Che tipo di tasto dovrò usare

© 2011 by adolfo.trinca

Approfitto di questa email:

Buongiorno Sig. Trinca.

Mi scuso se la disturbo, volevo farle una domanda, premesso che sono appena 4/5 mesi che ho acquistato una canon Eos 500 e quindi non so praticamente niente.

Domani dovro’ fare delle foto in una partita di calcio, entrero’ in campo per farle, siccome non vorrei fare brutte figure mi può consigliare, a grandi linee, il metodo migliore per fare queste foto, e soprattutto che tipo di tasto dovro’ usare? io ho provato ad usare il tasto “sport” per capirci meglio quello con “l’omino che corre” ma mi vengono mosse, mentre invece ho provato a farle con il tasto “Automatico” e “Primo Piano” e vengono abbastanza bene, come obbiettivi a supporto ho il classico 18/55 stabilizzato, e un 300 e qualcosa che non ricordo non stabilizzato.

La ringrazio se vorrà rispondermi.

Colgo l’occasione per salutarla.

Alcune sua affermazioni, lasciano intendere che lei pensi alla macchinetta fotografica come l’unico strumento necessario per fare fotografie. Prima di usare il tasto sport, dovrebbe capire cosa fa la macchina quando lei imposta sport o atomatico. Se volessi liquidarla velecomente le direi di impostare:

1. iso automatici

2. priorità dei tempi

3. 1/125 o comunque un tempo che vi permetta di ottenere il congelamento del soggetto (se è quello che cercate)

4. misurazione matrix

5. fuoco continuo

Ma a cosa le sevirebbe? Quello che mi sento di consigliarle, proprio per evitare brutte figure è di investire su se stesso. Se non vuole spendere per un bel corso di fotografia, magari si rivolga ad una struttura “universitaria” o comunque riconosciuta come valida diffidando dei due corsettini di due giorni, prenda un bel manuale di quelli fatti bene, mi viene in mente quello di Giulio Forti, il direttore di Fotografia Reflex, dal titolo:

FOTOGRAFIA, TEORIA E PRATICA DELLA REFLEX
Il libro sulla fotografia più venduto ed apprezzato in Italia negli ultimi dieci anni. La fotografia spiegata in tutti i dettagli: tecnica, attrezzature analogiche e digitali, ripresa, camera oscura, conservazione. Il libro di Giulio Forti che comincia dove gli altri manuali finiscono. Dove la tecnica classica si dimostra indispensabile per fotografare meglio in digitale. Un viaggio dalla tecnica alla composizione lungo 384 pagine.

fonte Reflex.it

Io personalmente le consiglio anche, magari è uno di quelli allergici alle letture di libri con più di 100 pagine anche quest’altro libro:

NUOVO CORSO AVANZATO DI FOTOGRAFIA – N.55
Come scattare grandi fotografie con la pellicola o in digitale ed il controllo dell’esposizione
di Peterson Bryan

Le metto qui di seguito alcuni link che magari la potranno aiutare:

Capire l’ esposizione

Modi di scatto

Ma anche, tanto per non essere autoreferenziali:

http://www.lucidistorte.it/blog/fotografia/guida-le-basi-della-fotografia-sportiva/

http://www.marcotogni.it/articoli/fotografare-poca-luce

http://www.fotocomefare.com/fotografia-sportiva-azione-impostazioni/

Alcune applets in flash che spiegano alcuni aspetti della fotografia

Ho trovato una belissima pagina dove con alcune applet scritte in flash spiegano alcuni aspetti fondamentali della fotografia, aspetti tecnici.

Le applet sono state disegnate da Marc Levoy e sviluppate da alcuni suoi studenti, Curis Nora Willett e Katie Dektar, e il dottorando Andrew Adams nel del 2009 e vengono usate per dei corsi.

Le applet trattano argomenti vari, dall’esposizione alla profondità di campo per passare a cose più  “pesanti” come la messa a fuoco oppure al gamut o agli effetti della mappatura del colore, in dettaglio:

Applet Categories:

Fatemi sapere cosa ne pensate.

http://graphics.stanford.edu/courses/cs178-11/applets/applets.html

Modi di scatto

Dopo l’inaspettato successo del post Capire l’esposizione ho deciso di continuare su questo filone andanto a descrivere, spero in maniera semplice ed esauriente, come le macchinette fotografiche interpretino a loro modo l’esposizione attraverso l’uso dei modi operativi. Avete presente i geroglifici come quelli dell’immagine qui a fianco? Ecco quelli.

I limiti del modo Auto

Il vero problema del modo automatico è quello di non permettervi il controllo totale sulla foto e di impedirvi in questo modo di ottenere la migliore foto possibile in quella particolare situazione in cui vi trovate.

Per carità, la tecnologia sta facendo miracoli e ci sono software all’interno delle reflex moderne che permettono il riconoscimento del tipo di scena che si sta riprendendo fra migliaia contenute in memoria ma … non c’è tecnologia che possa equiparare la mente e la creatività, almeno non ancora.

Capire come la macchina interpreta la scena di fronte alla quale ci troviamo e di conseguenza impostarla nel miglior modo, magari anche automatico per carità, vi permetterà di fare enormi passi in avanti portandovi al “secondo piano” della fotografia.

Per citare il mio amico ( e grande fotografo) Giorgio Benni in una discussione su Facebook della quale riporto soltanto quello che ritengo necessario per il mio post:

  • concordo con marco… ho visto foto fatte con medio formato decisamente meno comunicative. posizionare du luci, apertura diaframma, velocità dello stesso e iso è roba da tecnici non da artisti… comunicare emozionare ed innovare, sono queste le cose che fanno di una foto un’arte
  • Giorgio Benni se fosse così, non sarebbe necessario conoscere la musica per essere un musicista, oppure suonare uno strumento. basta pigiare i tasti… Tempi e diaframmi esistono da quando esiste la fotografia, negare questo è solo voler trovare un alibi a delle lacune di preparazione.

Aggiunge in seguito anche una riflessione sulla quale mi trovo d’accordissimo:

Giorgio Benni: Io non chiedo mai come e con che cosa sia stata realizzata una immagine. mi interessa il risultato. faccio complimenti perfino a chi non è in grado di riprodurre quel risultato in seguito. però ho rispetto di chi conosce la tecnica. nello specifico trovo l’immagine in questione affascinante. anche se ormai l’uso di certi artifici come viraggi tipo polaroid o maschere finto hasselblad, forti vignettature simil Holga, diventano troppo connotanti per un periodo storico e verranno spazzati via velocemente in quanto nauseanti da nuove estetiche mordi e fuggi. Il valore di una immagine sarà solo il suo CONTENUTO “altro” rispetto al fast food preconfezionato della galleria degli effetti da copiare incollare, che solo pochi fotografi potranno fare. e saranno quelle le immagini che rimarranno.

Ciò detto torniamo a noi.

Automatic Mode

Usatelo quando siete alle prime armi e magari vi state solo concentrando sulla composizione o volete comunque portare a casa delle buone foto ricordo.

Tramonto su Kata Tjuta
Nikon D80, Auto mode 1/500 sec, f/5,6, ISO 160 a 70mm

Diciamo che se non il migliore è sicuramente il più facile da utilizzare ed è anche quello più usato dai principianti. In questa modalità la macchina imposterà in automatico tutti i parametri necessari alla “corretta” esposizione delle scena inquadrata, cercandola magari fra quelle che ha in memoria. E’ molto probabile che in questa modalità la macchina scelga anche se usare o meno il flash ed addirittura lo farà “aprire”.

Apertura del diaframma, tempo di scatto sensibilità, penserà a tutto lei ma, se ciò che volete è fare delle ottime fotografie e sopratutto crescere come fotografo ed artista, io opterei per altri modi operativi. Se invece quello che volete sono delle bellissime foto ricordo state buoni cosi e pensate ad inquadrare bene.

Program Mode

Nel modo Program la macchina fotografica calcola sia la velocità di scatto sia il diaframma da utilizzare (l’impostazione degli iso può essere o manuale o se impostata automatica).

La differenza fra Program e Auto sta nel fatto che la sola esposizione viene calcolata dalla macchina, tempi e diaframma, mentre gli altri parametri, come la compensazione di esposizione, l’uso del flash ecc) possono essere settati a mano.

La particolarità del Program mode è che la macchina propone una coppia di valori di tempo e diaframma ma voi, agendo sulle apposite rotelline, potrete decidere se cambiarle in una direzione o in un’altra (stop in più o stop in meno).

Facciamo un esempio:

la macchina propone 1/125 a f11, bene voi pensate che sia meglio un diaframma molto più aperto perché volete sfocare lo sfondo ed allora, “rotellinando”, potrete cambiare la suddetta combinazione sino ad arrivare ad 1/2000 ed f2.8, secondo la legge della reciprocità.

In pratica se la corretta esposizione è quella (a parità di sensibilità iso) che vedete in nero, per ottenerla e/o mantenerla dovete agire sui tempi e diaframmi o aumentando la velocità ed aprendo il diaframma oppure diminuendo i tempi e chiudendo i diaframmi. Semplice no?

Non voglio dilungarmi tropo sull’esposizione perché ne abbiamo già parlato nel post Capire l’esposizione.

Date magari per curiosità una letta qui:


Priorità ai tempi

In questa modalità la fotocamera consente di selezionare una velocità di scatto mentre lei calcola, sempre a parità di sensibilità iso impostata, il diaframma giusto per una corretta esposizione.

Troverete questa modalità di lavoro molto utile se la vostra intenzione è quella di controllare il movimento in una foto (ad esempio congelarlo).

Prendiamo due esempi estremi:

  • Siamo ai bordi di un campo di calcio e vogliamo riprendere nostro figlio che gioca allegramente con i sui amici. Iniziamo a scattare in automatico e vediamo che in tutte o quasi le foto che scattiamo i giocatori risultano mossi.
    Il problema è che la vostra macchina fotografica non sa che avete bisogno di tempi cosi veloci per congelare l’azione ed allora sceglie dei tempi e un diaframma che soddisfano la “giusta esposizione”. Impostando la macchina su priorità ai tempi non dovrete far altro che scegliere un tempo adeguato e al resto ci pensa lei.
  • Mettiamo invece che vi troviate in un bel laghetto di montagna con una bella cascata che volete fotografare. Vi piacerebbe fare una di quelle foto in cui l’acqua sembra di seta ma non riuscite ad ottenere l’effetto perché ogni foto vi mostra l’acqua “congelata”. Bene, impostate la fotocamera su priorità ai tempi e scegliete un tempo lungo, ad esempio 1/8 di secondo o anche più  (magari fate uno o due tentativi) e lasciate che la macchina fotografica scelga in diaframma giusto.

Per un paio di foto di esempio fate riferimento al solito post Capire l’esposizione.

Priorità ai diaframmi

Da usare quando la cosa che ci preme più di tutti è la profondità di campo.  Dovreste sapere che all’aumentare dell’apertura del diaframma ( f4, f2.8, f1.8 ecc ecc) diminuisce la profondità di campo. Come abbiamo accennato in precedenza, con aperture maggiori come f1,8 o f2, la profondità di campo è molto ridotta, riducendo in pratica la quantità di immagine che è a fuoco. Ancora una volta, prendiamo due scenari in cui l’apertura di controllo è importante.

Per alcune esempi vi rimando al post Capire l’esposizione dove sono riportati due esempi pratici in cui la profondità di campo è risultato molto importante.


Manual Mode

Usalo quando: hai superato ogni altro modo operativo e conosci tutto sull’esposizione, sopratutto conosci l’esposizione creativa ^_^

In questa modalità sarai il padrone assoluto della tua macchina fotografica ed avrai il compito di impostare TUTTI i parametri che concorrono al raggiungimento della giusta esposizione (anche se bisognerà prima o poi parlare della esposizione creativa).

Sta a te a questo punto il compito di selezionare la velocità dell’otturatore, l’apertura e la sensibilità ISO, se usare il flash o meno.

Tranquilli, la vostra fotocamera vi darà una mano con l’esposimetro interno ma …  avoi saperlo leggere e saper sfruttare le indicazioni che vi darà.

Riepilogo degli interventi per il raggiungimento della sovra esposizione:

intervento sottoesposizione sovraesposizione
ghiera di compensazione (-2…-1…0…+1…+2) (-2…-1…0…+1…+2)
tempo di scatto più veloce più lento
diaframma più chiuso più aperto
sensibilità ISO aumentare diminuire

Ancora una volta ci prego di leggere se non l’avete ancora fatto questi post:

Scene

Molte fotocamere specialmente le non professionali offrono la possibilità di utilizzare un sacco di altre modalita operative come fuochi d’artificio, sport, ritratto oppure panorami.
Queste modalità sono differenti da fotocamera a fotocamera ma vanno ad incidere sempre sugli stessi parametri ovvero tempi di scatti, apertura ed iso.

A esempio in modalittà sport quello che la macchina farà e di tenere i tempi di scatto molto veloci cosi da congelare l’azione.

Non sto qui ad elencarle tutte perché ritengo sia una perdita di tempo, fate prima a leggere le istruzioni della vostra macchina, adesso avete gli strumenti per capire cosa dicono ;-)

Anche questa volta fate un po di prove con il nostro affezzionatissimo simulatore di DSLR (macchina fotografica digitale), messo a disposizione da CameraSim, che ancora una volta ringraziamo.

Divertente vero?

Capire l’esposizione

Mettiamo il caso voi foste dei novizi in fatto di fotografia e vi trovaste di fronte ai simboli che vedete nella foto qui a sinitra…geroglifici vero? Per non parlare poi di parolacce come esposizione, iso, stop, diaframmi aperture e via discorrendo.

Con questo post intendo darvi qualche dritta cercando di non essere prolisso con esempi immagini ed anche una bellissima applet alla fine del post con la quel potrete esercitarvi su quanto appreso. Iniziamo?

Il Triangolo dell’esposizione

Prima di andare avanti e cercare di spiagare i modi di funzionamento della vostra macchina fotografica è doveroso fare una chiacchierata su quello che viene chiamato il triangolo dell’esposizione ovvero la combinazione di tre fattori, apertura del diaframma, sensibilità iso e velocità dell’otturatore. Tutto questo per capire poi come la macchina governa questi parametri attraverso l’uso dei modi operativi.

Ognuno di questi tre elementi del triangolo si riferisce alla luce e al modo in cui entra e interagisce con la fotocamera (sensore o pellicola) e abbiamo detto che sono:

1. ISO – la misura della sensibilità alla luce del sensore/pellicola.
2. APERTURA – la dimensione dell’apertura del diaframma all’interno dell’obiettivo al momento dello scatto della foto
3. VELOCITA’ DELL’OTTURATORE – il tempo durante il quale l’otturatore della macchina rimane aperto (date una letta a questo vecchio articolo da cui ho ripreso alcune parti)

Dall’intersezione di questi elementi si ricava quella che è definita l’esposizione di un’immagine.

Tenete sempre presente che cambiando uno di questi tre elementi influenzerà anche gli altri, dal momento che sono strettamente dipendenti l’uno dall’altro. Quindi quando si regola ognuno di essi, bisognerà inevitabilmente adeguare gli altri due cosi da compensare l’esposizione e riportarla al valore “corretto” (o meglio a quello voluto).

Velocità dell’otturatore

Solitamente è quello dei tre componenti del triangolo che viene frainteso. La velocità dell’otturatore non è altro che il tempo nel quale la tendina che nasconde il sensore, che poi non è una ma son due le tendine da aprire e chiedere, rimane aperto e permette alla luce di raggiungere il sensore o la pellicola.

Esistono vari tipi di otturatori ma quello che ora è più usato è quello a tendina (qui sotto) e quindi spesse volte si usa il termine di tendina come sinonimo di otturatore.

le-tendine-quando-si-scatta

Nella seconda immagine qui sotto mostra le tendine in azione a velocita (e tempi) diversi, da uno più lento ad uno più veloce.

fastshutteranimation

n.b.: le due animazioni qui sopra sono state prese da Digital Photographic School che ringraziamo per la pazienza e generosità.

Tornando a noi, più a lungo l’otturatore resta aperta e maggiore sarà il tempo in cui il sensore/pellicola sarà esposto alla luce. Questo significa, come potete dedurre dalle suddette animazioni, che ad un tempo minore (o veloce) di apertura corrisponde una minore quantità di luce che passerà al sensore/pellicola.

Se userete un tempo molto veloce, ad esempio 1/1000 di secondo,  il sensore rimarrà esposto alla luce per pochissimo tempo e di conseguenza congelerete l’azione.

Nikon D80, Esposizione 1/750 sec, Apertura f/5,6, ISO 800 con focale 300mm

Viceversa utilizzando un tempo lungo, ad esempio 1/2 o addirittura un secondo, lascerete l’otturatore aperto per un sacco di tempo e per un sacco di tempo la pellicola/sensore rimarrà esposto alla luce. Quando fotograferete con tempi cosi lunghi gli oggetti in movimento appariranno “mossi”.

Nikon D80, Esposizione 1/10 sec, Apertura f/22, ISO 200 con focale 18mm

Per concludere sull’otturatore, vi consiglio di andare a dare un’occhiata a questa bellissima animazione su Jeffrey Friedl’s Blog (passate il mouse sopra l’immagine), in cui si vede benissimo come funziona il tutto su una Nikon D3. Spettacolare non trovate?

Scrissi un post sul mosso creativo, lo potete trvare qui: Motion blur o se preferite mosso Creativo.

Apertura

Il movimento delle lamelle da luogo a quel "fenomeno" detto apertura
via HowStuffWorks.com

All’interno di ogni obiettivo ci sono delle lamelle che sembrano delle “pale”. Queste lamelle aprendosi e chiudendosi danno luogo a quella che comunemente viene chiamata l’apertura, ovviamente anch’essa contribuisce all’esposizione controllando la quantità di luce che passa attraverso la lente e che arriva al sensore/pellicola.

Queste lamelle del diaframma possono essere chiuse un po per consentire a meno luce di entrare  o aperte un po di più per consentire ad una maggiore quantità di luce di passare. Ogni obiettivo, però, ha dei limiti di apertura, e vedrete che quelli con maggiore apertura (f 1.4 o f 2.8 ad esempio) sono molto più costosi di quelli con aperture più alte.

L’apertura è anche responsabile della profondità di campo ovvero la zona o porzione di immagine che risulta correttamente a fuoco.

via HowStuffWorks.com

Immaginate una persona in piedi di fronte a una libreria. Se si utilizza un diaframma aperto come f/2, il volto della persona sarà messo a fuoco mentre la libreria risulterà sfuocata. Questo “fenomeno” si chiama profondità di campo (depth of field). Al contrario, se si utilizza un diaframma chiuso, come f/16, sia la libreria che il viso della persona saranno a fuoco.

Un’altra cosa influenzata dell’apertura o meno del diaframma e la nitidezza delle immagini ottenute. Ogni obiettivo lavora al massimo dei dettagli ad una determinata apertura di diaframma. Solitamente le migliori performance si ottengono 1 o 2 stop in meno rispetto alla maggior apertura concessa dalla lente. Ad esempio se con un obiettivo 18-55mm f/3.5-5.6 scatti alla lunghezza di 55mm, l’apertura migliore per catturare più dettagli va da f/8 a f/11.

Per approfondire la questione nitidezza potete fare riferimento a questo “vecchio” post: Come ottenere il massimo dettaglio nelle proprie foto.

L’immagine sottostante è stata ripresa con un obiettivo 105mm macro a f2.8 e come vedete la profondità di campo è davvero minima!

Nikon D300, Esposizione 1/500 sec, Apertura f/2.8, ISO 200 con focale 105mm (macro)
Nikon D300, Esposizione 1/400 sec, Apertura f/10, ISO 200 con focale 11mm

ISO

Con il termine ISO si intende la sensibilità complessiva dell’elemento sensibile, sia esso sensore digitale o pellicola, alla luce.

In particolare nella fotografia chimica (pellicola) ISO è l’indice utilizzato per determinare la sensibilità dell’emulsione utilizzata. I valori più comunemente impiegati sono: 50, 100, 125, 160, 200, 400, 800, 1000 e 1600. Quanto più questo numero è basso, tanto meno la pellicola è sensibile (veloce) e le dimensioni dei grani di alogenuro d’argento che la compongono risultano fini. Aumentando le dimensioni dei cristalli fotosensibili, incrementiamo la “capacità ricettiva” della pellicola, la rendiamo più sensibile alla luce ma, ahimè, accresciamo di conseguenza la sua “granulosità” e la perdita di dettaglio che questa cosa comporta.

Nel digitale i grandi d’argento sono stati sostituiti dai fotodiodi e la rumorosità data dalla grandezza dei grani stessi con il cosi detto rumore digitale. Ma andiamo per ordine.

Avrete sentito dire centinaio di volte credo che nella fotografia digitale l’indice ISO misura la sensibilità del sensore. Bene è una gran cazzata.

Il sensore delle nostre reflex digitali, molto sommariamente, è fatto da tutta una serie di fotodiodi (sensibili alla luce) che si caricano a seconda della quantità di radiazione luminosa che li colpisce. Questo valore (analogico) viene poi convertito in digitale da un apposito convertitore analogico/digitale il quale trasforma appunto la tensione risultante in un numero, di solito di 12 o 14 “cifre” (bit). Il trucco è quello di rendersi conto che la sensibilità/efficienza del sensore o dei vari fotodiodi non cambia quando si modifica il numero ISO. Quello che cambia è la quantità di amplificazione che il convertitore A/D applicherà.

Andate a leggere il mio vecchio post ISO base e minor rumore da dove questa citazione è presa.
Come dicevamo nel digitale il rumore esiste ancora e come nella fotografia chimica aumenta con l’aumentare del valore iso. Fortuna che ci sono molti modi per limitarne l’effetto ed altri per introdurlo artificialmente qual’ora lo si ritenesse una soluzione “artisticamente” valida.

Immagine con e senza rumore

Potreste leggere:

Aumento gli ISO o uso il flash?

E’ una domanda che mi è stata posta più di qualche volta e la risposta è tutt’altro che semplice e prevederebbe anche una lunga discussione sugli illuminatori, non fatemi sentire “con il flash le foto sono brutte” che v’accoppo!
Ci sono molte cose da considerare per decidere se in una fotografia è meglio aumentare gli ISO o utilizzare il flash m vi faccio un esempio. Il flash, per potente che sia, non può andare oltre una certa distanza per cui, ad esempio, è inutile usarlo per per fotografare paesaggi o oggetti più lontani di alcuni metri.

In quei casi, parliamo di paesaggi, l’ideale è non usare il flash, tenere gli ISO bassi, aumentare il tempo di esposizione e mettere la macchina su un bel cavalletto (o muretto e qualsiasi cosa ferma e stabile). Se invece state fotografando a mano libera senza cavalletto e c’è abbastanza luce per usare tempi abbastanza veloci (evitando il mosso) mosso aumentate gli ISO che tanto il flash non vi può aiutare.

Potreste leggere:

Il concetto di “Stop”

Ogni volta che si è spostata la ghiera dei tempi o quella dei diaframmi si sarà notato un invito meccanico a fermarsi in quella posizione, una sorta di piccolo scatto: chiamiamolo uno stop. Quando si passa da f/11 a f/8 si dice che si è aperto di uno stop, mentre da f/8 a f/11 si chiude di uno stop. Lo stesso per i tempi, da 1/125 a 1/60 si allunga di uno stop e da 1/125 a 1/250 si accorcia di uno stop, ma tra i fotografi è invalso l’ uso di dire “aprire” e “chiudere” anche riferendosi ai tempi di scatto. In pratica, per mantenere costante il valore di esposizione (EV), mentre si chiude di uno stop da una parte, dall’ altra si apre di uno, o viceversa. Gli stop raddoppiano o dimezzano il valore: 1/125 è la metà di 1/60 ed il doppio di 1/250. Diaframma f/8 fa passare il doppio della luce di f/11 e la metà di f/5,6.


L’esposizione per metafora

Questo paragrafo e relative metafore sono state scopiazzate ed adattate da quanto letto qui. Vediamo se con alcune metafore riusciamo meglio a capire il concetto di esposizione.

La finestra.

Immaginate che la vostra macchina digitale sia come una finestra con le imposte che si aprono e si chiudono. L’apertura del diaframma corrisponde alla dimensione della finestra: più è grande la finestra e maggiore sarà la quantità di luce che entra

La velocità dell’otturatore corrisponde al tempo in cui le imposte delle finestre rimangono aperte; più le lasciate aperte e più luce entra.

Ora immaginate di essere all’interno della stanza e di indossare occhiali da sole. In quel momento i vostri occhi diventano meno sensibili alla luce, e questo in pratica corrisponde alla sensibilità ISO.

Ci sono quindi vari modi per incrementare la luce all’interno della stanza ( o la vostra percezione della stessa): potete aumentare il tempo in cui tenete aperte le imposte della finestra, aumentare la dimensione della finestra o togliervi gli occhiali da sole.

Abbronzarsi al sole

Un altro esempio che può aiutare a capire il concetto dell’esposizione è quello di paragonarlo all’azione di prendere il sole.

Non tutti i tipi di pelle sono uguali: alcuni sono più scuri e tendono ad abbronzarsi più facilmente, mentre altri, più chiari, tendono a bruciarsi con poche ore di sole. Ecco, diciamo che la pelle può essere paragonata alla sensibilità iso impostata sulla una macchinetta, la sensibilità con cui questa reagisce alla luce solare.

La velocita dell’otturatore in questo esempio, è come il tempo che passate ad abbronzarvi sotto al sole. Più tempo passate sotto ai raggi solari, e maggiore è la possibilità di abbronzarsi (col rischio però di rialzarsi bruciati, o meglio “sovraesposti”)

L’apertura è come la crema protettiva che applicate alla vostra pelle. Le creme protettive bloccano i raggi solari a diversi gradi di schermatura, che possono essere ricondotti alla dimensione dell’apertura del diaframma: protezione totale significa apertura minima mentre protezione zero significa apertura totale.

Per capire come i tre elementi si combinano fra di loro ci basta immaginare che una persona di pelle sensibile dovrà applicare una protezione totale, allungando perciò il tempo di esposizione al sole; se invece utilizziamo una protezione molto bassa avremo bisogno di un minor tempo di esposizione al sole.

Conclusioni

Per toccare con mano quello di cui stiamo parlando potreste fare un po di prove con il simulatore di DSLR (macchina fotografica digitale) messo a disposizione da CameraSim, che ringrazio, presente qui sotto.

Divertente vero?

Motion Blur o se preferite Mosso Creativo

Roma - Adolfo Trinca 2010 - All Rights Reserved

Dopo aver letto l’interessante post How to Capture Motion Blur in Photography su DPS scritto da Darren Rowse, mi è venuta voglia di parlare di mosso creativo o se preferite Motion Blur.

Contrariamente a quanto si possa pensare, le foto mosse non vengono soltanto quando si sta fotografando un soggetto in movimento come può essere una corsa automobilistica od una partita ci calcio ad esempio. Le foto mosse oltre ad essere un errore, se non si è padroni della tecnica, posso diventare un qualche cosa di molto, molto affascinante.

Date un’occhiata agli esempi riportati qui.

Belli è? Be, nulla di troppo complicato, ancora una volta c’è da ribadire che la buona conoscenza della tecnica fotografica ci permette di fare cose che altrimenti non sarebbero alla nostra portata.

ALCUNI INDICAZIONI Continue reading “Motion Blur o se preferite Mosso Creativo”

Focus stacking: aumentare la profondità di campo con una combinazione di più foto

Un’interessantissima tecnica di post produzione che ci consente di aumentare la profondità di campo della fotografia, molto usate nella macro fotografia.

Preso da Chrysis.net (Gian Luca Agnoli, Manuale di Fotografia Chrysis.net)

Premessa

Quando è necessaria una profondità di campo superiore a quanto consentito dall’obiettivo si ricorre ad una tecnica di combinazione di più immagini, o focus stacking.

Questa tecnica può essere adottata su qualunque scala, dal paesaggio alla fotografia still-life alla fotomicrografia. Ma è proprio nel campo della macrofotografia e della fotomicrografia che la tecnica può rivelare risultati normalmente impensabili: in questi ambiti fotografici, infatti, la profondità di campo si riduce all’aumentare dell’ingrandimento, per cui diventa un fattore assolutamente critico. Allo stesso tempo, però, è necessario documentare tutti i particolari del soggetto, che in molti casi sono di importanza diagnostica per caratterizzare la morfologia di una specie rispetto ad un’altra.

Chiudendo il diaframma oltre F/16 (a volte già anche oltre F/8) la profondità di campo aumenta, ma subentrano fenomeni di diffrazione della luce e l’immagine diviene via via più sfumata e meno nitida al progressivo chiudersi del diaframma.

I software di focus stacking

Sono di recente nati svariati software per la combinazione delle immagini tramite algoritmi di image processing, fra cui:

Per approfondimenti sugli algoritmi utilizzati (Depth Map, Pyramid, Lowpass, Highpass, etc.), si rimanda ai rispettivi siti web.

In generale, la tecnica prevede i seguenti passaggi:

  • 1. Eseguire più scatti del soggetto a distanze differenti e con un diaframma ottimale.
  • 2. Importare la sequenza di scatti nel software di stacking.
  • 3. Effettuare l’allineamento in automatico del soggetto fra scatto e scatto.
  • 4. Effettuare il bilanciamento dei parametri espositivi.
  • 5. Effettuare lo stack secondo algoritmi differenti da caso a caso.

Ovviamente, il risultato ottimale è ottenuto quando il sistema fotocamera-obiettivo-soggetto è fisso e stabile (treppiede, stativo) e le condizioni di esposizione e di illuminazione sono le stesse. In pratica, una volta sistemato il set di ripresa e scelti i parametri di esposizione, è bene concentrarsi solamente sulla messa a fuoco, per garantire la (quasi) perfetta sovrapponibilità del soggetto fra uno scatto e l’altro. Quindi, usare stativi solidi, sistemi privi di “giochi” e uno scatto remoto o flessibile.

Il numero di scatti ideale sarà pari al numero di piani perfettamente a fuoco che, sulla base del diaframma impostato, sono compresi nell’intero spessore del soggetto. Il diaframma F/4 è considerato ottimale per macro e fotomicro, dal momento che presenta massima nitidezza e una profondità di campo leggermente superiore rispetto a quella a tutta apertura:

Poi, ovviamente, nella pratica si tenderà ad effettuare il numero di scatti più accettabile per scopo, risultato e produttività, dopo aver speso molto tempo nel tentativo di catturare tutti i piani che tagliano il soggetto.

Il focus stacking un’operazione onerosa in termini di risorse hardware (CPU, RAM) e tempi di attesa. Con alcuni programmi la memoria che è bene riservare al programma deve essere di almeno 1GB (1024MB) e le operazioni si allungano notevolmente se non si dispone di processori almeno dual core.

Focus stacking con CombineZP

Questo software è abbastanza facile da usare, una volta che si accetta la sua interfaccia minimalista. Con i settaggi di default i risultati che si ottengono sono altamente spettacolari, ma, rispetto ad altri software, i valori del contrasto possono risultare eccessivi. Inoltre, gli artefatti dovuti all’impacchettamento fra immagini riprese con prospettiva differente sono visibili e devono essere poi corretti con un software di fotoritocco, ma questo non è un limite del software, ma della tecnica in sé. CombineZP è un software facile da usare e che dà ottimi risultati fin da subito e questo per noi è un punto assolutamente a favore.

Il procedimento base comporta il caricamento del pacchetto di immagini JPEG/TIFF/PNG/etc. col pulsante New, la selezione dell’insieme delle immagini, l’allineamento (Align and Balance) e la scelta del procedimento di stacking:

Una finestra parallela riporta sottoforma di registro testuale (log) le fasi dell’operazione, fino al suo completamento:

*** Executing Do Stack Macro ***
Find Detail(5,1,710)
Remove Islands(5)
Fill Gaps
Create a Lowpass Filter(250,0)
Filter Depth Map
Copy Last Filter Output to Depthmap
Interpolated Output
Create New Frame
(8) New-Out99999
Go to Top Frame(8)
Create a Highpass Filter(1000,750)
Filter Active Frame
Replace New-Out99999
With out
Adjust Contrast(5)
Replace New-Out99999
With out
*** Finished Executing Do Stack Macro ***

Focus stacking con ZereneStacker

ZereneStacker è un software a pagamento, con la licenza ad uso “familiare” del costo di un’ottantina di dollari. A nostro giudizio è un software molto interessante, con un’interfaccia intuitiva e risultati eccellenti al primo colpo, in cui gli artefatti prospettici sono molto contenuti. Per contro, le risorse hardware di cui si deve disporre per il suo funzionamento sono notevoli e il contrasto di default dei risultati è piuttosto basso.

Il procedimento base comporta innanzitutto l’allocazione della memoria RAM da dedicare al programma. Dopodiché si carica il pacchetto di immagini JPEG/TIFF con un semplice drag & drop dalla cartella delle immagini al frame di sinistra del software. Quindi si avvia il comando di stack dal menu omonimo. Molto semplice e da tenere presente.

Focus stacking con Photoshop CS4 Extended

La procedura di stacking con Photoshop CS4 Extended è la seguente:

  • Menu File > Script > Carica file in serie (Menu File > Scripts > Load Files into Stack), e nella finestra di dialogo scegliere i file da importare, partendo da quella che deve stare in basso nell’immagine finale (per ragioni prospettiche);
  • selezionare tutti i livelli nel pannello Livelli;
  • menu Modifica > Allineamento automatico livelli (Edit > Auto-align layers), e nella finestra di dialogo selezionare la proiezione Automatica (Projection: Auto);
  • menu Modifica > Fusione automatica livelli (Edit > Auto-blend layers), e nella finestra di dialogo selezionare l’opzione di fusione “Crea serie di immagini” (Blend Method: Stack Images);
  • con lo strumento di ritaglio (crop) si eliminano i bordi dell’immagine.

Esempio di focus stacking

Nell’esempio che segue, un esemplare di Imenottero Mutillide (Hymenoptera Mutillidae) di circa 6mm di lunghezza e 3mm di spessore è stato ripreso con 5 scatti a differente distanza di messa a fuoco:

Per la prima immagine (1) il fuoco è stato fissato sul cartellino di plastica trasparente su cui era incollato l’insetto (è visibile infatti l’alone chiaro della colla in corrispondenza del centro dell’immagine). In tal modo, sono state riprese a fuoco sicuramente le zampe e le antenne, che poggiavano sul cartellino. La fotocamera è poi stata allontanata micrometricamente dal soggetto per gli scatti successivi, fino al quinto (5), in cui il fuoco è stato fatto direttamente sul dorso del torace.

Gli scatti da 1 a 5, singolarmente presi, sono inaccettabili dal punto di vista della profondità di campo, se il nostro obiettivo è quello della documentazione scientifica (pubblicazione di una nuova specie, database specialistico, etc.). Ad esempio, il quinto scatto ha un buon fuoco sul torace, ma le zampe e le antenne sono solamente intuibili. Idem per il primo scatto, inaccettabile per tutte le parti tranne che per zampe e antenne. Ciò conferma la bassissima profondità di campo a F/4 all’ingrandimento di lavoro (~1.5:1), molto inferiore all’intero spessore dell’esemplare (3mm) e pari a meno di 1 millimetro.

Il risultato dell’operazione di combinazione è il seguente:

in cui tutte le aree più a fuoco dei 5 scatti sono state combinate a formare un’immagine singola in grado di caratterizzare al meglio il soggetto.

Focus stacking artigianale con Photoshop e simili

Per ottenere qualcosa di simile esiste anche una via più artigianale, in cui, però, i tempi di lavoro si allungano e la precisione si abbassa. Il metodo di seguito descritto è applicabile a quasi tutti i software di fotoritocco capaci di gestire i layer (= livelli). I layer vanno visti come “fogli” appoggiati l’uno sull’altro e singolarmente gestibili, come i lucidi da proiezione che si usavano tempo fa.

Nel nostro caso, i cinque scatti dell’esemplare vengono impilati come layer l’uno sopra l’altro, mantenedo in basso l’immagine con il fuoco sulle zampe:

L’immagine nell’area di lavoro, però, non sembra cambiare: mostra solamente l’ultimo layer (nell’esempio di cui sopra è l’immagine 2009_10_02_2891.jpg), quello cioé che sta al di sopra di tutti gli altri. Se si nascondesse quel layer, l’immagine mostrerebbe il penultimo layer, e così via.

Tramite lo strumento  GOMMA (Eraser) è possibile cancellare manualmente le aree non a fuoco di ogni layer, conservando solamente le porzioni a fuoco. Selezionato lo strumento, è bene scegliere un diametro proporzionato alle aree da cancellare e con i margini sfumati, per rendere al meglio la transizione fra un layer e l’altro:

Le operazioni di cancellazione richiedono attenzione, ma è possibile annullare le operazione eventualmente sbagliate. E’ inoltre fondamentale accendere/spegnere dalla visibilità il layer su cui si sta lavorando per controllare passo passo l’effetto della cancellazione.

Una volta terminato il lavoro di cancellazione layer per layer (ad eccezione dell’ultimo che costituisce la base per gli altri), sarà possibile impacchettare il tutto in un’immagine singola e salvarla nel formato che si preferisce.

FONTE: Gian Luca Agnoli, Manuale di Fotografia Chrysis.net, URL: http://www.chrysis.net/photo/.

Dalla stessa fonte vi segnalo “Test sulla combinazione di foto (Focus stacking)

Calcolare la Profondità di campo On Line

Sul sito Dofmaster.com potete trovere un bel “softwerino” online che vi consentirà di sperimentare come cambia la profondità di campo al variare dei vari parametri che la definiscono.

Basterà inserire marca e modella della vostra macchina fotografica, la focale che intendete usare (ad esempio 50mm) e l’apertura del diaframma alla quale “scatterete”.

Ed ecco cosa succede :

online-depth-of-field-calculator

Molto divertente non trovate?