Post con tag morte
Ciao e grazie Zio Graziano
25 dic
Due giorni fa mio zio Graziano è morto. Ho molti bei ricordi legati a lui. Era uno di quegli zii che mi sono goduto e vissuto nella fase iniziale della mia vita, quella in cui impari.
Grazie anche a mia Zia Tina che mi ha insegnato cosa vuol dire amare a tutti i costi.
Mi ha detto una cosa che non dimenticherò mai in vita mia.
Dopo 41 anni di matrimonio quello che mi ha detto è: “Me lo sono goduto fino alla fine, anche fosse ‘durato’ altri sei mesi me lo sarei goduto o fissuto fino alla fine…ogni momento!”
Considerate che era molto malato e che molto spesso veniva ospedalizzato per qualche tempo e lei doveva prendere una vagonata di mezzi per andare a trovarlo partendo la mattina e tornando la sera tardi con grandi grandissimi sacrifici.
Alla fine se l’è portato a casa, scegliendo di farlo andare via in mezzo ai propri cari.
GRAZIE
Non so di chi è, aiutatemi a scoprirlo
15 dic
Non venire a piangere sulla mia tomba
Io non sarò là..non sto dormendo.
Sono nei mille venti che soffiano sono nel riflesso di diamante della neve
Sono nei raggi di sole sul grano maturo
Sono nella morbida pioggia d’autunno.
quando ti svegli nel silenzioso mattino io sono il rapido librarsi di uccelli che disegnano anelli nel cielo.
Sono la pallida stella che brilla la notte
Non venire a cercarmi sulla mia tomba
Io non sono là…perché non sono morto.
Ciao carissimo Tu.
21 mag
Non sò quale sia stata la molla che è scattata,
non sò quale volontà abbia mossoi tuoi passi,
non sò quale siano le motivazioni vere della tua morte,
non sò se e chi lasci.
Mi dispiace.
Sei stato soltanto uno sguardo incrociato o in mensa chissa…forse non ci siamo mai visti ma ciao.
Spero che Dio metta da parte le sue regole e ti accetti fra le sue schiere…tu…non avere paura!
Il libero arbitrio
4 feb
Il libero aritrio è alla base della dottrina cattolica. Esso è il più grande dono che Dio ci ha fatto.
Adesso…io dico…Dio ci dà la possibilità anzi ci lascia LIBERI di scegliere se fare del bene o del male, se vivere o se morire, di decidere se e come essere curati e voi…ben pensanti del cazzo vorreste imporre ad Eluana la fine che deve fare?
Rido della vostra stupidità!
Ciò che per Voi o per me è giusto lo è SOLO per Voi o per me e PUO’ ne DEVE valere per gli altri!
Avere la possibilità di decidere anche per gli altri non vuol dire che bisogna farlo! Fatevi i cazzi vostri e lasciate libera la sua famiglia di scegliere secondo coscenza (lei lo ha già fatto tempo fà)!
Queste erano due righe tanto per far capire come la penso. E che sarebbe il caso che si evitassero le morti di chi NON HA SCELTO di morire.
Fotografia: Siamo tutti destinati alla morte – 100 Metri di esistenza
2 feb
“We’re All Gonna Die – 100 meter of existence” ovvero “Stiamo tutti morendo, 100 metri di esistenza”
E’ una foto bellissima a mio parere. Potete scorrere tutti e 100 metri della foto (esattamente 100 metri X 78 cm di altezza) con un comodissimo slider. Trovo l’esperimento fichissimo.
voi che ne dite?
E chi c’ha “i maniglioni antipanico” che fa???
14 nov
Attenti alle maniglie dell’amore:
aumentano il rischio di fine prematura
da il Messaggero.it
ROMA (13 novembre) – Le maniglie dell’amore riconosciute come un vero pericolo per la salute. Uno studio ha dimostrato che le persone con un girovita abbondante aumentano il rischio di una fine prematura rispetto ai coetanei che mantengono una linea migliore.
A parità di peso corporeo, bastano 5 cm in più sul girovita per aumentare del 13-17% la possibilità di una fine prematura. Lo studio condotto su 360mila persone in nove paesi europei, pubblicato sul New England Journal of Medicine invita i medici di famiglia a mettere mano al centimetro per misurare regolarmente i propri pazienti. Il legame tra grasso addominale è salute è ormai definito da molte ricerche, ma il team internazionale – che ha coinvolto anche alcuni studiosi dell’Imperial College di Londra – ha voluto definire con maggiore chiarezza le conseguenze di un girovita extralarge.
Così gli scienziati hanno seguito centinaia di migliaia di persone, in media di 51 anni, per 10 anni, durante i quali 14.723 sono morte. In questo modo si è visto che proprio la misura del girovita aiuta a individuare con molta precisione le persone a più alto rischio di una fine prematura. In particolare, nei casi estremi, gli uomini con più di 119 cm di girovita presentavano un tasso doppio di morte rispetto ai coetanei più esili, sotto gli 80 cm.
Un dato simile si è riscontrato per le donne “over 99 cm”, rispetto a quelle al di sotto dei 64,7 cm. Insomma, le celebri misure del fascino femminile delle dive di qualche anno fa (90-60-90) sembrano indicare non solo canoni di bellezza, ma anche di salute. Non solo, sembra che fra due uomini con lo stesso indice di massa corporea, sia sufficiente una differenza di 5 cm nel girovita per far accumulare a quello con le maniglie dell’amore un 17% di pericoli letali in più (13% nelle donne).
Doppio lavoro senza aiuto…
27 ott
Il Consiglio di Stato: fare la casalinga è un lavoro
di Marco Peruzzi da Ilsole24ore.it
NdM: L’ennesima sentenza nell’Italia che non vede bene le donne che lavorano…
Meditate gente meditate…
Il lavoratore padre può fruire dei riposi per allattamento se la madre non ne ha diritto in quanto casalinga. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato con decisione 4293 depositata in segreteria il 9 settembre scorso, confermando la sentenza con cui il Tar della Toscana aveva riconosciuto il diritto di un dipendente del ministero dell’Interno a vedersi riconosciuti i riposi giornalieri con relativo trattamento economico sino al compimento di un anno di vita delle proprie figlie. Secondo le disposizioni del Dlgs 151/2001, il datore di lavoro deve consentire alle lavoratrici madri, durante il primo anno di vita del bambino, due ore di riposo durante la giornata, riducibili a una sola ora quando l’orario giornaliero è inferiore a sei ore. I riposi sono riconosciuti al padre lavoratore:
a) nel caso in cui i figli siano affidati al solo padre;
b) in alternativa alla madre lavoratrice dipendente che non se ne avvalga;
c) nel caso in cui la madre non sia lavoratrice dipendente;
d) in caso di morte o di grave infermità della madre.
Inoltre, in caso di parto plurimo, i periodi di riposo sono raddoppiati e le ore aggiuntive, rispetto a quelle normalmente previste, possono essere utilizzate anche dal padre quale diritto autonomo.
Io odio gli Omega 3
17 set
Cibo e umore
da bellezza.it
Più serotonina quando ti senti giù! A morte gli Omega3
Che il nostro stato emotivo condizioni le scelte alimentari che facciamo è ormai un fatto risaputo su cui sono state scritte pagine e pagine.
Al contrario, pochi studi ed incompleti sono stati condotti in merito a come l’alimentazione possa influenzare il nostro umore ma, ad oggi, non esistono più dubbi che questo accada continuamente.
Anche quando riteniamo di essere guidati dal gusto personale e da consolidate abitudini ognuno di noi tende dunque ad avvicinarsi inconsciamente a quei cibi che possono modificare in positivo la propria biochimica umorale.
Involontariamente siamo sempre portati a scegliere proprio quei cibi che "funzionano come antidepressivi".
Non a caso sin dagli anni sessanta la depressione è stata messa in relazione anche con la carenza organica di alcuni nutrienti tra i quali la serotonina. L’esempio più classico è quello della cosiddetta depressione stagionale (SAD) nella quale è molto più presente il desiderio, per lo più serale, di dolci e zuccheri in genere. La spiegazione scientifica di questo comportamento ci viene svelata da uno studio condotto dal dipartimento di psichiatria dell’Università di Montreal.
Il deficit di serotonina, che sta alla base della depressione classica, si aggraverebbe con il calo fisiologico serale del neurotrasmettitore costringendo la persona che soffre di depressione stagionale a correggere il difetto abbuffandosi di zuccheri semplici che contengono il "triptofano". Da questo aminoacido le cellule nervose sono infatti in grado di sintetizzare la serotonina.
L’insulina poi, che si attiva quando aumentano i livelli di zucchero presente nel nostro circolo, è in grado di migliorare il grado di permeabilità del triptofano nel cervello. Ne favorisce, in sostanza, l’ingresso nel suo bersaglio diretto.
Possiamo così comprendere come gli zuccheri abbiano molteplici azioni pertinenti con il nostro umore.
Invece degli zuccheri…
Far ricorso ai soli dolci nel tentativo di migliorare il nostro grado di umore non è però la strategia vincente.
Tre sono le diverse e sostanziali motivazioni:
1. l’apporto calorico degli zuccheri implica un aumento di peso, soprattutto in diete ricche di carboidrati.
2. il rischio diabete, una grave ed insidiosissima forma di endocrinopatia.
3. un eccesso di zuccheri semplici indebolisce il sistema immunitario, abbassando le nostre barriere difensive agli agenti esterni ed alla lunga ha ripercussioni negative sull’attività cerebrale.
Imparare a regolare la propria alimentazione "rispolverando" semplici ma dimenticate abitudini comportamentali può, invece, rivelarsi la strategia vincente.
Nei momenti di riduzione del tono dell’umore, quando non si dovrebbe rinunciare ai cibi ricchi di quelle sostanze di cui l’organismo necessita, è consigliabile far ricorso, più che ai dolci, ai carboidrati complessi di pasta e cereali e agli altri alimenti ricchi di serotonina: frutta (avocado, ananas, arachidi, banana, kiwi, noci, prugne) e verdura (pomodori e melanzane).
Ottima misura poi è quella di regolarizzare la nostra funzione intestinale e di adottare delle sane norme comportamentali a tavola.
C’è di più. Quando mangiamo lentamente diamo tempo allo stomaco di assorbire una quota maggiore anche di quei nutrienti che vi transitano più velocemente come gli zuccheri.
A cura del Dr. Alessio Gessati
Lutto per il cicloturismo
5 set
A bordo delle due ruote aveva esplorato le zone più sperdute del mondo
Ucciso in Grecia il pioniere dei cicloturisti
Ian Hibell travolto da un pirata della strada mentre pedalava tra Atene e Salonicco
dal corriere.it
MILANO – E’ stato ucciso da un’auto pirata lungo una strada della Grecia, mentre era in sella alla sua adorata bicicletta. E’ morto così, lo scorso 23 agosto, Ian Hibell, il leggendario cicloturista inglese, che ha passato gli ultimi 40 anni della sua vita a pedalare in giro per il mondo (copriva 6.000 miglia, quasi 10.000 km, l’anno), stabilendo diversi record (si dice sia stato il primo non motorizzato a passare dall’Atraro colombiano al Darien Gap di Panama durante la TransAmerica) e raccontando le sue avventure nel libro «Into the Remote Places», considerato la bibbia per gli amanti del turismo su due ruote.
PIRATA IN FUGA – Stando a quanto racconta il Times, Hibell sarebbe stato investito sulla strada che da Atene porta a Salonicco durante una folle gara di velocità fra due auto. Il conducente del mezzo che ha urtato il cicloturista, morto sul colpo, sarebbe poi scappato, ma alcuni testimoni hanno preso il numero di targa della sua vettura e l’uomo è stato quindi arrestato due giorni più tardi.
DIECI ANNI IN VIAGGIO – Pioniere dei viaggi sulle due ruote in zone quasi ancora inesplorate come l’Antartide e l’Amazzonia, ma anche il deserto del Sahara, famoso nelle isole del Borneo e ben accetto da molte tribù africane, Hibell aveva scoperto la bicicletta durante gli anni Cinquanta, quando era nella RAF, ma era stato nel 1963 che aveva deciso di trasformare la sua passione in qualcosa di duraturo. Così aveva lascato un lavoro sicuro da impiegato a Brixham, nel Devon, per prendersi due anni sabbatici e mettersi a girare il mondo in sella alla sua bici. Ritornò dieci anni dopo, senza più un impiego ma con un bagaglio di esperienze e racconti che lo hanno trasformato in un’autentica leggenda.
FILOSOFIA DI VITA – Una volta Hibell disse: «Spesso un uccello vola verso qualche posto che lo attira. Non so perché lo faccia, ma lo fa comunque». Una frase che divenne la sua filosofia di vita e che lo ha accompagnato anche su quella strada di Grecia dove un’auto assassina ha messo fine ai suoi sogni di libertà.
Nanetto da giardino rapito, fa il giro del mondo e torna a casa
12 ago
La proprietaria: «Storia incredibile, molto divertente»
Nanetto da giardino rapito,
fa il giro del mondo e torna a casa
dal Corriere.it
Scomparso da una casa a Gloucester, è ricomparso con le foto che lo ritraggono in 12 paesi diversi
LONDRA - Questa volta gli autori del furto del nanetto da giardino si sono voluti distinguere: oltre a rapirlo dal giardino della signora Eve Stuart Kelso, a Gloucester, lo hanno portato in giro per il mondo per sette mesi. Poi lo hanno rimesso al suo posto, con a fianco un elegante album rilegato in pelle nera. Dentro 48 foto scattate in tutto il mondo che mostrano il nano viaggiatore, sempre con la stessa inevitabile espressione, assorto ad annusare un fiorellino verde, mentre si cala da una montagna, nuota nel mare, usa la funivia, visita templi o guida una motocicletta.
IL GIRO DEL MONDO – Con il nanetto sono stati restituiti anche i timbri dell’ufficio di immigrazione di tutti i posti in cui è stato, tra cui Sudafrica, Swaziland, Mozambico, Nuova Zelanda, Australia, Singapore, Thailandia, Cambogia, Vietnam, Cina, Hong Kong e Laos.
LA PROPRIETARIA: «STORIA INCREDIBILE» – «Mi è sembrato molto divertente. Mi ha fatto ridere vedere tutte le persone che ha incontrato durante i suo viaggio", ha commentato la proprietaria Eve, nonna di tre nipotini. «E’ stata una sorpresa stupenda. La storia è veramente incredibile».
DAL CINEMA ALLA REALTA’ – La storia ricorda il film «Il favoloso mondo di Amelie» in cui l’incantevole protagonista Audrey Tautou affida a un’amica hostess il compito di portare in giro per il mondo il nanetto sottratto al giardino del padre, per spingere il genitore a uscire di casa dopo la morte della moglie.
N.b.: dopo il ricongiungimento sembra si sia organizzata una festa in onore del nano ritrovato. Biacaneve e tutti gli altri ringraziano! (VM18)

15 spose per 7 asinelli
6 giu
SCANDALO
Pakistan, un patto tra clan rivali per la consegna di 15 spose bambine
Il prezzo per la fine di una sanguinosa faida con 19 morti

dal corriere.it
Un cane appartenente alla tribù dei Chakranis viene ucciso a fucilate dal clan rivale dei Qalandaris perché se ne sta accucciato troppo vicino al loro pozzo. Siamo nel Balucistan, una delle province più selvagge delle cosiddette «regioni tribali» pakistane al confine con l’Afghanistan, nel cuore profondo della «pashtunland ». Qui da sempre vale la legge del taglione, l’occhio per occhio sostituisce immancabilmente l’assenza dello Stato. E infatti i Chakranis non ci pensano sopra due volte: qualcuno dei loro giovani imbraccia a sua volta l’arma e la scarica a bruciapelo contro un asinello dei Qalandaris. Basta poco per innescare la faida, dagli animali si passa subito agli uomini. In pochi mesi la somma dei morti delle due parti arriva a 19, tra cui 5 donne. E sarebbe andata avanti così, vittima dopo vittima, se verso la fine del 2002 non fosse intervenuto un notabile riverito in tutta l’area come Nawab Khan Bugti (più tardi ucciso dall’esercito pakistano che, con il sostegno Usa, da queste parti dà la caccia a chi fornisce rifugio ai talebani) per pacificare la tensione con il sistema più antico che offre la tradizione tribale: la consegna di un numero di bambine destinate in sposa agli uomini, spesso già avanti negli anni, del clan rivale. 
Chi deve dare, e a chi? Una volta intesi sul principio della mediazione, è la jirga (il consiglio degli anziani) che riunisce i notabili delle due parti sotto un leader autorevole e stabilisce il verdetto. Così, prima della sua morte, Nawab Khan Bugti sentenziò che i Chakranis (che oltretutto sono legati al clan più importante dei Bugti) avrebbero dovuto consegnare ben 15 bambine ai Qalandaris. Ci sono voluti poi oltre 5 anni per circostanziare il «prezzo». Sembra tra l’altro siano state pagate anche alcune somme di denaro alle famiglie delle vittime. E venerdì scorso infine i termini dell’accordo sono stati resi noti: la tregua del dicembre 2002 diventerà presto pace. Nulla di strano, sono pratiche ben diffuse tra Afghanistan e Pakistan, da Kandahar a Karachi. Se non fosse che in questo caso la notizia è stata pubblicata sui media di Peshawar e rilanciata dalle organizzazioni della società civile pakistana, che negli ultimi anni si sono fatte sempre più aggressive.
«Barbarie in nome della tradizione, molti settori della nostra società sono dominati dal Medioevo », accusava a inizio settimana l’editoriale del quotidiano nazionale in lingua inglese Dawn.
«Ho subito contattato le autorità del Balucistan, sono anche riuscita a parlare con il padre di tre bambine che dovranno essere consegnate ad altrettanti mariti, i quali facilmente hanno ben più di cinquant’anni. Mi ha detto che le sue figlie hanno meno di dieci anni, la più piccola è nata solo tre giorni fa», ci spiega per telefono da Islamabad Samar Minallah, direttrice di Swara, l’organizzazione da lei fondata nel 2003 con l’obbiettivo preciso di salvare le piccole vergini promesse in pegno. «Ma ho trovato il muro di gomma. Persino a Islamabad le autorità ci fanno tante promesse, senza mantenerne neppure una. La polizia del Balucistan mi dice che il caso rientra nella giurisdizione del Sindh. E qui mi rimandano al Balucistan », aggiunge. Il nuovo ministro dell’Informazione, la combattiva Sherry Rachman del Partito Popolare, che fu tra l’altro portavoce di Benazir Bhutto, promette che i «trafficanti di bambine verranno arrestati». Eppure anche Asma Jahanagir, nota attivista per la difesa dei diritti umani, denuncia «la vuota retorica del governo».
«In effetti, le autorità locali fanno il bello ed il cattivo tempo. Non obbediscono allo Stato centrale, specie quando si tratta di scegliere tra la coesistenza con i potenti capi clan nelle zone dove governano e invece le direttive che arrivano da Islamabad», aggiunge. «La verità è che siamo nel mezzo di una vera crisi di governo. Il patto tra il Partito Popolare guidato dal vedovo di Benazir Bhutto, Asif Ali Zardari, e la Lega Islamica di Nawaz Sharif non tiene. E nessuno ha il coraggio di sfidare apertamente i leader tribali», aggiunge scoraggiata la Minallah.
Fu lei a denunciare con forza nel 2002 la tradizione che in lingua pashtun è chiamata appunto Swara,
letteralmente: «partire in groppa all’asino », così come la bambine venivano consegnate ai «promessi sposi » del clan rivale. Nata a Peshawar da una famiglia facoltosa, ha potuto studiare a Londra, il fratello è quello stesso Athar Minallah che nel 2007 ha condotto le manifestazioni degli avvocati in difesa del presidente dell’Alta Corte di Giustizia, Iftikhar Chaudry: uno dei primi giudici che accettò di intervenire in difesa delle «bambine-mogli». Così Samar nascose una telecamera portatile sotto il burqa e iniziò a visitare i villaggi delle province più remote del Pakistan. Parlò con le famiglie delle bambine, incontrò i leader delle assemblee degli anziani. Il suo film è stato più volte premiato alle Nazioni Unite e in diversi festival. «Scoprii allora che quest’usanza assolutamente barbara, inumana, era ben nota per esempio anche nel Punjab, dove viene chiamata "Vanni", che può essere tradotta come "prendere la bambina per il polso". Nel Balucistan la chiamano invece "Erjaii": data in compenso». In 5 anni di attività ha documentato e denunciato i casi di una sessantina di bambine-vittime, quasi tutte sotto i 10 anni di età.
«Dal gennaio 2008 ne abbiamo individuate almeno 13. Ma sappiamo che il loro numero reale è molto più alto. Spesso è difficile capire il fenomeno, poiché i matrimoni combinati dalle famiglie in questa parte del mondo sono la regola».
Lorenzo Cremonesi
In vino cardias
6 giu
I vantaggi del vino rosso

da le scienze espresso
Negli animali in regime di restrizione dietetica il 90 per cento di questi geni cardiaci subisce un’alterazione nel profilo di espressione, mentre basse dosi di resveratrolo inibiscono le variazioni legate all’età nel 92 per cento dei casi Per quale motivo in Francia si registra una bassa prevalenza di malattie cardiovascolari nonostante il notevole consumo di grassi saturi di derivazione animale?
Al ben noto paradosso francese, nel corso degli anni, sono state date alcune risposte, tutte connesse al consumo di vino rosso e di altre bevande alcoliche. L’ultima in ordine di tempo è apparsa ora sulla rivista online ad accesso libero PLoS ONE a firma di un gruppo di ricercatori dell’Università del Wisconsin a Madison, che puntano l’attenzione sul resveratrolo, un composto contenuto nel vino, così come nell’uva, nel melograno e in altri vegetali.
Secondo i risultati dello studio, effettuato su topi di mezza età, il resveratrolo a basso dosaggio avrebbe un’influenza ad ampio spettro sull’organismo degli animali, poiché interviene sui processi di invecchiamento, con una protezione particolare nei confronti del cuore.
Si è riscontrato che il composto imita gli effetti della restrizione calorica, la diminuzione delle calorie del 20-30 per cento che numerosi studi hanno dimostrato essere correlata a una maggiore longevità dei modelli animali. 
Le conclusioni vanno così a conferma di precedenti ricerche che hanno mostrato come il consumo di resveratrolo in alte dosi sia in grado di prolungare la vita negli invertebrati e prevenga la morte prematura in topi in regime di dieta ipercalorica.
"Il resveratrolo è attivo anche in dosi molto inferiori a quelle precedentemente individuate come efficaci e riproduce, a livello dell’espressione genica, una significativa parte del profilo di restrizione calorica”, ha spiegato Tomas Prolla, docente di genetica della UW-Madison e autore senior dell’articolo.
Il gruppo ha indagato l’influenza del resveratrolo su cuore, muscoli e cervello studiando le variazioni nell’espressione genica nei tessuti relativi. Con l’avanzare dell’età dei topi, l’espressione genica nei differenti tessuti dell’organismo varia a seconda che i geni siano attivi o meno.
Nel caso del tessuto cardiaco, per esempio, ci sono almeno 1029 geni le cui funzioni cambiano con l’età ed è ben noto come la funzionalità dell’organo diminuisca con l’invecchiamento. Negli animali in regime di restrizione dietetica il 90 per cento di questi geni cardiaci subisce un’alterazione nel profilo di espressione, mentre basse dosi di resveratrolo inibiscono le variazioni legate all’età nel 92 per cento dei casi. (fc)
Occhio non vede Allah non vuole
3 giu
L’episodio in Pakistan. Il maestro, autore dell’omicidio, è già stato arrestato
Non sa il Corano, il maestro lo uccide
Atif, 7 anni, cieco dalla nascita, è stato prima appeso a testa in giù a un ventilatore, poi bastonato

dal corriere.it
ISLAMABAD (Pakistan) – Un bambino cieco di 7 anni, Mohammad Atif, è morto lunedì in una madrassa pachistana. La sua colpa: non aver imparato a memoria alcuni versetti del Corano.
Il papà, un bracciante nel paese di Vehari, zona di campi di cotone nella provincia orientale pachistana del Punjab, lo aveva iscritto 8 mesi fa in una madrassa, una scuola religiosa. Ma il maestro, Maulvi Ziauddin, ha scoperto che Mohammed non aveva memorizzato alcuni passi del Corano. Mercoledì scorso, per punirlo lo ha appeso a testa in giù al ventilatore del soffitto. Una volta liberato, Mohammad piangeva e allora il maestro lo ha picchiato con un bastone per farlo tacere. Il giorno dopo, il bambino è stato trovato morto nella stanza di Ziauddin, che si era dileguato.
Gli altri studenti e la famiglia hanno raccontato la storia alla stampa. Il cugino della vittima, Mohammad Amir, ha detto che, dopo essere stato slegato, il bambino «era isterico e gridava. Il maestro lo ha picchiato col suo bastone e Atif si è zittito. Poi lo ha fatto distendere in un’altra stanza e ha messo un lucchetto alla porta. Giovedì sera, mi ha dato la chiave del lucchetto e se n’è andato. Quando ho aperto la porta, ho trovato Atif morto». La causa: violenze fisiche e soffocamento secondo l’autopsia. Il bambino, cieco dalla nascita, era già stato picchiato dal maestro con un bastone di ferro. Ma i genitori lo avevano curato e poi rimandato a scuola, nella speranza che diventasse un mullah un giorno.
Ziauddin, catturato giovedì sera dalla polizia, ha confessato di aver picchiato il bambino e di averlo legato e tenuto appeso per mezz’ora. Aveva punito altri ragazzi in passato, ha aggiunto. A suo dire, Mohammad era troppo fragile. Il premier Yusuf Raza Gilani ha ordinato un’inchiesta e il maestro sarà processato per omicidio. Ma agli occhi di alcuni pachistani, attenti osservatori della società, la morte del bambino non è una sorpresa. «Le punizioni fisiche sono sistematiche nelle scuole religiose», dice al telefono da Karachi Abdul Waheed Khan, fondatore della «Bright Educational Society», istituto che si occupa di formazione degli insegnanti, che ha convinto 350 madrasse a insegnare anche materie come scienze e inglese oltre al Corano. «È un problema presente anche nelle scuole statali, ma in misura assai minore», aggiunge. Nel 1990, Khan ha lavorato in una madrassa per un anno per capire come funzionano. «Che vita è questa per i bambini? — disse dopo l’esperienza — Non potevano giocare. Ho visto abusi sessuali e stupri. Apprendevano da insegnanti senza alcuna preparazione».
Secondo stime ufficiali le madrasse in Pakistan sono 13.000 e contano 2 milioni di studenti. Accusate d’essere il punto di contatto tra la popolazione e i gruppi islamici estremisti, sono però anche una risposta alla carenza di scuole pubbliche, soprattutto nelle campagne. Gratuite, offrono alloggio ai bambini poveri. Nel 2002 il governo lanciò un programma per modernizzarle, includere altre materie oltre alla religione, stabilire standard educativi. Ma è stato sospeso. «Ci sono stati due o tre casi di violenze nelle madrasse negli ultimi mesi, in uno dei quali si trattava di abusi sessuali», dice Munizeh Zuberi, giornalista di Dawn, quotidiano pachistano in inglese. «Le madrasse non sono regolate in alcun modo dallo Stato — aggiunge —. Gli insegnanti, a parte il Corano, non hanno alcuna preparazione. Pensano che le punizioni fisiche siano normali perché anche loro sono stati educati così». Khan però afferma che gli abusi sui bambini in Pakistan sono un problema sociale diffuso anche al di fuori delle madrasse. Un rapporto dell’associazione «Lawyers for Human Rights and Legal Aid» osserva che sono stati denunciati 1.595 casi di violenze su minori nel 2007 e punta il dito contro le autorità, che non fanno applicare le leggi, e la mancanza di una cultura sui diritti dei bambini. «Quei casi sono solo la punta dell’iceberg — ha osservato il direttore Zia Awan —. L’80% non vengono denunciati».
Chi si sente a rischio bulimia?
22 apr
Esce in Italia "L’Orgasmografo", racconto dello scrittore messicano
Nel 2084 una donna si ribella a un’esistenza dove andare a letto è un obbligo .Se la sessualità ti scandisce la vita Futuro da incubo secondo Serna
L’autore: "Più che fantascienza, una deformazione mostruosa e tragicomica della realtà"
di SILVANA MAZZOCCHI da repubblica.it

Le dittature sono sempre feroci. Ma cosa potrebbe succedere se, in un futuro neanche tanto lontano, un regime totalitario fosse in grado di controllare anche la nostra vita sessuale, cancellando di fatto quella affettiva?
Nell’anno 2084 accade e l’oligarchia al potere monitorizza per via cibernetica tutti i cittadini ed esige da loro un consistente numero di orgasmi alla settimana, il minimo per ottenere la quota individuale dei beni necessari, comunque razionati. Chi trasgredisce paga. Come succede a Laura, giovane vergine che ha manomesso il suo orgasmografo per sottrarsi al delirio, e che diventa la vittima-eroina di una favola fantasessuale che fonde umore nero e acuta osservazione della natura umana.
L’orgasmografo, in libreria a maggio, è il primo di sette racconti pubblicati per Voland da Enrique Serna, autore di saggi e romanzi, nato in Messico ma residente in Spagna e scrittore molto apprezzato nel suo paese. Conosciuto e tradotto in mezza Europa, Serna è anche presente nell’antologia curata da Gabriel Garcia Marquez che raccoglie i nove migliori racconti messicani del ’900. La sua scrittura è ricca e tagliente. Il suo modo di raccontare restituisce, attraverso il grottesco, l’essenza nascosta dell’essere umano.
L’orgasmografo paventa un futuribile da incubo, lo crede davvero possibile?
"Non so se l’incubo del mio racconto possa trasformarsi in realtà. Credo però che l’ossessione per la prestanza sessuale potrebbe facilmente diventare un imperativo morale tirannico, come dimostra il consumo di viagra tra i giovani d’oggi. Stiamo ponendo troppe aspettative nel letto, e questo potrebbe generare una morale autoritaria molto simile a quella che tentò di opporsi alla rivoluzione sessuale del ’68. ‘L’orgasmografo’ è un racconto ambientato nel futuro, su un regime totalitario che trasforma il piacere sessuale in un dovere imposto attraverso il terrore, con castighi terribili per i trasgressori. Per la sua deformazione mostruosa della realtà, questo racconto appartiene più all’estetica dell’assurdo che alla fantascienza. Io ho cercato di abbozzare solo un’antiutopia tragicomica".
Il suo libro raccoglie sette racconti. C’un filo che li lega tutti?
"Il comune denominatore è la tendenza dell’essere umano a fabbricarsi delle carceri immaginarie per paura della libertà. L’idea di scriverlo è nata quando ho visto i disegni delle Carceri, di Piranesi. Si suppone che l’immaginazione serva per dare le ali allo spirito. Invece i miei personaggi, come molte persone nel mondo contemporaneo, la usano per chiudersi in complesse carceri psicologiche: la prigione del sesso meccanico e disumanizzato, la prigione della solitudine, la prigione del successo, la prigione della letteratura onanista, sprofondata nella contemplazione del linguaggio".
Sono racconti crudeli e tuttavia venati di umorismo. E’ possibile conciliare il lato oscuro della natura umana e l’ironia?
"Si, è possibile, e così hanno fatto i grandi e crudeli umoristi della storia, da Villiers de L’Isle Adam fino al cubano Virgilio Piñera. L’humour nero ha una funzione analgesica, perché ci permette di ridere delle tragedie quotidiane che potrebbero distruggerci. Per questo in Messico noi scherziamo sempre sulla morte: è il nostro modo di neutralizzarla".
Lei ha scritto saggi, romanzi e racconti. Quale è la foma letteraria che preferisce?
"Il racconto è un genere più difficile, perché non permette nessuna digressione. In un racconto non può esserci niente in più, mentre il romanzo è un grande oceano dove a volte possono entrare frammenti superflui. Per questo per me, scrivere un buon libro di racconti è una sfida più grande che scrivere un romanzo".
Enrique Serna
L’Orgasmografo
Traduzione di Raul Shenardi
Voland
Pag 192, euro 14
(22 aprile 2008)
Vitti ‘na crozza sopra nu secchione
3 mar
"Biùtiful cauntri" racconta la tragica vita quotidiana in quell’area del Napoletano stretta tra discariche fuori norma e un oceano di rifiuti tossici gettati della camorra
Campania, cuore di tenebra d’Italia
in sala il docufilm-shock sui rifiuti
Sullo schermo il dolore delle vittime: dagli allevatori di pecore uccise dalla diossina ai bimbi rom che vivono nella monnezza. "Ma il vero delitto è dire che lì non si muore"
di CLAUDIA MORGOGLIONE da repubblica.it

Una scena del film
ROMA – "Ci stanno facendo morire come le pecore. Lentamente". Siamo ad Acerra, pochi chilometri da Napoli, ex zona lussureggiante della Campania Felix, ora cuore dell’emergenza ambientale. A parlare è un allevatore i cui capi sono condannati all’abbattimento, tutti con tassi di diossina intollerabili. E non sono gli unici esseri viventi ad apparire senza scampo. Con loro, come loro – respirano la stessa aria contaminata dai rifiuti tossici, si nutrono degli stessi prodotti della terra avvelenati – gli uomini, le donne e i bambini che, finora, se ne sono presi cura.
Benvenuti, allora, nel cuore di tenebra d’Italia. Nella Regione dell’emergenza rifiuti urbani, così come del business sempre più prospero di rifiuti nocivi; delle ecoballe intrattabili (troppo piene di sostanze tossiche per poter essere incenerite) accumulate in 35 milioni di metri quadrati di spazio; dei campi rom costruti sulle discariche illecite della camorra; dei cittadini che sanno di essere probabilmente condannati a morte prematura; di quelli che si rassegnano, e di quelli che combattono con un’energia e una competenza inesauribili. Benvenuti, insomma, nel triangolo della morte – Villaricca/Giugliano/Acerra, nell’hinterland partenopeo – raccontato in un documentario giù cult: Biùtiful cauntri. Pronuncia all’inglese, e ortografia italiana, per nominare il Belpaese. Il nostro. Dove tutto questo accade.
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Scritto e diretto dalla montatrice Esmeralda Calabria, dal regista Andrea D’Ambrosio e dall’esperto di Legambiente Peppe Ruggiero, presentato con successo al Festival di Torino targato Nanni Moretti (ottenendo una menzione speciale), definito da Roberto Saviano uno strumento utilissimo per comprendere il disastro campano, il docufilm approda adesso nelle nostre sale. Grazie alla volontà di rischiare del produttore Lionello Cerri, e sull’onda dell’attualità – basta pensare al recentissimo rinvio a giudizio di Antonio Bassolino.
Risultato: un film potente, intenso e sconvolgente. Da vedere, in primo luogo, per essere informati su una situazione così grave. Negli 83 minuti di pellicola, infatti, anche uno spettatore non particolarmente addentro alla vicenda può capire vastità e cause dell’emergenza. Il fallimento totale del ciclo dei rifiuti, con la società vincitrice d’appalto nella Regione (l’Impregilo della famiglia Romiti) che non ha saputo creare impianti a norma, e si è limitata a confezionare ecoballe. Ora accumulate a Giugliano, a poca distanza dai piccoli coltivatori di fragole e alberi da frutta.
E poi c’è il fiorire del business della camorra, con le oltre 1.200 discariche abusive (e sono solo quelle censite), tutte stracolme di rifiuti tossico-nocivi. Ci sono ad Acerra (dove a complicare la situazione ci sono anche i danni provocati da un ex stabilimento Montefibre), a un passo dagli allevatori di bestiame; a Villaricca, accanto alla discarica legale (poi chiusa perché non a norma); a Lago Patria, dove pascolano le bufale della celebre mozzarella. Il film fa ascoltare anche alcune intercettazioni telefoniche, in cui si sentono intermediari delle imprese del centronord che si mettono daccordo con gli imprenditori della camorra, per i trasporti e lo scarico di camion con rifiuti tossici: trasformando questa e altre aree campane nella cloaca d’Italia.
Ma non c’è solo l’aspetto di informazione, a rendere unico Biùtiful Cauntri. A colpire lo spettatore sono, ancora di più, i volti e le voci delle vittime di questa catastrofe ambientale: gli allevatori, che piangono guardando le loro pecore abbattute; i bambini di un grande campo rom, che vivono letteralmente tra i rifiuti (come i loro coetanei africani che si vedono in un altro documentario attualmente nelle sale, Forse Dio è malato); e cittadini-eroi come l’educatore ambientale Raffaele Del Giudice. Un uomo che non si arrende, che denuncia continuamente discariche illegali e impianti legali non a norma. E che oggi, alla conferenza stampa di presentazione del film, ricorda anche le minacce della camorra: "Non quelle de visu, ma quelle che si sentono nell’aria che si respira, nel recinto in cui ti chiudono".
Eppure, al di là della scontata immoralità dei clan, a colpire di più sono altri due aspetti. Primo: la follia delle imprese italiane, che pur di risparmiare accettano di smaltire in questo modo i loro scarti. Secondo, la totale assenza o la colpevole incompetenza delle istituzioni: "Quando funzionari dello Stato o autorità dicono lì non si muore di diossina – dichiara Andrea D’Ambrosio, uno dei registi – commettono un vero e proprio delitto. Un atto di terrorismo". "E tutto questo accade qui in Italia, non solo in Africa", sottolinea Peppe Ruggiero. In un’Italia che forse, come spiega la Calabria, "i nostri registi, e non solo quelli di documentari, dovrebbero provare a raccontare un po’ di più".
(3 marzo 2008)

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