanto quanto è maggiore la differenza fra l’esposizione minore e quella maggiore) e di conseguenza permettono di ottenere una immagine con un range dinamico molto altro, HDR appunto.

Siccome molti monitor (la maggior parte) non sono in grado di visualizzare tutta questa gamma dinamica, l’immagine deve essere tone mapped per essere poi visualizzata su un monitor LDR.

Complicato?

Leggere un istogramma

istogramma

Vi è mai capitato di cercare di capire dal display della vostra amata, parlo della reflex (ma non solo), se la foto che avete appena scattato è correttamente esposta oppure no ma con il sole diretto non si vede una mazza? Oppure di scattare in notturno dove l’eccessiva luminosità del display falsa la lettura dell’immagine? (in questo caso vi consiglio di abbassare la luminosità del display di almeno uno stop).

Molti fotografi, specialmente se alle prime armi, considerano l’istogramma una cosa superflua se non inutile. In effetti non è fondamentale ma può, come nei casi descritti sopra, essere di grande aiuto. Non per nulla è una delle novità portate dal digitale maggiormente apprezzate dai professionisti.

Per di più oggi praticamente tutte le fotocamere, reflex o meno, offrono la possibilità di visualizzare un istogramma (prima e/o durante e/o) dopo lo scatto.

Ma iniziamo subito dando una bella defiizione definizione.

Un istogramma è semplicemente un grafico che mostra in che modo sono distribuiti i pixel scuri e quelli luminosi in una data immagine digitale ed in genere mostra una distribuzione delle tonalità quasi perfetta, che coprono approssimativamente una gamma dinamica di 4 stop, dalle ombre più profonde sulla sinistra fino alle luci più brillanti alla destra. Questo rientra perfettamente nell’ampiezza di circa 5 stop che è quella della gamma dinamica della maggior parte dei processori digitali.

Istogramma
Istogramma

Per fare un parallelo, pensate all’equalizzatore dello stereo di casa. Stessa cosa, quello però mostra la distribuzione delle tonalità e non dei pixel, a destra i bassi e a sinistra gli alti, tenetelo a mente. Ah, l’equalizzatore a destra ha i bassi e a sinistra gli alti, tutto il contrario dell’istogramma ;-)

Tenete anche presente che la misurazione della luce (in termini esposimetrici) vi indicherà, lo so che lo sapete ma meglio ricordarlo, quale sia la giusta impostazione di sensibilità tempi e diaframmi per ottenere la corretta esposizione di (ad esempio) un cartoncino grigio al 18%, tirando fuori una immagine con un “mezzo tono” perfetto.

La misurazione può essere stata eseguita perché la macchina fotografica esamina una determinata quantità di zone della scena da fotografare e ne fa una media, oppure perché il fotografo misura le luci, le ombre e qualche altra zona della scena autonumamente e decide che quella particolare impostazione può essere un buon compromesso per realizzare quel determinato scatto. Non vogliamo trattare l’argomento perché complesso e richiede una preparazione dell’argomento che per ora non ho tempo di affrontare ^_^

Tenete SEMPRE conto che non esiste la “giusta” esposizione ma soltanto quella giusta per voi. C’è sempre un compromesso con qui dovrete fare i conti.

Un istogramma spostato a sinistra indica un’immagine in cui la maggior parte dei pixel sono ammassati verso il limite sinistro del grafico, indicando una sottoesposizione. L’immagine è troppo scura.

Immagine sottoesposta con ampie zone buie ed ovviamente istogramma spostato a sinistra.

A destra abbiamo la situazione opposta, i pixel chiari sono in maggioranza ammassati contro il limite destro, indice di sovraesposizione.
L’immagine è troppo chiara.

Immagine sovraesposta con ampie zone bianche ed ovviamente istogramma spostato a destra.

L’istogramma al centro descrive un’immagine correttamente esposta, in cui vediamo pochi pixel molto scuri, la maggior parte nella zona intermedia, e pochi pixel molto chiari. Questa è la distribuzione ideale che si riscontra nella maggior parte delle fotografie dove tutti gli elementi sono ben illuminati.

Immagine esposta “correttamente” con istogramma a collina.

Naturalmente, come tutte le regole, anche questa ha le sue brave eccezioni. Se noi riprendiamo una scena notturna o un tramonto, avremo un istogramma abbastanza simile al nostro esempio di sinistra, pur avendo correttamente impostato i valori di apertura e velocità di scatto. Infatti un tramonto è di per sè una scena con prevalenza di toni scuri.

Foto esposta in chiave alta.

L’immagine di Jessica, qui sopra, anche se ha un istogramma sbilanciato a sinistra non può dirsi sbagliata essendo la sua esposizione frutto di una mia scelta consapevole con la quale volevo ottenere un effetto high key.

Sistemi di stabilizzazione, una piccola ricerca

Alla ricerca di nuove e sempre più interessanti argomentazioni mi è venuta la malsana idea, per via del tempo e dell’impegno per documentarmi, di parlare dei sistemi di stabilizzazione delle immagini.

[aviso]Non vi aspettate un trattato ne la bibbia ma una serie di appunti ragionati sull’argomento[/aviso]

Intanto, diamogli una definizione. Lo stabilizzatore di immagine non è altro che è un sistema che permette l’acquisizione di immagini senza l’involontario tremolio generato dalla mano o dalla nostra respirazione.

Questi sistemi sono utili sopratutto nell’utilizzo degli zoom spinti e/o dei tempi di apertura lunghi, in pratica lo stabilizzatore ha lo scopo di dare alle immagini una nitidezza maggiore di quella scattata senza.

Interessante l’animazione che Nikon ha messo nel suo sito americano:

( se l’animazione non è animata usate il bottone on – off ^__^ )

Lo stabilizzatore può essere di tipo ottico o digitale e può trovarsi all’interno della macchinetta fotografica o all’interno degli obiettivi (in questo caso solo ottico).

Lo stabilizzatore digitale funziona tramite una elaborazione delle immagini all’interno della macchinetta fotografica (compatte) ad opera di un processore e di un software di elaborazione.

In pratica il software che elabora le immagini cercando di dargli maggiore nitidezza, un po come fareste voi in Photoshop.

Attenzione, molte macchine compatte vantano di avere un sistema di stabilizzazione mentre nella realtà non fanno altro che alzare la sensibilità ISO cosi da consentire tempi di scatto più veloci. Ma come si sa alzare gli ISO comporta comunque, specialmente sulle compatte, l’introduzione di rumore digitale con conseguente perdita di qualità, occhio!!!

Juza: La “vera” stabilizzazione d’immagine muove un elemento dell’obiettivo, o il sensore, per controbilanciare le vibrazioni della fotocamera. Se non ci sono elementi in movimento, non è stabilizzazione: la stabilizzazione “elettronica” utilizzata in alcune videocamere riduce la qualità d’immagine e funziona esclusivamente col video (è una funzione che ritaglia e muove ogni fotogramma per creare un filmato più fluido); la stabilizzazione “elettronica” di alcune fotocamere è solo un falso. Molte compatte hanno questa finta stabilizzazione (due esempi sono la “Picture Stabilization” della Fuji F30 e il cosidetto “Anti Shake DSP” di Casio): in realtà si limitano ad alzare la sensibilità ISO, e non hanno niente a che fare con la vera stabilizzazione d’immagine.

Ovviamente la stabilizzazione digitale funziona solo su apparecchi digitali e non su apparecchi analogici. Questo sistema è meno costoso da realizzare in quanto non necessita di una parte meccanica ma è per sua natura meno efficace e preciso dello stabilizzatore ottico.

Lo stabilizzatore ottico funziona tramite un sistema meccanico che muove le lenti per assecondare i movimenti involontari della mano o della respirazione, controbilanciandone di fatto gli spostamenti.

Lo stabilizzatore è uno strumento a forma di anello composto da due sensori giroscopici, un Processore o CPU ed un motore. I sensori rilevano i movimenti involontari su ogni asse, li inviano alla CPU che li analizza e a sua volta invia al motore le istruzioni per muovere una lente o il sensore (vedremo più avanti cosa vuol dire).

Il risultato pratico è che l’immagine che colpisce il sensore è ferma cosi da permetterci di ottenere foto nitide anche se la fotocamera si muove leggermente.

Il primo sistema di stabilizzazione ottico fu introdotto da Canon nel suo 75-300 IS, eravamo nel 1995. Era un’obiettivo entry level, sembra che Canon testi in questa fascia di prodotti le novità per poi portarle in alto.

Da allora se n’è fatta di strada e dai 2-stop di guadagno iniziali oramai, tutte le case costruttrici, dichiarano 4-stop di guadagno rispetto al “tempo limite” di scatto.

C’è una formuletta o se preferite una consuetudine, che indica tempo di otturazione limite sotto al quale la foto verrà mossa, che sarebbe:

Tempo limite = 1 / Focale

Photoactivity: Per capire meglio, facciamo un esempio pratico: il tempo di scatto limite per il nostro 105VR utilizzato su una D-reflex è di circa 1/150sec, ovvero l’inverso della lunghezza focale effettiva (per l’appunto 105 x 1,5 = 157mm sul formato DX). Dimezzando per quattro volte questo tempo si ottiene il tempo di scatto limite con VR attivato, ovvero circa 1/8sec. Cosa decisamente non banale, dunque, scattare con un 150mm ad 1/8 secondo! Tenuto conto che l’apertura massima disponibile è f/2.8, questo significa poter scattare a mano libera con luce relativamente scarsa, appena 6 EV (sensibilità 100 iso) ! Cosa significa? Be, in teoria, poi bisognerà valutare tante altre cose, avrete la possibilità di scattare fotografie con tempi molto molto più lenti. Ad esempio se la giusta esposizione la avete a 1/125 potrete scattare 4 stop sotto e cioè ad 1/8.

Come capirete 4-stop “di respiro” sono un vantaggio non da poco, specialmente se scattate in condizioni di luce scarsa. Ad esempio un’immagine scattata a 1/60s con la stabilizzazione sarà nitida come un’immagine scattata a 1/250s.

Ma facciamo subito alcune considerazioni perché non è oro tutto ciò che luccica.

Diciamo che ad oggi ci sono due possibilità di stabilizzazione, quella ottica (Nikon e Canon), che agisce sugli obiettivi e quella sul sensore (Minolta/Sony e Pentax/Samsung).

Ma quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questi due sistemi, lasciando stare la stabilizzazione digitale? Facciamo un piccolo schema riassuntivo che poi andremo a spiegare più avanti.

STABILIZZAZIONE OTTICA

vantaggi:

  • correzione micro mosso
  • visualizzazione dell’azione della stabilizzazione nel mirino

svantaggi:

  • non corregge il movimento rotatorio (vedi più avanti)
  • aumento di prezzo
  • piccolissimo degrado nella qualità dell’immagine

STABILIZZAZIONE DEL SENSORE

vantaggi:

  • correzione micro mosso
  • viene stabilizzato anche il movimento rotatorio R
  • si “rendono stabilizzate” tutte le ottiche del corredo

svantaggi:

  • non permettono la visualizzazione dell’azione dello stabilizzatore nel mirino
  • piccolissimo degrado nella qualità dell’immagine

L’idea che mi sono fatto dopo aver letto molto ed usato qualche sistema di stabilizzazione è che la stabilizzazione è utile ma non fa miracoli.

Tenete in’oltre presente che il sistema entra in azione con la pressione a metà corsa del pulsante di scatto, ma la stabilizzazione più efficace si ottiene attendendo un paio di secondi. Se avete la necessità di essere “sempre pronti” tenetelo presente.

L’unico sistema che può annullare qualsiasi tremolio è l’accoppiata cavalletto / scatto remoto (o autoscatto che è più economico ^_^) !

Juza: Utilizzare l’IS su treppiede solleva alcuni dubbi. Prima di tutto, può ridurre la qualità d’immagine? Con tutti gli obiettivi annunciati dopo il 1999 (dalla seconda generazione), l’IS può essere usato sul treppiede senza problemi. Le uniche ottiche Canon non compatibili col treppiede sono i pochi obiettivi di prima generazione ancora in produzione – il 300 f/4 IS, il 100-400 IS e il 28-135 IS. Se usate un’altra marca, e non siete sicuri della compatibilità con treppiede, vi suggerisco di fare questo semplice test: montate la fotocamera su un solido treppiede e scattate due esposizioni; una con la stabilizzazione e una senza. Se sono ugualmente nitide, non avete problemi; altrimenti è necessario disattivare la stabilizzazione quando di usa l’obiettivo su un treppiede ben stabile. In ogni caso, l’unico rischio è una diminuzione della qualità d’immagine – non ci sono rischi di danneggiare l’unità IS anche se lo si dimentica acceso quando si monta un obiettivo di prima generazione sul treppiede.

Un’altra considerazione è che la sua implementazione, sia sul corpo macchina come fa Sony e Pentax sia sugli obiettivi come fa Canon e Nikon, comporta una maggiore complessità costruttiva e di conseguenza, un’aumento di prezzo ed un decadimento teorico nella qualità dell’immagine.

Juza: La stabilizzazione non diminuisce la qualità d’immagine degli obiettivi: le ottiche stabilizzato sono nitide come le precedenti versioni non stabilizzate, o addirittura superiori. Ovviamente, le lenti stabilizzate aggiungo complessità al progetto, ma i miglioramenti nel campo dell’ottica permettono di mantenere o superare la qualità ottica delle versioni precedenti. La stabilizzazione è sempre più diffusa, anche in obiettivi standard e grandangolari (come il Canon 24-105 IS): è molto utile anche nelle focali corte. Se siete in grado di scattare una foto nitida a 1/20 con un obiettivo 18mm, con la stabilizzazione potresta scattare addirittura a 1/2!

Su quest’ultimo punto ci sono molti pareri contrastanti, uno è quello che avete appena letto in cui Juza dice che gli svantaggi derivanti dalla complessità costruttiva sono bilanciati dai progressi nel campo dell’ottica.

Bisogna dire che in certe condizioni di scarsa luminosità avere 4 stop in più può dare la possibilità di portare a casa foto che altrimenti sarebbero da buttare per cui il fatto di avere una piccola perdita di qualità è per cosi dire “accettabile”.

C’è anche da dire che al di sopra del 1/500 di secondo (più avanti, nella parte di post tradotto da byThom) non è utile lo stabilizzatore anzi introduce problemi la dove vorrebbe correggerli.

Altro punto da considerare è che tutti i sistemi di stabilizzazione attuali bilanciano soltanto i movimenti sull’asse X ed Y (Canon ha la possibilità nel mode 2 di escludere, per il panning, quello orizzontale) ma non tutti il movimento rotatorio R (infattisolo quelle con il sistema di stabilizzazione sul sensore possono).

Piccola precisazione sull’IS Mode 2:

Chrysis: questa nuova tecnologia determina automaticamente se il movimento è fatto consciamente e blocca la correzione. Il sistema IS Mode 2 determina inoltre la mancanza di vibrazioni per prevenire gli errori dovuti ad appoggio su treppiede.

Photoactivity: Il sistema VR è in grado di compensare le vibrazioni muovendo un gruppo di lenti sugli assi X e Y, ovvero su un piano parallelo al piano del sensore.

In pratica vengono prese in considerazione solo le oscillazioni destra/sinistra (X) e alto/basso (Y) introdotte dalla mano del fotografo, mentre il movimento roratorio “R” ed il movimento avanti/dietro “Z” non possono essere controbilanciati.

Il movimento “R” è controllabile dall’utente limitando la pressione sul pulsante di scatto, che di fatto è l’unica azione del fotografo che può indurre una rotazione.

Un altro possibile rimedio è lo scatto ritardato (funzione disponibile sulla Nikon D200) oppure lo scatto a raffica, in quanto solamente il primo scatto della serie può essere danneggiato dal movimento di rotazione.

Nota: solo le fotocamere con sensore stabilizzato possono contenere le oscillazioni “R”.

Molto meno controllabile è invece il movimento “Z”, perchè la nostra postura introduce una certa oscillazione anche sull’asse avanti/dietro rispetto al soggetto.

Questa oscillazione, generalmente di frequenza più bassa rispetto alle altre, determina uno spostamento del punto a fuoco pari all’ampiezza dell’oscillazione: il VR però non agisce sulla messa a fuoco, e dunque non può controbilanciarla in alcun modo (ndr: punto molto importante che verrà ripreso in maniera più tecnica nello spezzone tradotto da byThom).

Adesso vi presento, ho dedicato anche troppo tempo a sto articolo ^_^, una traduzione parziale dell’articolo:

Tutto sul VR – Tutto sul sistema VR della nikon (titolo originale:  ) preso e tradotto (abbiate pazienza) da byThom.

L’ultima modifica, nel momento il cui scrivo, risale al 28 aprile 2010.

Dopo aver parlato con i progettisti ho fatto alcune modifiche a questo articolo. Tuttavia, nonostante abbia cambiato alcune cose per quanto riguarda la parte tecnica, le mie raccomandazioni sono sempre valide.

La prima è più importante regola sul VR è questa: mai utilizzarlo se non è effettivamente necessario!

Si, questa affermazione cozza con tutto quello che si dice e si fa nel mondo e con quello che la Nikon stessa lascia passare nella loro pubblicità.

Il VR è nato come soluzione ad un problema ma se il problema non sussiste, lo stesso VR potrebbe diventare il problema! Per capire questa affermazione, bisogna avere chiaro il funzionamento del sistema VR.

Il sistema VR della Nikon è essenzialmente un elemento nel gruppo di lenti che si sposta per compensare movimenti bruschi della fotocamera. Siccome questo elemento è nel mezzo dell’obbiettivo, di solito vicino all’apertura del diaframma, ma non esattamente in li, si deve pensare a quanto accade al percorso ottico quando il VR è attivo.

Ci sono momenti in cui questi spostamenti comportano una modifica della qualità delle immagini? io credo di si anche se, anche se l’impatto visivo è trascurabile.

Su alcuni bokeh a media distanza le lenti dotate del VR (acceso) sembrano soffrire di questo “problemino”.

Detto in altro modo, lo sfondo della scena è leggermente fuori fuoco rispetto al punto focale nel percorso ottico. Il risultato è quello che io chiamo “busy bokeh”, un bokeh che non ha le caratteristiche di semplicità e regolarità che ci si aspettano da un ottica di alta qualità.

La maggior parte delle persone che utilizzano VR non si domandano come funziona il sistema. Credono semplicemente che sia una qualche forma di magia. Be, non lo è. E’ Fisica, non magia.

Ed una delle questioni fisiche coinvolte è la frequenza di campionamento. E’ proprio la frequenza di campionamento del meccanismo di rilevazione del movimento che determina il tipo e la quantità di movimento che deve essere rimosso. Volete sapere quant’è questa frequenza? Per nikon 1000Hz. Sapete che vuol dire, no? No? 1000Hz è 1/1000 di secondo. Nyquist (ndr: Teorema del campionamento di Nyquist-Shannon) ci dice che la minima frequenza necessaria per campionare un segnale senza perdere informazioni è pari alla metà della frequenza di campionamento, così possiamo identificare con precisione solo dei movimenti più piccoli di 500Hz (1 / 500 secondi) (ndr: ecco da dove nasce il lilmite del 1/500).

Benché questa frequenza di campionamento riguarda la fotocamera, essa non è del tutto scollegata alla velocita di scatto. Per esempio, la tendina può viaggiare sul sensore alla velocità superiori ad 1 / 250, mostrando ogni volta solo una parte dell’immagine. Un altro aspetto del sistema VR è che ri-centra l’elemento in movimento poco prima dell’apertura dell’otturatore. In poche parole, ci sono un sacco di cose che devono quadrare con tempi di posa molto brevi per avere un piccolo impatto visivo, specialmente con le lunghe focali. (ndr: ho tradotto come potevo ma vi consiglio di andare a leggere l’originale)

Regola 2: il VR dovrebbe essere normalmente spento se la vostra velocità di otturatore è superiore a 1 / 500.

Se si scende a bordo campo durante una partita di calcio e si và a controllare i fotografi presenti per vedere come hanno le impostazioni sui loro obiettivi, vi accorgerete di chi è professionista o meno: il VR è solitamente off  (a meno che non sei posizionato vicino ad un ventilatore in azione).

Questi professionisti un giorno si sono accorti di una cosa: se hai il tempo di posa più veloce della frequenza di campionamento, a volte il sistema esegue una correzione che non è in sincronia con la velocità dell’otturatore.

I risultati sembrano un po’ come quando hai la lente che soffre di Front o Back Focus (AF Fine Tune):  il punto di messa a fuoco risulta leggermente spostato da dove te lo aspettavi. La cosa interessante è che i professionisti intervistati (è il caso di Canon) per le lunghe focali, si scopre che molto raramente usano lo stabilizzatore!

Direi che meno del 10% delle riprese che faccio con il mio 400 millimetri f/2,8 le faccio con il VR acceso (e per inciso, io odio l’interruttore VR  su alcuni di questi obiettivi – è davvero difficile capire se è acceso o spento).

Un consiglio: alcune lenti della generazione precedente,  non-VR, sono veri affari. Considerate il VR una bolla di sapone. Fra qualche giorno la gente smetterà di pagare tali sistemi e prenderà i non VR. Almeno dovrebbero.

So di fotografi che hanno speso più di 3000 $ per il passaggio da lenti non-VR a versioni VR.

Questo credo sia troppo.  Ho fatto moltissime prove utilizzando il VR ad alte velocità di scatto. In centinaia di casi, quelli che ho esaminato, i risultati sono gli stessi: l’obiettivo sembra essere più efficace con il VR spento quando la velocità dell’otturatore è superiore a 1 / 500. Questo per la mia esperienza, sia chiaro. Una piccola manciata di persone hanno presentato con me, le prove del contrario (secono loro il VR migliora i risultati con i tempi sopra a 1 / 500).

Nella maggior parte dei casi sono riuscito a provare che non è il VR in sé, che ha aiutato a rimuovere il micromosso, ma che la loro mano ferma ed il sapiente uso del treppiede è tale che non traggono beneficio dal VR. La mia tesi è che avrebbero maggiori vantaggi scattando sotto 1/500.

Tuttavia, come quasi tutto in fotografia, ci sono delle controindicazioni a quanto sopra. Per esempio, cosa succede se si sta fotografando seduti su di un elicottero e si scatta ad 1/1000, si dovrebbe o no utilizzare il VR?

Una delle che Nikon non spiega bene è il concetto di “macchina fotografica in movimento” “macchina fotografica su piattaforma in movimento”.

Se l’origine del movimento siete voi vale tutto quello che ho scritto sopra a proposito dello spegnere il VR sopra 1 / 500. Idem per le situazioni di semi-ferme, come ad esempio un monopiede.

Tuttavia, se c’è una piattaforma sotto di voi che causa vibrazione (auto, nave, treno, aereo, elicottero, ecc), le cose sono un po diverse.

La differenza fra VR Active ed il VR normale è tutta qui. L’Active VR dovrebbe essere usato quando si è su una piattaforma mobile. Il VR Normale quando si è su un terreno solido ed il solo movimento da compensare è quello generato da noi. In sostanza, se il movimento è dovuto ad una causa esterna, Active VR. Se siete l’unica fonte di movimento, VR normale.

Regola # 3: Se si è su una piattaforma mobile, usate il VR attivo. Se siete l’unica causa di vibrazioni, VR normale.

La differenza fra i due modi sta nel tipo di movimento che ognuno di essi cerca di trovare e correggere.

Le vibrazioni di una piattaforma tendono ad essere frequenti, costanti e con direzione casuale. Il movimento della mano tende ad essere più lento e con un percorso prevedibile (ad esempio quando si preme il pulsante di scatto nella parte destra della macchina la si sposta verso il basso – è la legge di Newton, non una mia invenzione).

Sapere quale tipo di moto il sistema VR deve affrontare permette di ottimizzare la sua risposta.

Quindi, tornando al nostro 1/1000 durante le riprese su un elicottero, abbiamo un conflitto. Il movimento dovuto alla vostra mano non può essere corretto da parte del sistema VR perché il tempo di posa è più veloce della frequenza con cui sono fatte le correzioni.

Ma è anche vero che siamo su una piattaforma (in movimento) che imprime delle vibrazioni effettivamente correggibili (probabilmente non del tutto) dal VR. La questione è se i miglioramenti dovuti alla correzione siano più efficaci del degrado apportato dal far funzionare il VR al di sopra della frequenza di “lavoro”.

Non esiste una risposta chiara, ogni situazione è diversa da un’altra, ma la mia tendenza è quella di sperimentare i tre modi del VR per poi decidere.

Durante le riprese da piattaforme in movimento, scatto con il VR Active, il VR normale ed il VR spento, con tempi di scatto elevati, poi esamino attentamente i risultati e solo allora prendo una decisione.

Naturalmente esaminare su un monitor cosi piccolo, che di per sé può essere un problema per molti, per giunta su un veicolo in movimento non è molto semplice ne preciso.

Eppure, a volte vedo un miglioramento con VR acceso rispetto a quando è spento, sempre con velocità di scatto elevate e su veicolo in movimento dico.

Comunque questi miglioramenti non sono paragonabili a quelli ottenuti con un giroscopio dedicato. Se scattate regolarmente da elicotteri, un giroscopio è un investimento migliore rispetto ad un più costoso obiettivo con il VR.

Nota bene: Ci sono un certo numero di fotografi che sconsigliano l’uso del VR sopra 1/250 (o la velocità di sincronizzazione flash, se più lenta). Questo perché con temi superiori a quelli del syncspeed l’immagine viene catturata con esposizioni parziali piuttosto che una unica esposizione (è una semplificazione, ma è abbastanza per questa discussione). Pertanto, le correzioni effettuate dal VR, con tempi di posa superiori al syncspeed vengono effettuate su una parte dell’immagine alla volta. Nella sostanza, ho visto cambiamenti cosi impercettibili fra lo scattare a 1/500 rispetto al 1/250 (semrpe con il VR on) da non essere d’accordo. Sopra 1/500 vedo chiaramente le correzioni appartate, correzioni che non mi piacciono.

Regola # 4: Se il soggetto si muove, devi usare una velocità di scatto che blocchi detto movimento.

Questa è una cosa difficile da imparare, e di solito ci si sbatte la testa.

I produttori di fotocamere sponsorizzano il VR facendo affermazioni del tipo:
“Permette un guadagno di quattro stop”, gli utenti iniziano a pensare così: “se posso scattare a 100 mm a 1/100 senza, con il VR posso scattare anche a 1/6.”

Be’, forse. Ma l’unico movimento corretto dal VR è quello della macchina non quello del soggetto in movimento. Se il soggetto si muove, scattando ad 1/6 avrete la produzione di una macchia sfocata. Guardando la mia Nikon Field Guide (Pagina 51 per quelli di voi che hanno la mia stessa macchina), dice che 1/125 è la minima velocità dell’otturatore necessaria a congelare una persona che cammina (1/30 se sono a piedi e avanzano verso di te). Questo è, ovviamente, una generalizzazione.

C’è una tabella più dettagliata di seguito che mostra quello a cui ho fatto riferimento poco fa e che mostra come anche la distanza impatti sulla scelta della velocità di otturazione. Cosi come possa la dimensione del soggetto all’interno dell’inquadratura fare la differenza. Che il VR rimuova qualsiasi tipo di movimento è qualcosa che tutti si devono scordare:

Regola # 5: Il VR NON rimuove TUTTI i movimenti, rimuove solo il movimento della fotocamera.

Un’altro tipo di movimento è quello del panning ed il VR ha impatti anche in questo caso. Ho sentito dire da mota gente che bisogna spegnere il VR quando si insegue un soggetto. In alcuni momenti potrebbe anche essere vero, ma per la mia esperienza posso dire che il VR può stare tranquillamente acceso quando si fa panning. Il motivo è che il sistema VR di Nikon è molto efficace nel rilevare i movimenti costanti della fotocamera. Mentre state facendo il panning in una direzione, il sistema VR correggerà soltanto i movimenti degli assi opposti. E’ stato progettato anche per questo. L’importante è assicurarsi di eseguire il panning in maniera fluida, senza scatti. Molte persone fanno uno scatto mentre schiacciano il pulsante di scatto. NON fatelo, avete bisogno di pratica, continuate a seguire il soggetto (panning) quando l’otturatore è aperto, non fermatevi. Piuttosto, provate a fare pratica nella vostra zona (o nella zona dove ci sono dei corridori). Fate il panning usando i corridori come soggetti e scattate foto. Quando lo specchio ritorna al suo posto e l’immagine a sua volta torna nel viewfinder e l’immagine scattata appare sul display, il corridore è sempre nello stesso punto del frame? No? E allora devi continuare a fare pratica. Tsk tsk. Prova di nuovo. Continua a fare pratica finché non avrai una serie di scatti in cui il corridore rimarrà nello stesso punto per l’intera sequenza, sia al momento del click sia per tutta la durata dell’inseguimento. Ma non c’è bisogno che ti metti a correre dietro al soggetto.

Nota bene: Torno con la mente al periodo della scuola di fotografia, dove il mio professore mi ha fatto passare il vizio di fare movimenti scattosi durante il panning in maniera sadica: mi disse si seguire il soggetto con una TLR (twin lens reflex). Guardate dentro il mirino di una TLR. C’è una cosa da considerare : sinistra e destra sono invertiti. Cosi quando il soggetto si muove verso da destra a sinistra, nel mirino apparira come se si muovesse da sinistra a destra. Non hai speranze di seguire il soggetto con una TLR a meno che tu non rilassi la mente e non inizi a seguire il movimento del soggetto con il tuo corpo. Non si può guardare e poi reagire, tu devi guardare e reagire.

Regola # 6: Se esegui correttamente il panning, il VR dovrebbe probabilmente essere On.

Un’altro aspetto del VR che manda in confusione la gente è la sua attivazione. I manuale della Nikon non sono a riguardo molto chiari, ma è veramente semplice: solo quando schiacci il pulsante di scatto il VR si attiva.

Premere il bottono di scatto per metà attiva il sistema il quale inizia ad eseguire una serie di correzzioni. Una pressione completa e veloce sul bottone di scatto fa partire si il VR ma non da al sistema il modo di ottenere molti “campioni” sui quali basare le sue predizioni (su macchine professionali stiamo parlando di  1/33 di secondo fra la pressione del bottone di scatto ed il momento che la foto viene presa). In sostanza se fate partire il VR prima dello scatto, avrete più probabilità che i risultati sia migliori. Questo non vuol dire che dovete sempre aspettare che il VR abbia ingaggiato il soggetto prima di scattare. Se è il momento di scattare, scattate! Il VR darà il meglio di se correggendo il movimento che indurrete schiacciando il bottone di scatto. Ma ci sono due buone ragioni che rendono preferibile la scelta di aspettare che il VR ingaggi la vostra preda:

primo, il VR immagazina una serie di dati con i quali tenta di predire le correzioni da effettuare;

secondo, è difficile che voi muoviate la camera, avendo già parzialmente schiacciato il pulsante di scatto, più di quanto la avreste mossa facendo lo scatto dal principio.

La seguente dicitura dei manuali Nikon “Il VR non funziona quando si preme il bottone AF-ON.” può creare non poche incomprensioni. Questo è uno dei punti in cui la traduzione dei manuali Nikon è un po forviante. Se la dicitura fosse stata “Il VR non si attiva quanto l’AF-ON è schiacciato” sarebbe stato più corretto. Durante i miei test il VR non era “spento” usando l’AF-ON, semplicemente il sistema non entrava in funzione con la pressione su questo pulsante. Soltanto rpemendo sul bottone di scatto il sistema VR entra in azione. Questo significa che se usate l’AF-ON per focheggiare piuttosto che il pulsante di scatto a metà il VR non sarà in funzione. Ovviamente lo sarà al momento dello scatto.

Questo crea un piccolissimo problema. Per ottenere il massimo, noi vogliamo che il VR abbia un campione di dati prima di premere completamente il pulsante di scatto. Se stiamo usando il tasto AF-ON per focheggiare, le nostre dita non stanno facendo in contemporanea pressione sul tasto di scatto. Ma è proprio questo in pratica che bisogna fare. Sigh.

La mano destra sta per iniziare un balletto assai complicato: schiaccia e rischiaccia l’AF-ON per il fuoco, pulsante di scatto a metà per il VR, pollice destro fra rotella dei tempi/diaframmi per compensare l’esposizione, pobabilmente il dito medio destro per l’apertura dei diaframmi ed anche il pulsante di scatto con il dito indice.

Questo, per inciso, è uno dei motivi per cui preferisco l’ergonomia delle macchine Nikon rispetto alle Canon: quando sto facendo tutti questi giochi di prestigio le dita non sono in reale movimento, specialmente il dito per lo scatto. Con Canon si ha la tendenza a muovere l’indice destro fra la rotella superiore e il bottone dello scatto. Si può reagire più velocemente se non devi muove il dito dal pulsante di scatto.

Ma ci sono ancora altre avvertenze. Se avete una fotocamera con il flash  incorporato (sostanzialmente tutte tranne le serie D1, D2 e D3), sappiate che mentre il flash si ricarica il sistema VR non è attivo. Questo perché il VR da per scontato che la priorità sia quella di ricaricare il flash il più presto possibile. Cosi la fotocamera toglie corrente al sistema VR finché non ha caricato il condensatore del flash. Se usate il flash a tutta potenza (o giù di li) e magari eseguite scatti ravvicinati, la ricarica può durare alcuni secondi. Come fare per capire se il VR è tornato in funzione? Be, non potete, almeno non con certezza, ma potete usare l’indicatore del flash: se non è presente con il flash accesso ed attivo, il VR probabilmente è disattivato.

Regola # 7: Se proprio dovete usare il VR con il flash, se potete usate un  flash esterno

Mi sono tenuto la questione del treppiede per la fine dell’articolo perché, al contrario di quello che pensa Nikon, non è poi cosi chiara.

Acnhe se probabilmente hai già spento il VR ;~).

Parte del problema risiede nella poca chiarezza con la quale la Nikon ha etichettato e distinto i vari modi di funzionamento del VR. Tecnicamente, il VR II montato su alcune delle nuove lenti dovrebbe accorgersi se la fotocamera è montata su treppiedi e non tentare di correggere nulla. Ma non tutte le lenti moderne sono dotate di quello che molti di noi chiamano “the full VR II”. Il recente 16-35mm, ad esempio, è arrivato assai dopo l’introduzione del VR II, ma non sembrerebbe avere la funzionalità di riconoscimento del treppiede. Questo, ci porta ad una considerazione prima di arrivare al dunque:

Regola # 8: È NECESSARIO leggere il manuale dell’obiettivo per vedere cosa dice circa l’uso con il treppiedi.

Di base, esistono due possibilità:

1. Il manuale dice spegnere il VR quando si usa un cavalletto (a volte di aggiungere “a meno che la testa non sia sbloccata”)
2. Il manuale dice espressamente che il sistema VR rileva quando la fotocamera è su un treppiede

Ok, ho mentito. Dimenticate quello che dice il manuale.

Regola # 8 Quella VERA: Se la vostra macchina è sul cavalletto, anche se usi una testa Wimberley quasi sempre sbloccata, spegni il VR. Se il treppiede è su una piattaforma in movimento o se è poco stabile di suo, prendete in considerazione l’uso del VR, ma prima effettuate delle prove per vedere se ne avete davvero bisogno.

Quindi perché non sono d’accordo con Nikon? Anche con una testa libera su un cavalletto, il movimento dovrebbe essere abbastanza facile da controllare, e dovresti aver rimosso quasi completamente il movimento (idem con monopiedi).

Il problema che ho, e che molti altri professionisti avranno notato, è che il sistema di rilevazione del treppiede del VR è a volte da dei “falsi negativi”.

Il altre parole il sistema di rilevazione del treppiede del VR II dovrebbe accorgersi quanto il sistema è “abbastanza calmo” e spegnere il VR. Il più delle volte è proprio quello che accade (Nikon dice che il sistema è abbastanza intelligente da rilevare fino a tre diversi tipi di movimento – quelli della mano che tiene, quelli della piattaforma e quelli del sistema di supporto – perché le “vibrazioni” causate da ciascuno di questi movimenti hanno forma d’onda diversa e quindi riconoscibile).

Ogni tanto, però, il VR rileva che deve correggere qualcosa ma poi non lo fa (o forse sta ancora correggendo una vibrazione rilevata in precedenza non più presente nel campionamento successivo). Quando ciò accade, l’elemento VR (s) sono in movimento quando non dovrebbero. Di solito non molto, ma abbastanza da non farti raggiungere i risultati ottimali.

In effetti, questo è lo stesso problema che si presenta utilizzando il VR a più di 1/ 500: a volte funziona, a volte no. Il problema è che non ti piace quando fa cilecca, e non saprete mai quando questo accadrà. Se io ti dicessi che su 100 scatti 10 verranno male a causa del VR, utilizzereste ancora il VR? Tenete presente che quando usi un treppiede tutti i 100 scatti sarebbero buone e senza VR (se cosi non fosse avrete sicuramente sbagliato treppiede e testa, leggi questo articolo, o utilizzate una tecnica sbagliata). Io non sono un giocatore d’azzardo: io preferisco il noto all’ignoto, così non mi piace pensare che in maniera randomica avrò degli scatti sbagliati a causa del VR.

Questo ci porta a a fare una considerazione: come appare uno scatto rovinato dal VR? Be, rovinato forse è un termine troppo duro. Sub-ottimale è probabilmente il termine giusto. Uno scatto ottimo è uno scatto molto pulito e ben definito anche sui bordi. Assumendo di avere la “lente perfetta”, i bordi dovrebbero essere di base buoni, come se si applicasso i filtri anti-aliasing, sensor o Bayer demosaic (ndr.: anti-aliasing, sensor, Bayer demosaic).

Molti di noi trovano che il VR non corregga cosi come dovrebbe/potrebbe con una “crescita” dei bordi, crescita che delle volte ha una direzionalità. Simile a quello dovuto al movimento della fotocamera ma più sottile. Tendo a dire che i dettagli “looks busy” quando il VR non fa pienamente il suo lavoro o quando è accesso in situazioni per cui non lo dovrebbe. And when you apply sharpening to busy edges, that busy-ness gets busy-er. (ndr: questa proprio non sono riuscito a tradurla con un senso compiuto cosi ve la passo in inglese nella speranza che qualche anima pia mi aiuti).

Senza VR attivo, su un cavalletto stabile, è come se togliessimo improvvisamente un velo e si vedrebbe quanto sono davvero nitidi i nostri obiettivi (assumendo che tu abbia correttamente messo a fuoco il soggetto e che sia su una piattaforma stabile, questo è ;~).

Ebbene si, è proprio andare a cercare il pelo nell’uovo.

Il VR non corregge benissimo come non funziona benissimo un treppiede poco stabile od usato male ( magari fissate la lente (ndr: mi pare si riferisca a cannoni tipo da 400mm ecc) direttamente sul cavalletto con gli appositi anelli) oppure con le gambe che tremano (comperate un cavalletto adatto alla vostra attrezzatura): stiamo parlando di cose alle quali neanche ci fai caso o se ci fai caso e soltanto perché stai facendo pixel peeping (ndr: visualizzi/ingradisci l’immagine al 100%).

Ma qualcuno usa un 400mm f/2.8G VR su una D3x ed ha speso un barca di soldi per ottenere i migliori risultati. Loro si aspettano di catturare ogni singolo bit in maniera perfetta cosi da poterli traferire su stampe di grande formato.

Come dico sempre sul sito, io scrivo sempre su come ottenere il risultato migliore. Se stai scattando con un 16-85mm su D300 e metti la tua immagine sul web a 640×480, be, anche se il VR farà cilecca molto probabilmente non sarà un problema.

Se avete altri dubbi sul VR vi rimando alla fine di questa pagina. sino ad allora, eccovi il mio motto: Il VR deve stare spento a meno che non mi serva. VSOUISNI a propesità (ndr.: non chiedetemi che zzo vuol dire vsouisni perché non lo so!!!).

Per ora non intendo tradurre le domande dei lettori di byThom ma chissà, magari con il vostro aiuto.

Fonti

Alcune delle fonti, quelle principali, a cui mi riferirò sono:

Vi consiglio assolutamente di andare a leggere gli articoli che ho citato e segnalatemi vi prego eventuali imprecisioni e/o errori di traduzione.

Andate a visitare anche il sito di Nikon che spiega (in inglese) a suon di animazioni come funziona il suo VR.