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Open space
27 mar
Poca privacy e troppe distrazioni, tutto il caos degli open space
Trilli di telefoni e chiacchiere tra colleghi sono le sorgenti di rumore che disturbano di più. E sempre più spesso si è distratti. I risultati di uno studio del Politecnico di Bari negli ambienti di lavoro di impiegati amministrativi, programmatori informatici e ricercatori.
di FEDERICO PACE da repubblica.it
Senza privacy, continuamente distratti, in attesa di un silenzio che non arriva mai. Si sta negli uffici, come passeri sullo stesso ramo di un albero. Vicini gli uni agli altri. Troppo vicini. Ciascuno può guardare nello schermo dell’altro, ciascuno può ascoltare quello che l’altro dice al telefono. Di privacy non se ne parla neppure più. Se qualcuno prova a dire qualcosa per difendere la propria privacy uditiva o visuale è come discutere di fresca brezza nel deserto. Si pensa quasi che ci si voglia nascondere per non fare nulla. Le cose però sono ben diverse. In questi hangar moderni, in questi meravigliosi open space, quello che non si riesce proprio a fare è concentrarsi. C’è sempre qualcuno che dice qualcosa, una telefonata che arriva per qualcuno o un cellulare che squilla o trema con il suo piccolo corpo ansimante sulla scrivania del collega. Senza dire dell’insidioso contagio emotivo che, secondo recenti studi statunitensi, caratterizza questi luoghi aperti.
Ma quali sono le fonti maggiori di disturbo? Telefonate e discussioni. Sono queste le sorgenti di rumore che più di altre danneggiano le attività quotidiane nei moderni ambienti di lavoro. A dirlo è la ricerca realizzata dal dipartimento di Fisica tecnica del Politecnico di Bari, pubblicata sulla rivista "La Medicina del Lavoro", che ha preso in esame 85 luoghi di lavoro e ne ha analizzato il rumore e il grado di disturbo arrecato sugli occupanti e sulle attività svolte. Tra le tipologie di lavoratori coinvolti ci sono soprattutto persone che svolgono attività amministrative (il 69 per cento), programmazione informatica (il 16 per cento) e attività di ricerca (il 15 per cento). Insomma una buona parte dei lavoratori del mondo dei servizi. 
Ebbene, nel 31 per cento dei casi la principale causa di disturbo arriva proprio dalle parole pronunciate con noncuranza o a volume troppo elevato (vedi tabella). Si tratta di colloqui di lavoro, di scambi di idee, o anche di discussioni agitate. Tutte cose che tolgono concentrazione a chi a quella discussione non ha alcuna necessità di partecipare.
Altrettanto invasivo si presenta il telefono. Più di un quarto (il 27 per cento) dei lavoratori ha detto di venire disturbato dal mezzo di comunicazione per eccellenza. Tanto più che ora l’invasione di suonerie personalizzate e rumorini originali rende le scrivanie un vero e proprio pullulare di rumori, vibrazioni e suoni che non fanno che privarci di quell’attimo di silenzio che precede sempre una buona idea o un pensiero che sia almeno sensato.
Più confortevoli invece i dati relativi agli impianti di condizionamento che sembrano essere piuttosto silenziosi. Solo il 15 per cento li ha indicati come fonte di disturbo. Seguono le macchine da ufficio (il 13 per cento) e i rumori provenienti dall’esterno (13 per cento).
“Per difendersi dalle parole pronunciate spesso ad alta voce – ci ha detto Ettore Cirillo, docente del Politecnico di Bari e autore dell’indagine (leggi l’intervista integrale) – molti arrivano ad alzare i rumori di fondo. Musica o qualsiasi altro si tratti”. Lo studio ha individuato anche i parametri oggettivi più idonei a caratterizzare il disturbo soggettivo provocato dal rumore.
“Esistono dei rumori particolarmente intensi – prosegue Cirillo – che si riscontano negli ambienti industriali, presi in considerazione dal legislatore che li ha sottoposti a normativa dal 1991. Sono rumori che producono un danno specifico a danno dell’udito. Ma ci sono anche tutta una serie di rumori di livello più basso che rientrano nei nostri ambienti di ufficio che danno fastidio e producono effetti di stress e riducono l’efficienza del lavoro.” Effetti che spesso vengono sottovalutati.
In una recente indagine realizzata dalla Gallup un impiegato su tre ha detto che il rumore disturba frequentemente il lavoro ed è tra chi è infastidito dal rumore che c’è la minore percentuale di persone soddisfatte di quello che fa. Anche perché molti di loro dicono che la loro opinione, ai fini organizzativi, non conta per nulla.
E allora? Si ripropone forse il dilemma che divide i lavoratori tra quelli che preferiscono gli open space e quelli che prediligono gli uffici mono-stanza o cubicolari? Forse no. Tanto che secondo molte indagini oltre otto impiegati su dieci dicono di avere bisogno di potere vedere oltre il proprio ufficio e che le quattro mura non gli fanno affatto piacere. Allora, forse il vero dilemma non è tra open space e closed office, ma piuttosto tra un open space efficace e un open space inefficace. Si tratta quindi di capire se le imprese quando predispongono i nuovi spazi a pianta aperta fanno davvero tutto per fare sì che i pregi di queste modalità logistiche siano davvero sfruttate al meglio.
Che possa bastare poco lo conferma un recente studio ("The effects of window proximity, partition height, and gender on perceptions of open-plan offices") che verrà pubblicato sul numero della rivista specializzata Journal of Enviromental Psychology. Gli autori dell’indagine hanno misurato la soddisfazione dei lavoratori di due diverse aziende con sede nello stesso edificio e si sono accorti che, seppure chi lavora negli open space lamenta un assenza di privacy acustica e visuale che causa un elevato numero di distrazioni e interruzioni indesiderate, chi lavora vicino a una finestra risente meno degli aspetti negativi dell’open space. Ancor più soddisfatti quegli impiegati che, oltre a una finestra, hanno anche un separatore mobile alto circa un metro e quaranta centimetri. In questo modo infatti hanno un buon livello di privacy acustica e visiva e minimizzano le distrazioni e le interruzioni. Alle volte, per lavorare meglio può bastare anche una finestra da cui guardare. E’ troppo?
L’ESPERTO:
"Si fa troppo poco per valutare questi disturbi"
Attenti al vostro PC…
15 mar
Disturbi da computer
da dica33.it
Anche ragioni psicologiche contribuirebbero alla comparsa di malattie e disturbi muscolo scheletrici sul lavoro. Questa è almeno la conclusione cui sono giunti ricercatori britannici dopo uno studio condotto su circa 2000 soggetti, uomini e donne, tra i 18 e i 65 anni. I disturbi considerati, noti come RSI (Repetitive Strain Injuries), colpiscono tessuti corporei quali muscoli, tendini e nervi delle mani e delle braccia di lavoratori e lavoratrici impegnati nei diversi settori produttivi e addetti a lavori pesanti, monotoni, ripetitivi. Si tratta di tendiniti, tenosinoviti e Sindrome del Tunnel Carpale, cui spesso sono associati anche mal di schiena e patologie della colonna vertebrale, tipici di chi come imballatori, addetti a catene di montaggio o musicisti sforzano a lungo sempre gli stessi muscoli. Oggi peraltro con l’uso sempre più diffuso del computer per lavorare, questi disturbi vanno diffondendosi velocemente anche tra gli utenti informatici, con inevitabili complicazioni a carico della vista.
Le cause fisiche e psicologiche
Due sono le principali correnti di pensiero riguardo alle cause di questi fenomeni: quella più recente identifica la ragione principale nella somatizzazione, una condizione per la quale uno stress psicologico forte produce sintomi fisici. Gli studi recenti , cui abbiamo accennato in apertura, infatti portano ad una nuova prospettiva: l’esistenza di una relazione tra stress e insoddisfazione sul lavoro e un più alto rischio di RSI. Se cioè i rapporti con i colleghi e i responsabili sul lavoro non sono ideali (il cosidetto mobbing) e si vive in una situazione di alto stress, aumenta il rischio di dolori associati alla ripetizione di movimenti sempre uguali. Una strettissima relazione mente-corpo tutta da approfondire ma comunque attestata dai risultati sperimentali. La maggior parte dei medici ritengono invece che questi disturbi siano, in prevalenza, indotti da motivazioni fisiche ossia i movimenti rapidi e ripetitivi delle braccia e delle dita per tempi di lavoro prolungati. È noto infatti- come confermano i dati dell’OSHA (ente governativo americano per la sicurezza e la salute sul lavoro)- che lavorare a lungo al computer sottopone alcuni muscoli ed articolazioni a posture fisse mentre i muscoli delle mani e delle braccia si muovono incessantemente.
Queste tensioni muscolari impediscono il normale afflusso di sangue ai tessuti biologici (muscoli, tendini, nervi, dischi intervertebrali). Le cellule non ricevono ossigeno e nutrimento a sufficienza e non riescono a smaltire le sostanze di rifiuto: nel tempo tutto ciò può causare prima delle micro-lesioni, poi lesioni maggiori con dolori, infiammazione dei tendini, compressione dei nervi ed in alcuni casi lunghi periodi di invalidità.
Alcune disfunzioni fisiche – diabete, peso eccessivo, artrite, ipertensione, fumo e gravidanza – ed attività extra-lavorative, aumentano il rischio di questi disturbi – tendiniti, tenosinoviti (infiammazione delle guaine dei nervi) e Sindrome da Tunnel Carpal.ite. Abitudini di lavoro corrette ed una pratica regolare di esercizi fisici sono la migliore forma di prevenzione. Può essere utile così ridurre i movimenti rapidi e ripetitivi prolungati, tenere gli avambracci paralleli al pavimento e ben appoggiati al tavolo o infine mantenere polsi distesi e dritti nella digitazione.
Le terapie più comuni
Dal punto di vista terapeutico è buona norma adottare nel posto di lavoro una serie di accorgimenti, mirati a ridurre i rischi sia per l’apparato muscolo-scheletrico sia per quello visivo. I consigli più frequenti sono: scegliere attrezzature ergonomiche cioè adattabili alle proprie esigenze, adottare una postura rilassata: il tronco sullo schienale tra 90 e 110°, variare spesso la posizione del corpo, effettuare delle pause brevi ma frequenti, variare le attività nel corso della giornata, regolare con cura la posizione, l’altezza e la distanza del monitor; per quel che riguarda gli occhi è opportuno: schermare finestre con tende ergonomiche adeguate al lavoro al PC, schermare e ridurre luci artificiali, usare lampada da tavolo, disporre il monitor perpendicolare alle fonti luminose, inclinarlo per eliminare eventuali riflessi, collocare monitor e documenti alla stessa distanza dagli occhi il più lontano possibile purché siano leggibili, regolare contrasto, luminosità e caratteri del monitor, ammiccare spesso e fissare oggetti o persone lontani, pulire periodicamente monitor e schermi antiriflessi se presente, infine rinnovare l’aria del locale di lavoro. Nel caso però in cui i disturbi abbiano "preso il sopravvento" la soluzione ideale, dopo accurata visita medica, è stabilire un programma di riabilitazione fisica mirato a ridare alla muscolatura di braccia, schiena e collo, forza, resistenza e flessibilità. Qualora questo tipo di terapia non funzionasse è sempre valido il ricorso ad antiinfiammatori- aspirina, diclofenac, ibuprofene tra i più comuni- o come ultima ratio anche ad iniezioni cortisoniche cui ricorrere con le dovute precauzioni. L’intervento chirurgico è particolarmente utilizzato nella Sindrome del Tunnel Carpale e può essere effettuato tramite un incisione o in alternativa ricorrendo alla tecnica endoscopica. Non vanno trascurate infine una serie di terapie opzionali come: agopuntura, chiropratica e massaggi, dalle differenti caratteristiche e adattabili alle esigenze di ciascuno.
Gli RSI sono disturbi complessi e di non facile soluzione con un unico metodo, l’approccio multifattoriale, sia psicosociale sia ergonomico, sembra perciò essere quello ideale sia nella prevenzione che nella riabilitazione di questi disturbi.
Marco Malagutti



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