società
Per sopravvivere in questo modo di traditori…
5 nov
Il manuale del buon tradimento
Non c’è scampo. Da un genitore, dall’amante, dall’amico o da noi stessi, siamo destinati a subire (e infliggere) l’infedeltà. Meglio, allora, imparare a conviverci.
da Corriere.it

«E non mi guardi così. Perché sarà tradita, e tradirà anche lei. Lo farà per viltà, ambizione, narcisismo, quieto vivere. Lo farà per passione, difesa, noia. Lo farà». E pensare che eravamo andate lì, nella sua casa tra i tetti di Trastevere, a Roma, a sederci sulle sue poltrone bergère da psichiatra, per farci raccontare da lui (Paolo Crepet, in libreria il 4 novembre con A una donna tradita, Einaudi) come salvarci. Quale fosse (se esiste) il segreto per non ritrovarsi mai a vivere i giorni aspri dell’infedeltà subita, quell’abbandono duro in cui tutto – il tempo, la legge, i divieti – appare sospeso, narcotizzato. E inconsolabile. Non ci piacerà l’idea, ma dovremo imparare a conviverci, sostiene Crepet: per la porta del tradimento non si può non passare. Non ci sono deviazioni che evitano di ritrovarcisi dentro. Solo, semmai, qualche poco rasserenante indicazione per uscirne. Non essere tradite – dal proprio uomo, dall’amica, dal lavoro – non si può. «E a dire il vero, come direbbe Molière, non lo consiglierei neanche: perché alla fine dei giochi, ipocriti e perbenisti, non essere traditi vorrebbe dire non cimentarsi, quando la vita vera è al lordo di tutto, incluso il dolore». Così è, quella della donna del suo romanzo: al lordo di tutto, incluso il dolore. Una vita senza nome, senza tempo, senza luogo. Ogni donna può, in qualche riga, identificarsi. Una vita mediocre però, poche le convulsioni, i sussulti, piccolissime, quasi inesistenti, le passioni, nel suo tradire perché tradita, nel suo non avere più quella forza triste del “tanto qui deve tornare” che aveva la madre, avendola soppiantata con un’apparentemente più dignitosa, superba, autarchia. Si va indietro, nel suo passato, come si farebbe nel nostro: dando peso a ciò che ha sentito, non a ciò che realmente è accaduto, in una soggettiva che segue le regole sensoriali neuro-fisiologiche dell’omuncolo. «Lo abbiamo nelle circonvoluzioni centrali», spiega Crepet, «è un’immagine distorta del nostro corpo, ricostruita in proporzione alla ricchezza d’innervazione sensoriale sulla corteccia cerebrale: ha, per esempio, delle labbra enormi e una schiena piccolissima. Ecco perché capita di ricordare uno sguardo nella nostra vita più di quello che ci è accaduto negli ultimi cinque anni: perché, in noi, era labbra, e non pelle indurita della schiena».
L’ILLUSIONE DELLA FEDELTÀ
Tradimento: romanzo infinito che corre nella nostra vita. Esiste quello di un padre maestro del distacco, che non sa concedere che centellinate briciole d’affetto; di una madre disinteressata, abdicante, estranea; dell’uomo che si racconta agli altri e a se stesso tuo, quando ascolta, chiama, accarezza te, ma non solo; del collega che ti cambia le carte sulla scrivania del capo, ora che te ne stai tornando tranquilla a casa; dell’amica, per anni creduta lo specchio in cui rifletterti quand’era, invece, il più alto campione di torbidezza; di una figlia, irrimediabilmente simile e lontana; di te, verso te stessa, da cui spesso l’illusione di fedeltà ha inizio. «Qui», racconta Crepet, «va evitato un malinteso: il tradimento non può essere banalmente riassunto nella scivolata che ognuno di noi, nella sua fragilità di uomo, può vivere. C’è una corrispondenza, piuttosto, tra il gran senso di perdita nel momento storico privo di riferimenti sociali ed etici in cui siamo costretti a vivere, e le nostre piccole cose. Si fa l’errore facile, poi, di ritenere sempre il tradimento un sentimento che ha bisogno di un altro da te, quando in realtà nasce dentro di te, non nasce con l’altro». Dunque, se siamo capaci di tradire noi stessi, ci ritroveremo a tradire (ed essere traditi) nei nostri ambiti d’investimento affettivo: l’amore, l’amicizia, la famiglia; finiremo per tradire (ed essere traditi) sul lavoro. L’immunità, non è data. «Solo il comatoso, l’ha: perché non sente, non vive». Così, meglio spostare le nostre attenzioni dalla ricerca del «come evitare di essere traditi» («Sarebbe assurdo come volersi innamorare senza patire») a quella meno pretenziosa di qualche accorgimento che può aiutare a non esserlo («Bisogna che ci decidiamo ad affinare la nostra capacità di valutazione dell’altro, in cui non siamo così ferrati: tanto più una persona ci piace, tanto più dobbiamo non fidarci, imparare a farci domande su lei»), ai più utili segreti per imparare a starci bene dentro, a un tradimento non schivabile. Come? Crepet suggerisce di fabbricarci un’ossatura così “baricentrata” su noi stessi da non dover temere di esserlo, traditi: «Un mio maestro un giorno mi disse: “Non ti fidare di me”. Era un’esortazione alla costruzione di una propria solitudine, un senso di autoreferenzialità, una bolla d’aria che permette di non essere totalmente dipendente dal dolore implicito nel tradimento, di sentirlo, ma di non esserne annientato, di esserne feriti, ma non abbattuti, di viverlo come un acquazzone e non come un naufragio, come dolore e non morte, sintomo e non patologia». Facile a dirsi, un po’ meno a farsi. «L’impalcatura che protegge si tira su coi Lego dell’autostima. Me l’ha insegnato un signore ricoverato tanti anni fa in ospedale psichiatrico: più sei battuto, ripeteva sempre, più diventi critico. La chiave è tutta in questo paradosso esistenziale: il lutto, il tradimento, l’abbandono non devono annientarti, ma accrescerti. Funziona anche al contrario: non cresco, se non ho l’opportunità di essere battuto».
OCCHIO ALL’AMOR PROPRIO
Solo così, si supererà l’attentato all’amor proprio insito in ogni tradimento, e ci si riapproprierà di sé: «All’“Io non valgo più” che ci risuona dentro dopo un tradimento si può rispondere con l’aggressività del “vediamo se è vero” o con la depressione dell’“è davvero così”. Chi riporta una ferita inferta, il più delle volte ritiene che la cicatrizzazione migliore sia nel far subire quel che si è dovuto, proprio malgrado, patire: pur essendo un atteggiamento naturale, è immaturo, e animalesco. Nella reiterata ricerca di un capro espiatorio per redimersi, ti danni e non ti salvi». Perché i sentimenti, ci racconta, sono più brutti dell’uomo: «La petizione evangelica non ha trovato gran applicazione nella realtà. In qualche forma, siamo tutti traditi e traditori, e così empi, spesso, da non ammetterlo, o da non sentirci neanche in colpa: quante volte la pensiamo così, sotto l’accordo sul pentagramma del bon ton sociale, della convenienza e dell’apparenza?». Alla fine del suo libro (e del nostro colloquio), c’è spazio per una sola favola: quella di un’anziana signora sconosciuta incontrata dalla donna tradita nello scompartimento di un vagone di treno. A lei dice: «Dimentica le piccinerie, i dettagli insignificanti. Concediti l’essenziale». “Concediti l’essenziale” sta per “Vivi l’assoluto”: dell’amore, del bene, dell’intelligenza, della creatività. «Non accontentarti di grattugiare la buccia», va a fondo Crepet, «ma entra nel cuore: anche se questo vorrà dire, per forza di cose, perdersi, tradire, essere traditi».
Tutto il resto, è un gioco d’esercizio, d’affinamento della nostra capacità di sintonizzarci quanto più possibile con un dolore – quello del tradimento – non prevenibile, né evitabile. L’enigma, insomma, non è sciolto. «Non vi rassicuro, lo so. Ma io detesto il lieto fine. Lo trovo un’esigenza per persone immature e fragili, una furbata hollywoodiana. Siamo pieni di meccanismi di rimozione e spesso ci sfugge che la vita non prevede lieti fini: ci toglie ogni giorno un giorno, perché allora essere consolatori? Io, diagnosi non so più farne: la scrittura, come la terapia, dove non può, non deve essere incoraggiante».
Sopravvoliamo e vai col Kipli sound
18 mag
Verba volant
Ufficio Postale Pavona
Alla cortese attenzione di Vs responsabile del personale
Oggetto : Vostro disservizio grave e reiterato
Dobbiamo purtroppo constatare come le nostre telefonate della scorsa settimana non abbiano prodotto l’effetto sperato.
Il nuovo addetto al recapito della corrispondenza persiste nella sua condotta negligente ed inefficiente.
Per la quarta volta negli ultimi 10 giorni ci troviamo recapitata nella cassetta postale una cartolina di avviso di passaggio in un orario in cui i nostri uffici sono regolarmente aperti.
Posto che immagino che costui venga retribuito con denaro per un servizio che non compie e che a nostra volta dobbiamo sostenere un esborso economico per inviare del nostro personale a ritirare le assicurate/raccomandate non recapitateci per la pigrizia/negligenza/incapacità/scorrettezza( e quanti altri aggettivi che descrivano tal comportamento Vi possano venir in mente) , prima di esperire altre vie per porre fine a tale incresciosa situazione siamo a chiederVi di porre in essere misure volte a far cessare immediatamente l’attività esecrabile, o meglio l’inattività, del nuovo personaggio deputato alla distribuzione , almeno in linea teorica, della corrispondenza nella nostra zona.
Spiacendoci che la Vostra azienda sia rappresentata da tal genere di esseri umani che non possono che rendere una pessima immagine di Voi e del Vostro servizio siamo certi che, d’accordo con quanto da noi esposto, andrete immediatamente a porre rimedio a quanto sopra.
Cecchina, 18/05/2007
F.LLI FACCHI SPA
Filiale di Cecchina/Roma
Via Cancelliera 23, 00040

chi è senza peccato scagli la prima pietra
9 mag
Aveva appena 13 anni quando suo padre la gettò tra le braccia di un amico Dopo due anni di crudeltà la minorenne ha raccontato tutto ai carabinieri
Vende figlia per una birra Arrestato uomo nel Barese Venduta dal padre a 13 anni in cambio di una birra
da repubblica.it
BARI – Vendeva sua figlia per una birra. Gli bastava poco per lasciare in mano ai suoi amici quella bambina di 13 anni. I carabinieri non svelano il nome del padre-aguzzino per tutelare l’identità della minorenne; dicono solo che i fatti si sono svolti in un centro del Barese e che l’uomo è stato arrestato.

E’ durato due anni quel calvario. L’uomo la svegliava di notte e la gettava tra le braccia di uno dei suoi amici, spesso dei pregiudicati, che aveva pagato con una bottiglia di liquore scadente o con una semplice birra. E’ capitato pure che il padre offrisse la sua bambina ad una compagnia di amici conosciuti al bar o in piazza. “Mi strappavano i vestiti di dosso”, ha raccontato la ragazzina nella denuncia. “Ridevano mentre mi mettevano le mani dapperttutto. Io piangevo e chiudevo gli occhi pregando che finisse presto”.

Fu ricoverata qualche volta anche in ospedale per problemi ginecologici, ma la ragazzina non era mai riuscita a confidare quel tormento a nessuno e i medici non avevano intuito la tragedia che si nascondeva dietro quelle ferite. Finchè qualche mese fa, ha trovato il coraggio di raccontare tutto ad un carabiniere.
Da quando i suoi genitori si sono separati, lei viveva spesso con il padre e i nonni. Le umiliazioni e le violenze iniziarono nel 2004 e sono proseguite, senza interruzioni, per i due anni successivi. Il padre la trascinava in auto per farla violentare. I nonni hanno giurato ai carabinieri di non aver mai capito cosa capitasse alla loro nipotina; la vedevano rientrare a casa, con il padre, la sera, “un po’ triste, ma non pensavamo quello che subisse”.
Il giudice ha deciso di indirizzare la minorenne in una struttura protetta: con l’aiuto degli psicologi e di un coetaneo di cui si è innamorata e da cui ha avuto qualche settimana fa un figlio, cercherà di trovare pace ad un tormento che non l’ha abbandonata neppure adesso che suo padre è in carcere.
(9 maggio 2007)
multiculturalismo
9 mag
Milano, rivoluzione alla Mangiagalli, clinica degli aborti Il crocefisso esposto solo su richiesta: Abbiamo tutte le etnie"
"Madonne al posto delle croci rispettiamo tutte le religioni"
di LAURA ASNAGHI
da repubblica.it
MILANO – Via i crocifissi e, al loro posto, ecco l’immagine della Madonna che non discrimina nessuno. Succede alla Mangiagalli, il tempio dell’ostetricia milanese ma anche il centro di tante battaglie laiche in difesa dell’aborto. In questa clinica, dove i parti hanno raggiunto la cifra record di settemila all’anno, la presenza delle straniere è in continuo aumento. I parti delle donne extracomunitarie sono arrivati al trenta per cento. E così, per prevenire contestazioni di tipo religioso, la direzione sanitaria ha iniziato a sostituire i crocifissi con l’immagine della Madonna.

"Con più di due mila donne, di etnie e religioni diverse, musulmane comprese, che frequentano la Mangiagalli, questa iniziativa ci sembrava doverosa", spiega Basilio Tiso, il direttore santario che ha dato il via a questa "rivoluzione cultural-religiosa". Con molta discrezione, ha iniziato a sostituire i tradizionali crocifissi, che ci sono in tutte le stanze d’ospedale, con immagini della Madonna. La motivazione? "Ripeto, occorre avere rispetto per tutte le religioni – spiega Tiso – le nostre corsie sono diventate multietniche e proprio per evitare contestazioni o forme di discriminazione, abbiamo deciso di mettere, al posto del crocefisso, l’immagine della Madonna, gradita anche alle donne musulmane".
La rivoluzione è partita dal reparto di patologia della gravidanza, quello dove le donne che rischiano di perdere il bambino restano ricoverate più a lungo. E lì, il crocifisso ha lasciato quasi del tutto il posto al ritratto della Madonna. "La nostra è una operazione fatta senza fretta e che non vuole sollevare clamori – assicura il direttore sanitario – nel giro di qualche mese arriveremo a mettere le immagini della beata in tutto l’ospedale".
Ma così la Mangiagalli non rischia di discriminare le donne cattoliche che preferiscono il tradizionale crocifisso? "Abbiamo pensato anche a questo – ammette il direttore sanitario – e laddove ci sarà una richiesta esplicita, siamo pronti a esporre la croce". Come dire, massimo rispetto per i crocefissi che non vengono certo mandati in cantina. Anzi, restano a disposizione delle pazienti, anche se d’ora in poi, la clinica sarà messa sotto l’ala protettiva della Madonna con il bambino, immagine gradita anche dalle donne di religione non cattolica.
La Mangiagalli finisce sotto i riflettori per una iniziativa di carattere religioso. E questo solleverà, inevitabilmente, polemiche e prese di posizioni. Ma, intanto, a Milano, Abdelhamid Shaari, uomo di dialogo e di confronto, capo del centro islamico di viale Jenner, dice a proposito della scelta fatta dalla Mangiagalli: "È certamente un segno di rispetto per la nostra religione che apprezziamo enormemente. Però sarebbe ancora meglio un muro bianco, perché lo Stato italiano è uno stato laico, e i bambini sono angeli per qualunque religione. Noi chiamiamo Maria la Nostra Signora ed è una figura che rispettiamo e veneriamo. E ringraziamo la Mangiagalli per questo segno di attenzione. Anche se si potrebbe fare meglio".
(9 maggio 2007)
Pedopornografia
18 apr
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In fondo ognuno di noi
5 apr
I nuovi "must" di Gardner, l’inventore dell’intelligenza multipla
Sono disciplina, sintesi, creatitività, rispetto ed etica
Le regole per il genio del futuro
così si misura chi potrà vincere
di FRANCESCA CAFERRI da Repubblica.it
Cultura gastronomica
2 apr
Osterie d’Italia
il boccone del prete
Nel centro di Porano, a pochi chilometri da Orvieto, una osteria interessante per la bellezza del luogo e la buona offerta enogastronomica. In cantine del Duecento con pietre a vista, una grande cucina sforna piatti diversi a seconda delle stagioni, rispettosa della cultura del luogo, ma aperta alle novità e fresca nelle proposte. Così il carpaccio di coppa con limone e menta sta accanto al pane alla brace con olio extravergine e al gran tagliere di salumi e formaggi. Qualche esempio tra i primi: tagliatelle con rigaglie d’anatra, sfoglia di casa al forno con porcini e tartufo oppure zuppe: di cipolle di Cannara o di farro e legumi d’Umbria.
Tra i secondi, l’arrosto di maiale al forno con le mele e le melangole, le polpette di baccalà in umido rosso, la trippa, la coratella e carne di qualità alla brace, il tutto accompagnato da contorni semplici ma curati – come le cipolle e le patate sotto la brace o le verdure d’orto al forno. Particolare attenzione è dedicata all’olio, condimento principe di tutte le preparazioni. Per chiudere, Vin Santo e tozzetti umbri oppure una fresca crema di latte con passata di frutta e una zuppa detta all’inglese. La cantina, curata da Stefano, il titolare, è ben fornita di vini del territorio e non trascura grandi firme italiane(circa 250 etichette n.d.r.). Buona lista di distillati (gli amanti del brandy, dell’armagnac e del whisky troveranno soddisfazione) e, in estate, possibilità di mangiare all’aperto, tra vasi di erbe aromatiche, con vista sulla bella campagna intorno.
IL BOCCONE DEL PRETE
Porano (Tr) – Via Bellini, 12-16 – Tel. 0763 374772
Chiuso il lunedì – Coperti: 70 + 30 esterni
Prezzi: 25-30 euro vini esclusi
Carte di credito: le principali
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In tutta Europa non c’
Open space
27 mar
Poca privacy e troppe distrazioni, tutto il caos degli open space
Trilli di telefoni e chiacchiere tra colleghi sono le sorgenti di rumore che disturbano di più. E sempre più spesso si è distratti. I risultati di uno studio del Politecnico di Bari negli ambienti di lavoro di impiegati amministrativi, programmatori informatici e ricercatori.
di FEDERICO PACE da repubblica.it
Senza privacy, continuamente distratti, in attesa di un silenzio che non arriva mai. Si sta negli uffici, come passeri sullo stesso ramo di un albero. Vicini gli uni agli altri. Troppo vicini. Ciascuno può guardare nello schermo dell’altro, ciascuno può ascoltare quello che l’altro dice al telefono. Di privacy non se ne parla neppure più. Se qualcuno prova a dire qualcosa per difendere la propria privacy uditiva o visuale è come discutere di fresca brezza nel deserto. Si pensa quasi che ci si voglia nascondere per non fare nulla. Le cose però sono ben diverse. In questi hangar moderni, in questi meravigliosi open space, quello che non si riesce proprio a fare è concentrarsi. C’è sempre qualcuno che dice qualcosa, una telefonata che arriva per qualcuno o un cellulare che squilla o trema con il suo piccolo corpo ansimante sulla scrivania del collega. Senza dire dell’insidioso contagio emotivo che, secondo recenti studi statunitensi, caratterizza questi luoghi aperti.
Ma quali sono le fonti maggiori di disturbo? Telefonate e discussioni. Sono queste le sorgenti di rumore che più di altre danneggiano le attività quotidiane nei moderni ambienti di lavoro. A dirlo è la ricerca realizzata dal dipartimento di Fisica tecnica del Politecnico di Bari, pubblicata sulla rivista "La Medicina del Lavoro", che ha preso in esame 85 luoghi di lavoro e ne ha analizzato il rumore e il grado di disturbo arrecato sugli occupanti e sulle attività svolte. Tra le tipologie di lavoratori coinvolti ci sono soprattutto persone che svolgono attività amministrative (il 69 per cento), programmazione informatica (il 16 per cento) e attività di ricerca (il 15 per cento). Insomma una buona parte dei lavoratori del mondo dei servizi. 
Ebbene, nel 31 per cento dei casi la principale causa di disturbo arriva proprio dalle parole pronunciate con noncuranza o a volume troppo elevato (vedi tabella). Si tratta di colloqui di lavoro, di scambi di idee, o anche di discussioni agitate. Tutte cose che tolgono concentrazione a chi a quella discussione non ha alcuna necessità di partecipare.
Altrettanto invasivo si presenta il telefono. Più di un quarto (il 27 per cento) dei lavoratori ha detto di venire disturbato dal mezzo di comunicazione per eccellenza. Tanto più che ora l’invasione di suonerie personalizzate e rumorini originali rende le scrivanie un vero e proprio pullulare di rumori, vibrazioni e suoni che non fanno che privarci di quell’attimo di silenzio che precede sempre una buona idea o un pensiero che sia almeno sensato.
Più confortevoli invece i dati relativi agli impianti di condizionamento che sembrano essere piuttosto silenziosi. Solo il 15 per cento li ha indicati come fonte di disturbo. Seguono le macchine da ufficio (il 13 per cento) e i rumori provenienti dall’esterno (13 per cento).
“Per difendersi dalle parole pronunciate spesso ad alta voce – ci ha detto Ettore Cirillo, docente del Politecnico di Bari e autore dell’indagine (leggi l’intervista integrale) – molti arrivano ad alzare i rumori di fondo. Musica o qualsiasi altro si tratti”. Lo studio ha individuato anche i parametri oggettivi più idonei a caratterizzare il disturbo soggettivo provocato dal rumore.
“Esistono dei rumori particolarmente intensi – prosegue Cirillo – che si riscontano negli ambienti industriali, presi in considerazione dal legislatore che li ha sottoposti a normativa dal 1991. Sono rumori che producono un danno specifico a danno dell’udito. Ma ci sono anche tutta una serie di rumori di livello più basso che rientrano nei nostri ambienti di ufficio che danno fastidio e producono effetti di stress e riducono l’efficienza del lavoro.” Effetti che spesso vengono sottovalutati.
In una recente indagine realizzata dalla Gallup un impiegato su tre ha detto che il rumore disturba frequentemente il lavoro ed è tra chi è infastidito dal rumore che c’è la minore percentuale di persone soddisfatte di quello che fa. Anche perché molti di loro dicono che la loro opinione, ai fini organizzativi, non conta per nulla.
E allora? Si ripropone forse il dilemma che divide i lavoratori tra quelli che preferiscono gli open space e quelli che prediligono gli uffici mono-stanza o cubicolari? Forse no. Tanto che secondo molte indagini oltre otto impiegati su dieci dicono di avere bisogno di potere vedere oltre il proprio ufficio e che le quattro mura non gli fanno affatto piacere. Allora, forse il vero dilemma non è tra open space e closed office, ma piuttosto tra un open space efficace e un open space inefficace. Si tratta quindi di capire se le imprese quando predispongono i nuovi spazi a pianta aperta fanno davvero tutto per fare sì che i pregi di queste modalità logistiche siano davvero sfruttate al meglio.
Che possa bastare poco lo conferma un recente studio ("The effects of window proximity, partition height, and gender on perceptions of open-plan offices") che verrà pubblicato sul numero della rivista specializzata Journal of Enviromental Psychology. Gli autori dell’indagine hanno misurato la soddisfazione dei lavoratori di due diverse aziende con sede nello stesso edificio e si sono accorti che, seppure chi lavora negli open space lamenta un assenza di privacy acustica e visuale che causa un elevato numero di distrazioni e interruzioni indesiderate, chi lavora vicino a una finestra risente meno degli aspetti negativi dell’open space. Ancor più soddisfatti quegli impiegati che, oltre a una finestra, hanno anche un separatore mobile alto circa un metro e quaranta centimetri. In questo modo infatti hanno un buon livello di privacy acustica e visiva e minimizzano le distrazioni e le interruzioni. Alle volte, per lavorare meglio può bastare anche una finestra da cui guardare. E’ troppo?
L’ESPERTO:
"Si fa troppo poco per valutare questi disturbi"
Svolta Epocale
16 mar

Via libera del Parlamento cinese che vara la svolta Ma i contadini non potranno possedere i campi che coltivano
Cina, torna la proprietà privata Ma la terra resta dello Stato
da repubblica.it
PECHINO – Via libera del Parlamento cinese alla proprietà privata. L’Assemblea nazionale del Popolo, dopo sette anni, ha approvato con 2.799 voti a favore, 52 contrari e 37 astenuti una legge che riconosce il diritto alla proprietà privata, salvo che per la terra che resta sotto il controllo dello Stato.
Ed era proprio questo uno dei punti controversi. E sulla possibilità di possedere la terra che si coltiva si erano concentrate molte proteste contadine. Inultilmente, però. E così mentre i risparmiatori sono già liberi di comprare azioni in Borsa, gli imprenditori possono acquistare e vendere aziende, i terreni agricoli restano ancora sotto il controllo delle autorità locali. Con conseguente cacciata di una famiglia contadina, che da anni coltiva la stessa terra, se i dirigenti locali del partito decidono di cederla per un insediamento industriale o edilizio.
Il Parlamento, inoltre, ha approvato una legge che elimina gli sgravi fiscali di cui godono gli investitori stranieri unificando l’aliquota fiscale per tutte le imprese al 25% dei profitti.
Un provvedimento che mette fine a decenni di privilegi fiscali e a quella che è stata sempre vissuta dalle imprese domestiche come una chiara discriminazione: le aziende straniere fino ad oggi erano tassate infatti al 10% mentre quelle cinesi al 33%.
La legge entrerà in vigore dal 2008 e secondo le stime del governo consentirà allo Stato di incassare circa 41 miliardi di yuan in più, pari a 5,3 miliardi di dollari.
(16 marzo 2007)
Spero che qualcuno non arrivi mai a tanto…
8 mar
Messico, super obeso esce di casa dopo cinque anni
da Repubblica.it – Fotografie




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