Ansel Adams ed il sistema zonale

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Oggi vi voglio segnalare l’ottimo ed interessantissimo articolo scritto da Francesco Varano, sul sito FotoUP, che parla appunto del sistema zonale messo a punto, se cosi mi permettete di dire, dal grande Ansel Adams. Le foto dell’articolo sono di Amedeo Novelli.

Io mi trovo daccordissimo con quanto dice Francesco nell’apertura del suo articolo:

Il Sistema Zonale propagandato da Ansel Adams risale agli anni Quaranta, ma anche gli appassionati del “tutto digitale” dovrebbero sperimentarlo creativamente

Vi rimando alla lettura dell’articolo e poi vi consiglio, io me li faro regalare per il nostro secondo anniversario di matrimonio, la “bibbia” è rappresentata da tre libri scritti dallo stesso Ansel Adams e pubblicati in Italia da Zanichelli con i titoli “La fotocamera”, “Il negativo” e “La stampa”. Esiste anche un cofanetto (“La fotografia di Ansel Adams”) che li raccoglie tutti e tre. I prezzi non sono dei più popolari (52 euro ogni volume, 155 il cofanetto) ma parliamo di “tomi” di 200-300 pagine, tra l’altro ben illustrati da scatti dello stesso Adams.

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Il problema è vecchio come la fotografia, o meglio come gli esposimetri. Un esposimetro lavora – attenzione, qui stiamo semplificando molto – calcolando delle medie. La cosa ci pare ovvia quando si tratta di calcolare la quantità di luce che deve arrivare al sensore o alla pellicola: capiamo che va raggiunto un compromesso tra l’esposizione adatta per le zone più illuminate dell’inquadratura e quella che sarebbe ideale per le aree meno illuminate. E’ meno ovvio il fatto che questo calcolo abbia un effetto anche sulla gamma tonale della nostra foto.

Anche qui semplificando molto, la gamma tonale può essere pensata come l’insieme delle molte gradazioni di grigio (compresi il nero puro e il bianco puro) rappresentate nell’immagine finale. L’esposimetro lavora privilegiando i toni medi. Se inquadrate quello che per voi è un muro bianchissimo – o all’opposto un pezzo di carbone nero come la notte – l’esposimetro calcolerà (o cercherà di farlo) una esposizione tale per cui quell’oggetto apparirà di un grigio medio, il cosiddetto “grigio al 18%” (in bianconero, la tonalità di grigio di un qualsiasi oggetto che riflette il 18% della luce che lo colpisce).

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Questo già spiega in parte l’esperienza descritta all’inizio, ma c’è di più. La nostra percezione dei colori e delle tonalità è diversa da quella dell’esposimetro, si inganna molto più facilmente. Per accorgersene basta prendere uno stesso oggetto e porlo, senza cambiare le condizioni di illuminazione, prima sopra un fondo nero e poi sopra un fondo bianco. Nel primo caso l’oggetto apparirà più chiaro e nel secondo più scuro, perché il nostro cervello dà molta importanza al contrasto relativo e non sa calcolare “matematicamente” la luminosità assoluta di un oggetto. Quel bellissimo panorama contrastato di cui si diceva all’inizio potrebbe, quindi, essere “matematicamente” molto meno contrastato di quello che pensavamo.

Ma noi vogliamo mostrare quello che vediamo e, tramite la foto, le emozioni che sentiamo. Come si può fare, tra ambiguità dell’esposimetro e mezzi inganni della percezione? Ci sono vari modi per misurare e gestire creativamente l’esposizione di una foto. Il più famoso è quello portato alla ribalta decenni fa (ve lo avevamo detto che il problema è vecchio…) dal fotografo statunitense Ansel Adams.

Ansel Adams è stato un fotografo attivo nella ritrattistica e nei paesaggi. Deve la sua fama soprattutto alle fotografie dei grandi spazi americani, immagini che – non a caso – hanno una gamma tonale molto estesa e contrasti sorprendenti rispetto agli scatti di altri suoi contemporanei. Sono il risultato dell’applicazione del suo cosiddetto Sistema Zonale, un approccio al calcolo dell’esposizione di una foto che può apparire piuttosto “matematico” – e per questo è stato trascurato e criticato da molti – ma che lo stesso Adams considerava un supporto, e nient’affatto un freno, alla creatività del singolo fotografo.

Nel Sistema Zonale la gamma dei toni compresa tra il nero puro e il bianco puro viene divisa in undici “zone”: dalla zero, che corrisponde al nero puro, alla dieci (o X, dato che sono numerate in numeri romani), che corrisponde al bianco puro. L’immagine riportata qui sotto chiarisce meglio il concetto.

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La zona centrale, ossia la Zona V, corrisponde alla tonalità di grigio medio che si ottiene seguendo le indicazioni di un esposimetro. Per passare a una tonalità più spostata verso il bianco si deve “salire” di una Zona: questo si ottiene aumentando l’esposizione di uno stop, ossia raddoppiando il tempo di esposizione o l’apertura del diaframma. Per passare a una tonalità più spostata verso il nero si deve invece “scendere” di una Zona, quindi ridurre l’esposizione di uno stop dimezzando il tempo di esposizione o l’apertura del diaframma. Detto in termini aritmetici, due Zone adiacenti differiscono di +/- 1 EV.

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Troppa tecnica? Spieghiamoci con un esempio. Ci troviamo davanti a un paesaggio urbano con dei bei vicoli con muri che ci appaiono bianchissimi – come in Grecia o in diversi paesini del Sud Italia – e che vorremmo rendere altrettanto bianchi nella nostra foto. Puntiamo l’obiettivo verso uno di questi muri e calcoliamo l’esposizione: 1/250 sec. e f/8 (tanto per dare qualche numero). Da quanto detto sinora sappiamo che questa esposizione non ci darà il bianco che vogliamo, ma solo un grigio medio. L’esposimetro “mette” il nostro muro bianco nella Zona V di Adams. Dobbiamo spostare il nostro muro più verso il bianco puro, ad esempio portarlo nella Zona VI (1/125 sec e f/8 o 1/250 sec e f/5.6, ma qui siamo ancora troppo “grigi”) o meglio nella Zona VIII (con 1/30 sec e f/8 o 1/250 e f/2.8) o nella Zona IX (con 1/15 sec e f/8 o 1/250 e f/2). In questo modo siamo sicuri che quello che ci appare bianco nella realtà sarà sufficientemente bianco anche nella fotografia.

Lo stesso ragionamento vale, in senso opposto, se stiamo cercando di rendere bene il nero invece del bianco. Un panno nero, ad esempio, sarebbe di un grigio medio se seguissimo le indicazioni dell’esposimetro. Bisogna “portare” il panno dalla Zona V alla Zona II o alla Zona I, chiudendo sempre più il diaframma e/o riducendo il tempo di scatto.

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A questo punto la domanda che si può porre un fotografo digitale è la seguente: ma serve, nel 2008, una teoria sì interessante, ma che è stata pensata per i vecchi fotografi da pellicola in bianconero? In fondo basta giocare con Photoshop per cambiare i toni di una foto…

La risposta e sì, il sistema di Adams può ancora servire. E parecchio.

Nonostante richieda qualche (piccolo) calcolo aritmetico, il Sistema Zonale non è un modo per calcolare esattamente l’esposizione “corretta” di una foto. E’ un supporto alla nostra creatività: siamo noi a decidere quale tonalità dovrà avere il soggetto che stiamo fotografando, le Zone di Adams sono – a rischio di passare per riduttivi – una specie di “schemino” per facilitarci i calcoli necessari. Che si tratti di fotografia analogica o digitale, a colori o in bianconero, questa considerazione è sempre valida. E’ vero che c’è Photoshop, ma vale sempre la regola d’oro per cui è molto meglio partire da uno scatto ben eseguito – in base a quello che vogliamo ottenere – invece di cercare di fare miracoli di fotoritocco. Anche il software ha i suoi limiti.

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Creatività in senso stretto a parte, ragionare in termini di Zone permette anche di dare già in fase di scatto la giusta gamma dinamica alle nostre foto evitando di trovarci con dettagli persi perché bruciati dalle alte luci o scomparsi nell’ombra più fitta. Se ci avete fatto caso, il Sistema Zonale non tratta infatti di come sono i toni nella realtà, ma di come saranno rappresentati nella foto finale. Ciò dipende anche dall’estensione della gamma tonale del mezzo che stiamo usando, e il Sistema Zonale in questo senso ci aiuta a non superarne i limiti.

Ecco come. Il Sistema prevede undici Zone, ma Adams sottolineava che il nero e il bianco puri (Zona 0 e Zona X) in realtà non sono riproducibili in modo “utile” con una pellicola in bianconero, la quale di fatto opera quindi nell’intervallo delle Zone I-IX (a questo intervallo di toni si dà anche il nome di “gamma dinamica”). I dettagli che cadono nelle Zone I e IX non sono però abbastanza percepiti dall’occhio umano da dare il senso della trama di un oggetto, quindi quello che vogliamo rappresentare con una minima chiarezza da essere compreso dovrebbe ricadere al massimo nella Zona II o nella Zona VIII. Ciò che invece vogliamo sia chiaramente identificabile (ad esempio il testo su un foglio di carta) deve ricadere al massimo nella Zona III o nella Zona VII.

Proviamo a sintetizzare per capire meglio come sfruttare, nelle foto di tutti i giorni, il Sistema di Adams. Esaminiamo attentamente la nostra inquadratura e cerchiamo di stabilire di quali aree in ombra e in piena luce vogliamo conservare i dettagli. Le prime dovrebbero ricadere in Zona III e le seconde in Zona VII, ma tranne casi particolari non saremo così fortunati da ottenere entrambi i risultati con la stessa coppia tempo/diaframma. Dobbiamo quindi fare una scelta: salvare i dettagli delle parti in ombra o quelli delle aree illuminate?

Dipende da che reflex stiamo usando. E’ a pellicola? Allora è meglio tutelare i dettagli in ombra portandoli in Zona III: in fase di stampa potremo schermare le aree luminose del negativo e non perdere i dettagli delle aree chiare, mentre dopo lo scatto non si può fare nulla per estrarre “trama” dalle zone scure. Con una reflex digitale il procedimento è l’opposto: tuteliamo le aree illuminate portandole in Zona VII, in postproduzione potremo eventualmente sempre estrarre con qualche (contenuto) colpo di mouse i dettagli delle aree scure.

Teniamo presente che quello di cercare di mantenere le tonalità della nostra foto nella gamma delle Zone III-VII è un suggerimento prudenziale di massima. In realtà ogni pellicola ha una sua gamma dinamica e in misura minore questo è vero anche per i sensori delle moderne reflex digitali. Macchine fotografiche particolari, come la Fuji S5 Pro che abbiamo testato qualche tempo fa, permettono una gamma tonale più ampia, tutelando la trama delle alte luci senza sacrificare i dettagli in ombra. Le reflex digitali di generazioni più vecchie, invece, hanno una gamma tonale ristretta e vanno gestite con particolare attenzione.

Ci sarebbe moltissimo altro da dire sul Sistema Zonale. Noi ne abbiamo rapidamente descritto solo la parte relativa alla ripresa, che va bene per qualsiasi fotografo, ma chi usa reflex analogiche sa bene che la cura dei toni fotografici è strettamente legata anche alle fasi successive di sviluppo e stampa.

Per chi vuole approfondire l’argomento, la “bibbia” è rappresentata da tre libri scritti dallo stesso Ansel Adams e pubblicati in Italia da Zanichelli con i titoli “La fotocamera”, “Il negativo” e “La stampa”. Esiste anche un cofanetto (“La fotografia di Ansel Adams”) che li raccoglie tutti e tre. I prezzi non sono dei più popolari (52 euro ogni volume, 155 il cofanetto) ma parliamo di “tomi” di 200-300 pagine, tra l’altro ben illustrati da scatti dello stesso Adams.

4 Replies to “Ansel Adams ed il sistema zonale”

  1. Il libro “il Negativo” spiega tutto…e io ce l’ho….
    posso anche imprestarlo a chi volesse impratichirsi meglio con questa tecnica.

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