Spiegare l’HDR con un semplice diagramma

Un utente di Reddit, MacTuitui, ha creato questo semplice diagramma (click per aprirlo a grandezza reale) che spiega l’idea che c’è dietro la fotografia HDR.

Il primo punto (LDR) mostra come in una foto normale è impossibile catturare tutta la gamma dinamica di una scena ovvero sia le alte luci che le zone di ombra presenti.

Due (o più) fotografie prese con differenti esposizioni permettono di catturare un range dinamico molto maggiore (tanto quanto è maggiore la differenza fra l’esposizione minore e quella maggiore) e di conseguenza permettono di ottenere una immagine con un range dinamico molto altro, HDR appunto.

Siccome molti monitor (la maggior parte) non sono in grado di visualizzare tutta questa gamma dinamica, l’immagine deve essere tone mapped per essere poi visualizzata su un monitor LDR.

Complicato?

Scatto, Sviluppo e stampa: le tre fasi della fotografia sono davvero cambiate?

La post produzione è davvero una "invenzione" moderna? Guardate che effetti strabilianti fatti in camera oscura nel 1941!

Oggi vi svelerò un segreto, la post produzione delle immagini, al contrario di quanto si possa pensare, non è una scoperta dei tempi “digitali”.

Ora come allora il processo fotografico passa attraverso tre fasi:

  • Lo Scatto.
  • Lo Sviluppo del negativo.
  • La “Stampa”.

Per quanto riguarda lo scatto le cose sono si cambiate soltanto marginalmente, le foto si continuano a fare usando tempi e diaframmi con il vantaggio che gli ISO nel digitale si possono variare per ogni scatto. La vera ed ovvia differenza è nel supporto di registrazione. La pellicola per l’analogico ed il sensore per il digitale. I due supporti implicano una diversa strategia di esposizione, argomento già trattato in questo post, ma nulla di stravolgente.

Per molti il processo fotografico, ora come allora, finisce qui. Scatta la foto poi basta scaricarla ed è pronta (oppure porto dal fotografo e ci pensa lui).

Ricordate da bambini come facevamo? Si scattava e poi si portava tutto al fotografo (all’epoca in cui ero bambino identificato spesso come “artigiano della fototessera”) e si aspettava sia lo sviluppo del negativo sia la stampa delle foto.

Era lui (programma interno alla reflex o persona fisica con negozietto all’angolo) che sceglieva al nostro posto se e come ottenere un certo risultato, a noi non restava che prendere quello che ci consegnava cosi com’era molte volte senza nemmeno sapere che si poteva fare altro.

Questa è una possibile scelta. A mio parere questo tipo di “passività” alla nostra creatività grossi limiti.

Come ho avuto modo di dire altrove, la fotografia parte da un’idea, da una sensazione a cui noi diamo concretezza con la nostra fotocamera, ma è in “camera chiara/oscura” che l’immagine prende vita. Far finta che la post produzione non esista o che non serva rappresenta un errore che non ci permette di esprimerci al meglio.

Le immagini che scattiamo sono nostre creature e così, come le creature, anche le nostre immagini hanno bisogno di cura e attenzione.

Pensate che i fotografi del passato non sistemassero le foto dopo lo scatto? Dovreste cercare su internet cose del tipo tirare un negativo oppure la mascheratura o bruciatura in fase di stampa (sotto vi faccio un piccolo riquadrino per spiegare le cose un pochino nel dettaglio).

Ecco come era una "vecchia" Camera Oscura, adesso l'avete dentro il vostro hard disk. da Foto-grafica.

La differenza fra un professionista ed un amatore a mio parare verte anche sulla considerazione che ha della post produzione, sia essa digitale o analogica. Le scelte La finisco qui…era soltanto per stimolare una eventuale discussione sull’argomento, magari vi va di lasciare la vostra idea a riguardo.

Ah, date un’occhiata al sito da cui ho preso l’immagine di apertura e vedrete che anche senza Photoshop si cercava di dare effetti “straordinari” alle foto.

La mascheratura del negativo si può effettuare sia proiettando ombra e luce grazie alla posizione delle mani, che interferiscono con il cono di luce dell'ingranditore, sia con piccole mascherine di cartone, fissate in cima a un'asticciola.

Mascherare e bruciare sono due tecniche complementari che hanno la stessa finalità: migliorare il contrasto locale delle stampe.

Bruciare significa allungare il tempo di posa quindi sovraesporle. Mascherare significa sottoesporre alcune parti della stampa.

Queste tecniche sono necessarie in tutte le situazioni in cui un valore medio di esposizione non è sufficiente a riprodurre in modo soddisfacente la gamma tonale in tutte le parti dell’immagine.

Un esempio tipico di bruciatura/mascheratura è quella richiesta da un cielo sovraesposto in ripresa; senza adeguati interventi: in stampa il cielo si presenterà come una zona bianchissima che tenderà a confondersi con il bianco della cornice. Per aumentare la leggibilità dei dettagli si dovrà effettuare una bruciatura facendo una seconda esposizione locale sul cielo, mascherando il resto dell’immagine, che ha già raggiunto la corretta esposizione.

Ci si può facilmente costruire da sé gli strumenti per mascherare, i cosiddetti sfumini, adattandoli alle proprie esigenze. Basta procurarsi del cartoncino nero opaco e del filo di ferro.

• Si ritaglieranno delle sagome di forma e grandezza proporzionale all’area che si desidererà mascherare, ma leggermente più piccole.
• Se le aree da mascherare sono grandi si prepareranno delle sagome con un’apertura al centro, di forma e grandezza proporzionale all’area da bruciare.
• Si applicherà poi il filo di ferro alla sagoma per poterla tenere posizionata sulla stampa senza che la mano finisca per produrre una mascheratura indesiderata..
• Durante l’esposizione bisognerà muovere continuamente il cartoncino in modo che la sagoma non produca bordi netti.
• La posizione della maschera è importante: più sarà vicina al foglio di carta, più il contorno sarà visibile.
• Attenzione al diaframma dell’obiettivo: tenetelo piuttosto chiuso per aumentare la durata dell’esposizione. Avrete più tempo a disposizione per muovere la maschera.
• Per effettuare buone mascherature occorre una certa pratica; conviene quindi provare l’effetto su un provino prima di passare alla stampa finale.
• Anche nel caso della mascheratura e della bruciatura bisogna comunque fare delle scelte: non è possibile infatti salvare tutte le alte luci o le zone di ombra profonda alternando bruciature e mascherature, pena una stampa dal sapore molto falsato.
• Bisognerà quindi decidere prima dove e come intervenire, evitando le esagerazioni. Gli stampatori esperti riescono a bruciare e mascherare a istinto e spesso utilizzano le mani per creare delle forme in continuo cambiamento, utilizzandole come degli sfumini. In questo caso però non si parla più di procedure ripetibili.
• Ricordatevi di prendere nota delle mascherature e delle bruciature sul retro della stampa o nel quaderno d’appunti per rendere la procedura ripetibile. Andranno indicate le zone della stampa che hanno subito gli interventi; l’ideale è disegnare in modo sommario l’immagine definitiva ed evidenziare le zone che sono state mascherate o bruciate e l’intensità dell’intervento.

La stessa cosa adesso la facciamo comodamente e senza creare strumenti “strani” tramite le apposite iconcine di Photoshop.

Il trattamento forzato (tiraggio della pellicola)
A volte ci si può trovare in situazioni di luce molto precaria in cui è necessario ottenere il massimo dalla pellicola; in questi casi è possibile esporla per una sensibilità superiore a quella nominale, ed effettuare uno sviluppo prolungato. In questi casi si dice che la pellicola è “tirata”.
Occorre tenere presente che aumentano anche grana e contrasto. Alcune pellicole sono progettate per questo trattamento e lo reggono meglio.

In questo caso nel processo digitale abbiamo varie possibilità, alzare gli iso in fase di scatto od aumentare l’esposizione nella fase di post produzione. Sono possibilità, ne buone ne cattive…diventano buone o cattive a seconda di come noi le applichiamo.

Una cosa che dico sempre quando tengo dei corsi è che Photoshop non è una macchina fotografia e non serve a fare belle fotografie. Le belle fotografia le facciamo nel momento in cui scattiamo! Per come la penso io la post produzione deve essere un processo atto al raggiungimento della immagine che abbiamo previsualizzato i fase di scatto e non una correzione degli errori fatti in ripresa.

Photoshop: Due parole sui livelli

Potete pensare ai layer come ad una serie di singole immagini immagini sovrapposte. L’immagine finale sarà il risultato dell’ordine in cui le singole immagini sono sovrapposte e dell’opacità/trasparenza (due parametri importanti che potete impostare) di ognuna di esse.

Qui daremo soltanto delle piccole indicazioni su come fare le operazioni base sui livelli, lo scopo di questo post non vuol essere quello di una manuale ma di una piccola introduzione all’uso ed al significato dei layer senza troppi fronzoli ne concetti astrusi.

Potete pensare ai layer come ad una serie di singole immagini immagini sovrapposte. L’immagine finale sarà il risultato dell’ordine in cui le singole immagini sono sovrapposte e dell’opacità/trasparenza (due parametri importanti che potete impostare) di ognuna di esse.

I livelli sono una serie di elementi sovrapposti che concorrono alla creazione dell'immagine finale

INTRODUZIONE AI LIVELLI

Ogni “zona” dell’immagine finale cosi facendo potrà essere modificata singolarmente e ad ognuna di esse vi potrete applicare un effetto diverso e ben delineato, ad esempio in un panorama potreste voler schiarire la “terra” o scurire leggermente il cielo per renderlo più drammatico senza dover per forza applicare l’effetto a tutta l’immagine.

Ogni volta che applicate un effetto od una regolazione alla vostra immagine, photoshop applica l’effetto ad un nuovo layer cosi che la vostra immagine sia sempre “salva”, questo meccanismo si chiama editing non distruttivo.

Di conseguenza applicando una serie di effetti diversi otterrete una serie di layer diversi. Potrete valutarne gli effetti accendendo o spegnendone alcuni o tutti contemporaneamente.

A questo punto dovrebbe essere chiaro che il risultato finale sarà la somma degli effetti applicati e dei livelli (layer) visibili. Come accennato, ogni livello può essere nascosto o visualizzato per poter meglio valutare gli effetti che avrà sull’immagine finale.

La prima cosa da fare, volendo utilizzare i livelli in maniera corretta, è creare un livello di backup, preservando l’immagine originale e consentendoci di lavorare con più tranquillità.

Leggi tutto “Photoshop: Due parole sui livelli”

Photoshop CS5: pulizia della pelle facile e veloce

Photoshop CS5 introduce lo Strumento pennello correttivo al volo (Sopt Healing Brush Tool) che permette con due click di risolvere la stragrande maggioranza dei nostri problemi. Dico nostri riferendomi a noi fotografi non di moda.

Slezionare il "Pennello correttivo al volo"

A questo punto non vi resta, dopo aver impostato i parametri dello strumento come segue, di passare lo strumento su tutte quelle imperfezioni della pelle che volete evitare.

impostazione da me utilizzate ma che vi consiglio di sperimentare adattandole alle vostre necessità

Ad esempio

Nell'ordine, il prima il dopo ed il durante (considerate che siamo ad uno zoom del 100% !!!)

Photoshop CS5: scontornare i capelli

Una delle cose più complicate, almeno per quanto mi riguarda, è quella di scontornare i capelli di una modella amica o piume e peli di qualche anomaletto di casa e non.

Per fortuna che la nuova CS5 ci da una grossissima mano attraverso il Rilevamento Bordo.

Vediamo come sono arrivato da questa immagine:

Vera - Adolfo Trinca 2010 - All Rights Reserved

a questa:

Risultato finale che va preso soltanto ed uso "didattico"

Procediamo con ordine, la prima cosa da fare è fare una prima selezione dell’area da scontornare ma senza la necessità di essere precisissimi, diciamo una soluzione grossolana.

Leggi tutto “Photoshop CS5: scontornare i capelli”

Rimuovere gli occhi rossi con Photoshop

L’effetto “occhi rossi” che abbiamo visto parecchie volte nelle foto ora è possibile correggerlo con lo strumento Occhi rossi.

Questo fenomeno si presenta quando obiettivo e flash della macchina fotografica sono molto vicini, come nelle macchine compatte, e le condizioni di luce sono scarse. Un esempio (figura 1):

Figura 1

Rimuoviamo questo effetto selezionando lo strumento Occhi rossi che troviamo nel sottomenu dello strumento Pennello correttivo al volo, spostiamoci sull’immagine e tracciamo attorno alla pupilla del soggetto una selezione (figura 2):

Figura 2

Rilasciamo e vedremo la pupilla ritornare nera (figura 3):

Figura 3

In alto, sulla barra delle opzioni, troveremo due metodi per variare il risultato qualora non fossimo soddisfatti. Dimensione pupilla aumenta o diminuisce l’area su cui agisce lo strumento Occhi rossi. Scurisci imposta il fattore di scurimento della correzione. Più il valore è alto più la pupilla tenderà al nero.

Sottoesporre o Sovraesporre ?

Non ho fatto altro che “scoprire” che la vera esposizione, per il digitale, è quella cosi detta “a destra” dove si portano le alte luci sul confine destro dell’istogramma quasi a volerle far sparire. In sostanza non è vero che, per il digitale, sottoesporre leggermente e recuperare poi in camera chiara sia la giusta strategia.

Sapevo che la risposta del sensore è diversa in quanto lineare da quella della pellicola ma non associavo a questo la possibilità/dovere di cambiare strategia di esposizione!

Da che parte state? A destra o a sinistra?

In pratica, come ho accennato prima, il discorso sul fatto che sia meglio, in digitale, sottoesporre per non bruciare le alte luci, recuperando poi in camera chiara con il software sembrerebbe essere una gran cazzata! In realtà la corretta esposizione in “digitale“ (scattando in RAW) è quella che ci permetterà di sovraesporre leggermente l’immagine sino al caso limite di avere la sensazione che le alte luci siano un po’ pelate ma senza che esse lo siano in verità. Ma leggete oltre e capirete.

Leggete la traduzione del documento “Raw Capture, Linear Gamma, and Exposure” di Bruce Fraser; lo trovate in allegato alla fine del post o cliccando sul link precedente.

Bruce, Scozzese, emigrato a S.Francisco, ha effettuato studi sulla visione umana e sulla sua correlazione con la fotografia. E’autore del libro “Real World Camera Raw” pubblicato da “Peachpit Press” nel Agosto 2004.

Forse la differenza più grande tra le riprese fatte su pellicola e le riprese digitali è il modo in cui i due mezzi rispondono alla sollecitazione della luce. La pellicola risponde allo stesso modo dei nostri occhi, il silicio del sensore no.

Se siete intenzionati ad ignorare questa semplice differenza perché di scarso interesse, sappiate che, cosi facendo, perderete l’occasione di conoscere alcune importanti informazioni su come il silicio influenzi, o dovrebbe, il modo di esporre una immagine.

Se esponete in digitale come se foste su pellicola per prima cosa rischierete di non sfruttare a pieno la gamma dinamica offerta dal vostro sensore e di avere una maggiore quantità di disturbo (rumore) alle basse luci.

La pellicola ha una risposta alla luce simile al nostro occhio e cioè non lineare. Molti dei nostri sensi offrono una risposta non lineare per via di un meccanismo di “compressione“ che ci permette di recepire le informazioni esterne senza che esse sovraccarichino i nostri sensi.

Se prendete in mano una pallina da golf e poi ne aggiungete un’altra non vi accorgerete che il peso è raddoppiato. Se si mettono due cucchiaini di zucchero nel caffè al posto di uno, non sentirete il caffè due volte più dolce. Se ascoltate il vostro stereo ad un certo volume e poi ne raddoppiate la potenza non sentirete due volte più forte. Se si raddoppia il numero di fotoni che raggiungono il vostro occhio, noterete un aumento della luminosità, ma non che la scena e due volte più luminosa.

Grazie a questo meccanismo ci permette di lavorare in un rage infinito di stimoli.  I nostri occhi possono passare dall’osservare una stanza buia ad osservar il sole senza che siano sovraccaricati sensorialmente. Questa differenza può raggiungere anche un fattore di differenza pari a 10’000 o più.

Ma i sensori delle nostre fotocamere non seguono il comportamento dell’occhio umano. Essi registrano i fotoni (ndr: la luce) in maniera lineare. Al raddoppio del numero di fotoni che lo colpiscono, si ha un raddoppio del segnale in uscita.

Un'immagine RAW catturata in maniera lineare (senza interventi). Appare evidentemente molto scura, pur contenendo, al suo interno, tutte le informazioni necessarie.
L’istogramma del'immagine ci mostra che la maggior parte delle informazioni si trovano nella parte delle basse luci.
La stessa immagine applicata una curva gamma di correzione.
Questa è la curva gamma applicata. Dopo l’applicazione di questa curva l’istogramma ci mostra come le informazioni siano distribuite in maniera più corretta.

Questo significa che scattando con una fotocamera con una risoluzione di 12 bit avremo a disposizione 4096 livelli (2 12 livelli), quindi il livello 2048 indica che il sensore ha ricevuto la metà dei fotoni del livello 4096.

La “cattura lineare” ha implicazioni importanti per ciò che riguarda l’esposizione. Poniamo che la nostra fotocamera (il suo sensore) abbia una gamma dinamica di 6 stop, la metà dei 4096 livelli (ndr: 2048) sarà dedicata alle alte luci (primo stop), al secondo 1024, al terzo 512, al quarto 256, al quinto 128 ed infine, al sesto, l’ultimo, quello che rappresenta le ombre più scure solo 64 livelli.

Cattura Lineare

Sarai molto tentato di “spegnere” il sole brillante sottoesponendo, ma se lo fate rischiate di sprecare un sacco di bit che la vostra fotocamera potrebbe catturare rischiando in’oltre di introdurre dell’inutile rumore nei mezzi toni e nelle ombre. Se sottoesponete nel tentativo di mantenere i dettagli delle alte luci vi e poi vi rendete conto che dovete schiarire le ombre otterrete, avendo a disposizione soltanto 64 livelli, un rumore esagerato ed un fastidiosissimo effetto posterizzazione.

Una corretta esposizione è importantissima per il digitale cosi come lo è per la pellicola. Per il digitale però una corretta esposizione significa tenere le alte luci il più vicino possibile al limite dell’istogramma ma senza farle uscire fuori. Molti fotografi chiamano questo “Esporre a destra” proprio perché si tende a spostare il più possibile le alte luci sulla destra dell’istogramma.

Si noti che l’istrogramma della vostra macchina fotografica mostra l’istogramma della conversione in JPG della stessa operata dal software della vostra Relfex, la quale ha applicato delle impostazioni preprogrammate allo scopo di far apparire la foto “come se fosse” registrata su pellicola. Questo implica che molti istogrammi mostrano che le luci sono al limite mentre in verità non lo sono.

Guardando l'istogramma della fotocamera avremo soltanto una indicazione generica sull'esposizione.

Ci sono fattori molto più importanti che determinano la buona riuscita dell’esposizione in digitale. La risposta di una fotocamera impostata su ISO 100 può essere più simile a ISO 125 o addirittura ISO 150 (o per qualche problema a ISO 75). Vale la pena spendere un po del vostro tempo per cercare di capire la reale sensibilità della vostra fotocamera alle varie velocità e scoprire cosi quanto il vostro istogramma sia lontano dalla corretta segnalazione del highlight clipping.

Un po di fonti sparse:

2. Understanding Digital Raw Capture
3. LaStampa.it – Capire l’esposizione
4. Sottoesporre o Sovraesporre ? (RAW, Gamma Lineare e corretta Esposizione)

Vi consiglio vivamente di andare a leggere ques’ultimo link dove Guglielmo Braguglia oltre a tradurre anche esso, ma porc ad averlo beccato prima, lo stesso articolo dimostra con degli scatti propri quanto esposto.

TiltShift in un attimo

Più i una anno fà, feci un post su come realizzare l’effetto Tilt Shift con Photoshop. Siccome è palloso e lungo vi propongo una bella alternativa, quella di usare il servizio online offerto da TiltShiftMaker.com

Per prima cosa collegatevi al sito, poi fate l’upload della foto che volete elaborare o caricatene una che avete già su un sito immettendo l’indirizzo della stessa.

Cliccando su “Upload picture” o su “Use this photo” arriverete al centro di comando del tool.

Se le impostazioni di default vi danno già un buon risultato io non toccherei nulla altrimenti giocate un pochino con i vari parametri sino ad ottenere l’effetto voluto e poi cliccate sul pulsante “Get full size” che dopo un momento di elaborazione diverrà “Click here to download your image”. Ovviamente cliccandoci sopra potrete scaricare la vostra bella immagine.

Semplice, no?