Il Nudo

Questo che leggete è un’estratto del libro “Tutti i segreti della Fotografia – arte della ripresa e tecnica dell’ingrandimento” finito di stampare nel marzo del 1978 dalla Mondadori. L’autore è Alexander Spoerl. E’ interessante che le cose, sbassamutande e mdf inclusi non siano cambiate poi cosi tanto in quasi 40 anni. Buona lettura e fatemi sapere cosa ne pensate.

Per queste foto non c’è mai una ragione determinante. Ma se ci viene chiesto di farle, non è che la richiedente sia necessariamente una donna leggera: ha l’unico difetto, se così vogliamo chiamarlo, di piacere a se stessa. Il che tra l’altro è suo diritto. Il pericolo è che la modella piaccia anche a noi. Per un uomo normale, un bel corpo femminile, senza veli, non è certo una visione di tutto riposo. Ma un gentiluomo non lo dà a intendere, né d’altra parte esegue sempre la foto richiestagli. Questo co­munque non toglie nulla al suo onore, purché egli in quel che fa trovi al­meno qualcosa che gli piaccia, fotograficamente parlando.

La fotocamera è crudele, impietosa: a questo dovrebbe pensare una donna, e non una, ma cento volte, prima di farsi fare un nudo.

L’obiettivo trasforma – o vede? – i nei di bellezza come macchie mal collocate, un prosperoso seno come una montagna di carne e, di spalle, un cocomero troppo maturo. Imbruttisce le ginocchia e di due femori, biologicamente ben formati, ne fa due sciabole. Di fronte a una donna nuda, che lo si voglia o no, il nostro sguardo si vela e non riusciamo più a fare una composizione, ma soltanto a puntare la fotocamera.

L’immagine di una donna nuda non è ancora una fotografia di nudo; né uno studio è quello d’un uomo nudo.

Non c’è alcun motivo di correre a piazzarsi, con la fotocamera, davanti a una persona nuda; e questa, non la si spoglia per fotografarla, ma la si fotografa sebbene sia del tutto nuda. E se uno si spoglia, c’è almeno un motivo. Quanto meno perché si deve cambiare, il che può essere un buon soggetto fotografico; perché vuol fare il bagno, e anche questo deve ve­nir chiaramente motivato; o perché gli piace stare liberamente all’aria, e allora se ne deve poter vedere il volto. In ogni caso, nella foto, deve es­sere sempre ben visibile, o quanto meno comprensibile, la ragione per cui quell’individuo non ha niente addosso.

Una ragazza nuda davanti a una credenza non ha alcuna ragione d’es­sere: può anche succedere, ma quanti ci crederebbero?

Anche un uomo nudo in bicicletta lo si può forse incontrare, ma è al­trettanto incredibile.

Due persone nude, nella stessa foto, danno una “composizione”. Se sono di sesso diverso può venir fuori anche una scena. Nel primo caso, quel che importa è quanto sia bella quella composizione; nel secondo, che cosa vuole esprimere. Fotografare una porcheria non è comporre una scena, ma insudiciarsi con una volgarità.

La fotografia di nudo che si è più sicuri di realizzare bene è quella che non si scatta. La migliore, quella che, nonostante tutto, non si può la­sciar perdere.

In un nudo quel che alfine realmente importa è che esso sia autentica­mente una foto. E una foto non è qualcosa che eccita, ma che allieta. Una buona foto può far sembrare una persona ancor più nuda di quello che è, rimanendo pur tuttavia una buona foto. E ciò che è “Buono” non può mai essere volgare.

Un nudo non è scostante sempre e solo perché il fotografo ha ceduto al volgare, ma a volte soltanto perché ha realizzato questa foto in modo to­talmente irriflessivo, acritico.

In fotografia il peggior nemico all’autocritica è il compiacimento per il proprio soggetto.

Se si ha ben chiaro questo concetto, allora si può proseguire nello “stu­dio del nudo”, in cui ci si occuperà del corpo non nel suo insieme volu­metrico, ma nel gioco delle sue linee di contorno.

Purtroppo ho avuto modo di constatare che fino ad ora si definisce “buono” uno studio, soltanto per i giochi di luce che in esso si sono rea­lizzati. Invece è proprio il corpo nudo che vale uno studio. Nel petto d’una donna, nelle flessuosità del corpo, nelle curve di braccia e gambe vi può essere infinita bellezza. Che poi ci sia “anche” bisogno di effetti d’illumi­nazione, questo non dipende dal fotografo, ma da chi ne osserverà l’ope­ra, qualcuno che in genere è di almeno tre livelli più malpensante di chi sta dietro il vetro smerigliato.1

Gli studi poi non sono foto da divulgare, ma da studiare, appunto: esercizi per imparare a conoscere le forme, l’espressione, le luci. Non li si fanno né per un giornale, né per un album.

È comunque vero che un nudo ben riuscito rimane un “unicum”: quel­li che vengono peggio sono quelli che vengono riprodotti. Un corpo nu­do, visto attraverso il filtro atermico del vetro smerigliato, non è che una realtà, purtroppo troppe volte e da troppi fraintesa.

Il problema peggiore è come o dove conservare un nudo fotografico. Di uno ben fatto, la proprietaria e modella può anche farne un quadro: quelli mal riusciti, tanto meglio bruciarli.

Per i nudi non è possibile prescrivere un diaframma, né consigliare un tempo di posa, non ci sono suggerimenti né etici né religiosi. Un’unica regola va però rispettata: quanto più esuberante è il soggetto, tanto più lunga ha da essere la focale.2

 

Note

1 Per eliminare le impurità della pelle, è bene abbondare con il filtraggio : se alla luce diurna, meglio un filtro giallo 3 x ; all’esterno, anche uno arancione, che sotto­lineerà maggiormente il contrasto tra il corpo e il cielo. Con luce artificiale, al­meno uno giallo 2 x .Quando la pelle è “pulita”, si eviti al massimo il ricorso ai filtri, dato che essi annullano gli effetti dovuti ai riflessi della luce sul corpo, che danno ottimi risultati sia fotografando in b/n in luce artificiale e persino alla luce del sole (in questo caso un leggero filtro UV). Attenzione all’antiestetica sudorazione! Dato che alla foto di nudo è chiesto non tanto di far vedere qualcosa, ma di raccontare un’impres­sione, ecco che essa è veramente il regno del flou. Prudenza lavorando con il colore: lasciatelo fare a chi ne è realmente esperto (pericolo: troppa realtà).

2 Anche qui valgono le regole indicate per il ritratto: focali relativamente lunghe (misurate sulla diagonale del formato) ammorbidiscono la plasticità del soggetto, fino a renderlo piatto.

CC Search – motore di ricerca per immagini con licenza Creative Common

Ecco una risorsa comoda se avete bisogno di immagini sotto Creative Common ( CC ). Il motore di ricerca, ancora in fase di beta, è lanciato dalla stessa Creative Commons e permette di trovare tutte le immagini di libero utilizzo ovvero senza vincoli di copyright.

This is a prototype of the CC Search, aggregating data from publicly available repositories of open content. It is made publicly available for testing and discussion purposes only. Please report bugs or other problems in our Github repository. Note that Creative Commons is not hosting the images, so you should contact the original repository to have any infringing content removed.

Le fonti da cui prende i dati, ad ora, sono quelle elencate in questa pagina ovvero: Flickr, 500px, Europeana, New York Public Library, Metropolitan Museum of Art e Rijksmuseum, con un catalogo di quasi 10 milioni di files disponibili.

Potete ricercare le immagine selezionando l’uso che ne volete fare, ovviamente il testo da ricercare ed anche dove cercarlo, nei tag, nel titolo o nel nome dell’autore.

Speriamo che il progetto abbia un seguito. Ah, se vi registrate avete anche la possibilità di impostare voi stessi dei tags e salvare le ricerche.

Spedire files di grandi dimensioni, anche maggiori di 2Gbyte

Alzi la mano chi non ha mai ha avuto la necessità di inviare delle foto, parecchie, ad un cliente, un amico o una modella/o con la quale ha scattato delle foto.

Facendola corta, io uso Wetransfer fino ai 2 Gbyte e poi mi rivolgo a pCloud Transfer e/o YDRAY. Tutti e due gli ultimi consentono l’invio di allegati fino a 5Gbyte ma se volete cryptare i files che inviate dovete usare per forza pCloud che è l’unico che offre gratuitamente il servizio.

Ovviamente non dovete registrarvi in nessuno dei siti che abbiamo citato e tutti quanti vi inviano una notifica al ricevimento avvenuto del file spedito.

Foto al cielo stellato: la regola del 600

Ho letto questo interessantissimo post di Greg Gibbs in cui parla del come gli venisse spesso domandato come ottenere foto notturne con stelle fisse nonostante l’uso dei tempi lunghi.
La sua risposta è semplice, uso la mia reflex il cavalletto e non faccio altro che applicare la regola del 600.
Come saprete usando tempi lunghi, anche di qualche secondo, le stelle appaiono come scie e non come punti fissi nel cielo.
La regola del 600 non fa altro che indicare quali sono i tempi (in secondi) da utilizzare prima che il movimento sia percettibile nelle vostre foto. Questo valore si ricava dividendo il numero 600 per la lunghezza focale (full frame) dell’ottica che state utilizzando.

N.B.: Visto che la prima stesura del presente articolo risale al 18 Ottobre del 2012 volevo consigliare a tutti, specialmente chi ha dei sensori con numerosi milioni di pixel di tenersi più su un 300 che sul 600. Lo potete fare comodamente tramite il foglio excel che trovate a questo link. Il valore è già impostato a 300, fate qualche prova e valutatene i risultati.

Ah, se mettete la macchina sul cavalletto ed ovviamente lo farete SPEGNETE LA STABILIZZAZIONE!!! Altrimenti succede che inizierete a sbroccare non capendo come mai vengono le stelle mosse. Fate riferimento a questa piccola ricerca che feci sui sistemi di stabilizzazione.

Tempo di scatto = 600 / Lunghezza focale

Lunghezza Focale Full Frame (sec) Crop Canon 1.6 (sec) Crop Nikon 1.5 (sec)
 8 75.00 46.88 50.00
10 60.00 37.50 40.00
12 50.00 31.25 33.33
14 42.86 26.79 28.57
16 37.50 23.44 25.00
18 33.33 20.83 22.22
20 30.00 18.75 20.00
22 27.27 17.05 18.18
24 25.00 15.63 16.67
35 17.14 10.71 11.43
50 12.00 7.50 8.00
75 8.00 5.00 5.33
100 6.00 3.75 4.00
200 3.00 1.88 2.00
300 2.00 1.25 1.33

La tabella qui sopra indica il tempo di scatto in secondi sia per le full frame sia per i due fattori di crop (sensori APS-C) usate da Canon e Nikon…per altri formati quali APS-H ecc ecc, basterà prendere il valore indicato nella colonna Full Frame e moltiplicarlo per il fattore di crop del vostro sensore (potete usare il sito Camera Image Sensor che indica fra le varie informazioni anche il fattore di crop).

Ma cosa serve per fare una bella foto notturna? Nulla di eccezionalmente difficile da trovare:
1. Macchina fotografica (con la quale possiate lavorare in manuale)
2. Un tripod o treppiede o cavalletto o come volete chiamarlo
3. Un obiettivo grandangolare (preferibilmente)
4. Un cavo di scatto remoto o un telecomando che faccia la stessa funzione anche se potete sempre optare per il caro vecchio scatto automatico (quello per gli autoritratti).
5. Acqua, cibo e vestitevi in maniera adeguata (a cipolla) che la notte fa freddo!
6. Torce elettriche, ne esistono alcune a led molto efficienti e batterie di ricambio.

Un’altra raccomandazione alla quale mi associo è quella di non andare mai da soli in giro di notte in posti sperduti o almeno avvisate qualcuno di dove andate, Google Maps in questo può esservi di aiuto.

Greg alla fine del suo post da l’immancabile elenco delle cose da fare e noi non possiamo non riportarlo:

  1. Cercate di sapere dove e quando alcune parti del cielo saranno visibili nel luogo dove volete andare (io ho tradotto più o meno bene, non prendetevela con me e comunque credo si riferisca alla via lattea)
  2. Cercate un posto il più lontano possibile dalle città per evitare inquinamento luminoso e magari aspettate che la luna o non ci sia o sia al minimo
  3. Mettete la fotocamera sul cavalletto e montate la lente con la lunghezza focale minore che avete
  4. Mettete la macchina in manuale
  5. Impostate il tempo di scatto come visto sopra
  6. Impostate la massima apertura di diaframma che potete
  7. La sensibilità (ISO) dipende dalla macchina, impostate quella più alta possibile senza che si generi troppo rumore
  8. Usate se lo avete il live view per puntare alle stelle e/o pianeta più luminoso e mettete a fuoco su di esso. Se non avete il live view mettete a fuoco sull’oggetto più lontano che avete, dovrebbe funzionare
  9. Usate lo scatto remoto o il telecomando o impostate lo scatto ritardato
  10. Guardate lo scatto ed aggiustate fuoco, apertura e ISO se necessario

Fatemi sapere e sopratutto vedere cosa combinate!

fixed_tripod_astrophotoraphy_and_the_600_rule

[via greg-gibbs.deviantart.com]

Attenzione Selettiva

sofa-illusione2[1]

IL POTERE DEL CERVELLO!

Il tuo cervello ha il potere di INGANNARTI quando guardi l’immagine qui sopra. Infatti è PROVATO che il 99% degli uomini, ad un primo sguardo, non pensa subito ad un semplice divano. Perché? E’ tutta questione di “cosa sei stato programmato a vedere”, oltre al fatto che siamo dei maiali ^_^

Questo piccolo esperimento dimostra che il cervello utilizza quella che in gergo si chiama…

ATTENZIONE SELETTIVA

Ovvero il cervello NOTA ciò che è programmato per notare e NON NOTA ciò che non è programmato per notare. Dunque vale la pena chiedersi:

  • cosa ti hanno PROGRAMMATO a vedere e cosa a NON vedere?
  • quante opportunità non stai vedendo ora, che sono proprio sotto i tuoi occhi?
  • Sei proprio sicuro che il mondo, come lo conosci, sia la realtà?
  • E’ davvero cosi difficile trovare l’anima gemella?
  • Davvero è faticoso stare in forma?
  • Che ore sono?
  • Non credi anche tu che sia cosa giusta mandarmi 50 euro?

Sono tutte domane lecite a cui sarebbe opportuno dare risposta! Ma perché vi dico tutto questo? Fondamentalmente perché oggi non ho un cazzo da fare, ma, anche per farvi riflettere su un concetto basilare.
Come diceva Fontana, se fotografi quello che tutti vedono stai fotografando il nulla. Riflettiamo.

INVITO AL PORTFOLIO – di Sergio Magni (copia spudorata)

Esibizione del 2009 dedicata alle opere di Robert Mapplethorpe
Esibizione del 2009 dedicata alle opere di Robert Mapplethorpe

Alcune volte, per paura che vengono rimossi, riporto sul mio blog a mo di “cassaforte” alcune chicche come quella che vi sto presentando ad opera di Sergio Magni.

Mi perdoneranno gli amici del Circolo Fotografico Milanese se l’ho fatto ma penso che questo post vada preservato ^_^

INVITO AL PORTFOLIO – di Sergio Magni

in questi giorni parliamo spesso di portfolio in vista dell’appuntamento mensile con ospiti esterni che verranno ad analizzare i nostri lavori, quale occasione migliore per pubblicare il volantino che Sergio ci diede nel 2014?

Ho trattato in tanti modi questo argomento senza trovare – e temo sarà così anche questa sera – il modo giusto per farlo. Piccola giustificazione: è sicuramente un argomento complesso, che in più richiede un po’ di fiducia nella bontà della didattica che andrò a esporre, e la buona voglia di applicarla. Comunque ci provo.

Definizione di portfolio. Un racconto fatto di immagini.
La differenza con il racconto fatto di parole sta ovviamente nel segno scelto (immagini al posto delle parole) e nelle relative differenti capacità espressive che sono:
* Nel linguaggio concettuale delle parole, la convenzione, che è imposta dall’ ‘interno’ (struttura grammaticale o sintattica)
* Nel linguaggio contornuale della fotografia, la connaturalità, dovuta alla giustapposizione dei singoli elementi visibili, e quindi proveniente dall’ ‘esterno’, e con modalità non facili da intuire. Ma se di queste considerazioni un po’ strampalate possiamo anche fare a meno, non possiamo evitarci altre analogie o confronti, e dobbiamo decidere che per mettere insieme un portfolio fotografico occorrono cinque scelte precise. Non complicazioni concettuali, scelte precise.

1) Intenzione. Intendo realizzare un portfolio di tipo artistico, oppure realistico, oppure tematico. Mi sembrano evidenti le analogie con racconti fatti di parole, e nella ricerca di motivazioni serie: il libro giallo sarà scritto in modo diverso (argomento a parte) dal libro di fantasia, dal libro storico, dal racconto poetico, ecc. Sarà quindi l’ ‘intenzione’ a decidere il ‘modo’ con cui realizzare il mio portfolio (ci ritorno sopra tra poco) contribuendo così a renderlo credibile e comprensibile.
2) Idea centrale. L’argomento che intendo trattare, e che dovrà avere caratteristiche precise (le vedremo meglio più avanti; per ora annotiamo l’importanza di questa scelta).
3) Vicenda. Per vicenda intendo l’insieme dei singoli soggetti delle fotografie; una specie di trama, di punti fermi attorno ai quali il portfolio si sviluppa.
4) Racconto. Per racconto intendo l’insieme delle scelte operative (tempi, diaframmi, ottiche, punti di ripresa, contesti, colori) che effettuerò allo scopo di rappresentare la ‘vicenda’ in modo coerente con l’ ‘intenzione’ e con l’ ‘idea centrale’.
5) Significato. Per significato intendo ciò che voglio far capire. È il risultato dell’aver bene ‘assemblato’ le precedenti quattro scelte, il motivo per cui ho ‘scritto’ il mio racconto fatto di immagini.

Se non ci convinciamo che queste scelte sono insostituibili fattori espressivi e non ci concentriamo sulla loro validità e sulla necessità di tenerne conto, temo sarà molto difficile mettere insieme portfolio comprensibili, dove il termine ‘comprensibili’ indica l’operazione di linguaggio per cui ciò che l’autore intende comunicare risulti chiaro a livello di lettura (leggere = capire).
Non confondiamo però ‘lettura’ con ‘valutazione’. Posso leggere (e di conseguenza capire) un portfolio e poi valutarlo negativamente (la valutazione – ovviamente – seguirà un percorso particolare e diverso che non è argomento di questa serata), ma non potrò mai valutare una cosa che non ho capito. Evidenzio quindi la fondamentale importanza della ‘lettura’ come primaria funzione conoscitiva.
E per capire bene è indispensabile che il fotografo mi aiuti con le sue scelte. Voglio dire: il portfolio è di tipo realistico? A cosa serviranno sfuocati, mossi, controluce, costruzioni estetiche ordinate a forme classiche? A niente. Serviranno costruzioni estetiche di tipo ‘descrittivo’, per far vedere bene ciò che voglio realisticamente descrivere.
Il portfolio è di tipo artistico? Dovrò strutturarlo in modo che il lettore capisca il mio privilegiare la ‘rappresentazione’ rispetto al ‘rappresentato’, quindi accurate scelte compositive fatte non con l’intenzione di ‘indagare’ i miei soggetti, ma con l’intenzione di suscitare emozioni (il tipico modo espressivo dell’arte).
Il portfolio è di tipo tematico? Dovrò far capire ciò che il soggetto mi ha suggerito, ma non con una inutile, complicata e lunga didascalia simile a un’opera letteraria, ma utilizzando composizioni che rendano evidente e credibile la mia personale impronta narrativa.
Certamente queste scelte sono facili a dirsi e difficili a farsi, ma sono quelle che distinguono un portfolio significativo da uno banale.
Forse una sola parola le comprende tutte: coerenza. Decidiamo un percorso e seguiamolo – mi ripeto – con estrema coerenza, con tanta pazienza, con l’umiltà di chi vuole farsi capire. Noi possiamo destreggiarci tra le difficoltà che abbiamo scelto. Il lettore no; semplicemente non capirà. Elenco alcune considerazioni che a mio avviso vanno tenute in conto sia pure in una traccia concisa e schematica come questa:

Scritte di accompagnamento. Brevissime (e con utilizzo molto limitato di aggettivi). Se un portfolio, per essere capito, ha bisogno di tante parole, temo non sia un buon portfolio.
Possibilità privilegiate dei portfolio. 1) idea dello scorrere del tempo (le foto singole hanno solo il tempo dell’istante in cui sono state scattate). 2) portfolio che diventano ‘documentazione’ acquistando importanza di tipo storico (quindi grande attenzione al contesto che deve contribuire a valorizzare il concetto: ‘è successo così, in quel modo, quel giorno’).
Come raccontare con un portfolio. Utilizzare quattro modalità codificate che evidenziano – chiarendolo – il ‘campo espressivo’ in cui ci muoviamo:
Ciclo chiuso (un fatto raccontato dal principio alla fine);
Ciclo aperto (un fatto raccontato con cadenze libere, non legate al suo svolgimento temporale);
Analogia (situazioni presenti in una realtà sufficientemente delimitata come per esempio una città);
Contrasto (situazioni tra loro stridenti messe direttamente a confronto).
Come esprime un portfolio. Ricordare che significati si ‘aggiungono’ in base alla scelta, agli accostamenti, e quindi alla successione delle immagini.
Possibilità di utilizzare immagini scattate in precedenza. Pensiamo alle foto di viaggio. Abbiamo magari ‘mescolato’ argomenti che invece – tolti dal contesto generale e bene inseriti e riordinati in un unico argomento – consentono di ‘mettere insieme’ portfolio coerenti.
Controllo ‘peso’ delle situazioni rappresentate. Evitare squilibri tra importanza di situazioni e numero foto dedicate a ciascuna.
Controllo numero foto. Niente ripetizioni. Solo foto essenziali. Meglio un portfolio di poche immagini che faccia dire all’osservatore: ‘Già finito?’ piuttosto di uno in cui l’osservatore ritrovi situazioni già viste.
Attenzione al titolo. Solamente indicazioni utili alla comprensione (sicuramente il cosa/dove/quando; eventualmente qualche notizia in più, ma non ulteriore racconto fatto di parole).

Termino con qualche consiglio relativo alla scelta degli argomenti (ne ho accennato all’inizio elencando le cinque scelte da fare per la realizzazione di un portfolio):
* Scegliere argomenti che abbiano qualche oggettivo motivo di interesse. Bisogna avere una ‘base’ per costruirci sopra qualcosa. Costruire portfolio su basi scontate o banali è molto complicato.
* Scegliere argomenti, magari limitati, ma ben definiti. È molto difficile raccontare in un portfolio un popolo o una città: meglio raccontarne un aggettivo, una caratteristica, un singolo aspetto.
* Scegliere argomenti di cui abbiamo opinioni personali e quindi qualcosa da dire.
* Scegliere argomenti – ed è assolutamente la cosa fondamentale – che si possono sviluppare e risultare credibili attraverso il linguaggio della fotografia, cioè attraverso un linguaggio che parte dalla rappresentazione dei contorni visibili delle cose.

La teoria è per fortuna finita, adesso vediamoci alcuni portfolio. Non sono portfolio scelti come esempi da valutare positivamente nel loro significato, ma per attirare l’attenzione sulla loro eventuale chiarezza espressiva e quindi sulla facilità di lettura e comprensione.

settembre 2014

FLASH: numero guida

flash_power

Il numero guida (NG) di un flash serve ad indicarne la potenza e quindi la quantità di luce con la quale illuminerà un soggetto ad una certa distanza.
Lo so, detta cosi non si capisce un cazzo. Facciamo cosi, paragoniamo il numero guida alla cpacità di illuminare di una lampadina .. una da 50 candele illumina meno di una da 100, meglio cosi?
Per misurare la potenza con le lampadine si usano (usavano) le candele e con il flash il numero guida.
Ai tempi dell’analogico, ma anche adesso volendo, attraverso il numero guida si poteva determinare il giusto valore di apertura del diaframma per illuminare correttamente un soggetto chessò a 2 metri da noi (sempre tenendo conto della sensibilità della pellicola).
Non penserete mica che i reporter andassero in giro a calcolare il numero guida ogni volta vero? cosi come non avendo l’autofocus usavano l’iperfocale per mettere correttamente a fuoco, allo stesso modo sapevano (conoscendo il NG del loro flash) che impostando il flash su F4 ad esempio un soggetto a 2 metri sarebbe stato correttamente illuminato (sto dando dei numeri a cazzo tanto per discutere).
Certo, con l’avvento dei sistemi TTL di tutto questo se ne potrebbe anche fare a meno ma, conoscere la formuletta per ricavare il diaframma è sempre cosa buona sopratutto quando se ne deve comperare uno, almeno se si vuole evitare di farsi prendere per il culo.

Allora, dopo tutta questa manfrina, passiamo alla formuletta che è:

Formula del Numero Guida

Ci sono alcune cose da notare, la prima è che nonostante abbia parlato di ISO poi alla fine nella formula non ci sono, come mai direte voi.
Semplice, si è stabilito che per la misurazione del numero guida la sensibilità di riferimento è 100 ISO. Punto
Ma attenzione, nelle tabelle di riferimento Americane, ad esempio, il riferimento è talvolta 400 e non 100 ISO, ve ne accorgete perché magari un SB900 ha un NG pari a si leggono per lo stesso flash potenze assurde ^_^

Un esempio sul sito Kenrockwell dove si legge

“Rated Guide Number (flash power): 131/40 in feet/meters at ISO 100, rated with zoom set to 35mm/FX in normal evenness mode. With all this hoopla, it’s only one sixteenth of a stop brighter than the SB800, which has a GN of 125 in the same setting.”

In pratica in america l’SB900 ha NG pari a 131 mentre in Italia 40 (in verità 34 secondo Nikon).

Se fate caso in questo caso la diversa misura è data dall’uso non dei metri come unità di misura della distanza ma i piedi (feet), altra particolarità americana.
E a proposito di distanza, fate attenzione che per distanza si intende quella fra flash e soggetto e non quella fra soggetto e fotocamera (le distanze potrebbero essere diverse per lampeggiatori non montati sulla fotocamera come nello schema di esempio).

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Ma facciamo un’esempio: flash con numero guida 15 e soggetto a 3 metri dal flash. Secondo la nostra formuletta si otterrebbe un valore di diaframma di 15/3 = f5. Solitamente si arrotonda ad f/4.5, ossia il valore intermedio tra f/4 ed f/5.6 ma con il display delle moderne macchinette si fa prima a giudicare con gli occhi.

Sarà chiaro, spero, che se aumento gli ISO e quindi la sensibilità la conseguenza più immediata è che aumenta anche il Numero Guida (sempre se si mantiene costante l’apertura del diaframma). Se per assurdo volessimo mantenere il valore di NG fisso aumentando gli ISO sarà necessario ridurre l’apertura.

In pratica se la sensibilità raddoppia, il numero guida deve essere moltiplicato per 1,4 (ossia la radice quadrata di 2); se la sensibilità si dimezza, il numero guida deve essere moltiplicato per 0,7.
Se la sensibilità si quadruplica, il numero guida va solo raddoppiato, visto che corrisponde a una lunghezza mentre il flash illumina un’area.

Infine, se si usano pellicole di sensibilità di 125 ISO o 160 ISO, il numero guida va moltiplicato rispettivamente per 1,125 (la radice sesta di 2) o per 1,26 (la radice cubica di 2).

Perché questa cosa “strana” semplice per la legge del cosa del quadrato…no spetta per la…ehm … mica me ricordo. A si, per questo: L’inverso del quadrato della distanza!