Claudia Rocchini: TOCCA SCEGLIERE, TU COME LO FAI?

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Copertina Reflex ottobre 2010

Copertina Reflex ottobre 2010

Continuiamo ad avere l’onore ed il piacere di ospitare gli articoli di Claudia, della quale oramai sapete tutto. Non mi stancherò mai di lodare il suo modo di portare la notizia, completo, semplice e ben comprensibile da TUTTI.

Vi lascio alle sue parole.

da FOTOGRAFIA REFLEX OTTOBRE – Dagli scatti vergini alla selezione finale. Appassionati o professionisti, la valutazione delle proprie fotografie è un problema comune a tutti. – di Claudia Rocchini

Una delle operazioni più delicate, e complicate, del flusso di lavoro fotografico riguarda la selezione delle fotografie. Non importa se si è semplici appassionati o professionisti, l’esame degli scatti è un passaggio capace di far venire il mal di testa a tutti perché chiunque, dopo una giornata passata a fotografare, si ritrova con centinaia di scatti tra cui operare una scelta. Al solito, non esiste una formula magica, ma ci sono alcuni accorgimenti di base, utili e universali, da applicare in ogni circostanza. Vediamo quali, con qualche premessa doverosa.

Il primo e più importante passo è essere consapevoli della destinazione delle nostre fotografie.

Ora, lasciamo perdere i discorsi stile “Io scatto per mio piacere personale, non mi interessa il giudizio altrui” e diamo per scontato che si voglia far vedere le fotografie a un pubblico. E’ importante sapere a chi ci vogliamo rivolgere. Prendiamo in esame le due situazioni più frequenti: fotografie destinate a una mostra oppure a una galleria on line sul nostro album o sito internet. Se sono opere destinate a una mostra, non possiamo prescindere dal prendere in considerazione anche se non soprattutto tutti quei fattori legati alla stampa; se viceversa, come nella maggioranza dei casi, le fotografie saranno messe prevalentemente on line, potremo concentrarci su altri fattori, anche se sarebbe buona norma scattare con l’idea che qualsiasi nostra fotografia dovrà/potrà essere degna di stampa.

Una volta chiaro questo passaggio, dobbiamo essere psicologicamente pronti a indossare il camice per scatenare il dottor House presente in ognuno di noi: prepariamoci a diagnosi asettiche condite da un pizzico di cinismo e spietatezza, possibilmente autoironiche, stando pronti a usare il bisturi senza esitare.
Saper “tagliare” è il più importante passo che ci aiuta a perfezionare le capacità di valutazione fotografica.

Sarebbe anche opportuno non lasciare troppo spazio a suggestioni ipnotiche dettate dalla speranza, neanche troppo nascosta, di venire considerati “artisti” e, in quanto tali, liberi da regole formali.
Se una fotografia non è venuta, non è venuta, punto. E si vede. A volte siamo particolarmente legati a uno scatto sbagliato per le circostanze in cui l’abbiamo ottenuto. Non importa: partiamo dal presupposto che a quasi nessuno interessa sapere quanta fatica abbiamo fatto, né che siamo legati al soggetto da un forte legame affettivo, tantomeno interessano le giustificazioni sui motivi degli errori, a meno che si intenda utilizzare l’immagine per far capire come e perché è sbagliata. Le trasgressioni alle regole sono certamente ammesse, ma in rari casi e solo se si è consapevoli: difficilmente si potrà spacciare uno scatto con evidenti e grossolane imperfezioni come il risultato di una ricerca
“artistica”.

Passando alle cose pratiche, il primo consiglio, a meno di essere professionisti alle prese con scadenze strette, è di non esaminare subito le fotografie, ma attendere qualche giorno per distaccarci dai ricordi emotivi, lasciandoli sedimentare, così da avere una visione asettica. Va tenuto presente che molto dipenderà anche dal nostro stato d’animo del momento: l’ideale sarebbe affrontare la selezione con animo sereno altriment rischiamo che la scelta sia influenzata da emozioni puramente estemporanee.
Ciò detto, possiamo cominciare la nostra valutazione. Procediamo per esclusione e creiamo una carrellata di tutte le nostre fotografie, scartando subito quelle tecnicamente errate, probabilmente la maggioranza. Sconsiglio di eliminare fotografie lievemente mosse, sfocate, o dalle composizioni improbabili perché a volte anche gli errori tecnici contribuiscono a creare valore in una fotografia.
Per ora mettiamole da parte, in una cartella che potremo anche chiamare “foto sbagliate”.
Il primo e più profondo taglio va destinato a quelle immagini che provocano un’immediata reazione di rigetto.

Come secondo passaggio creiamo un’altra cartella in cui andranno gli scatti che non sono così sbagliati ma per qualche motivo, spesso inconscio, non ci convincono del tutto: magari stiamo attraversando quella fase ossessivo-compulsiva per la perfezione tecnica (passaggio obbligato per tutti) che porta a scartare tutte le fotografie con lievi e impercettibili imperfezioni. O, più facilmente, non siamo ancora in grado di fare una valutazione sufficientemente adeguata e completa.
Ma quando le nostre capacità valutative avranno raggiunto altri livelli di sensibilità e competenze, scopriremo veri e propri tesori, dovuti magari a tecniche di cui nemmeno conoscevamo l’esistenza e che abbiamo applicato d’istinto, per automatismo o per pura fortuna. Non dimentichiamoci mai che l’esperienza, la conoscenza e la cultura intesa come osservazione delle fotografie di chi è più bravo di noi, o dei grandi maestri, ci aiutano a perfezionare la capacità di lettura di un’immagine.

Applicando questi criteri ci ritroviamo con una prima selezione utile e possiamo procedere oltre, adottando più specifici parametri di valutazione, considerando che molto dipenderà dal genere fotografico che stiamo esaminando: se per esempio sono fotografie panoramiche, ci focalizzeremo sulla profondità di campo, se sono macro sul dettaglio, eccetera. Ma più in generale ci si basa su fattori quali la risoluzione, le alte luci bruciate e le ombre chiuse (vedi i neri troppo densi), la sotto o sovraesposizione, la mancanza di messa a fuoco (a meno che non sia intenzionale) e/o il cosiddetto micromosso.

Facendo un gioco delle percentuali, a questo punto abbiamo verosimilmente scartato dalla prima selezione almeno un 50% di scatti e della restante metà abbiamo fatto un’ulteriore eliminazione rimanendo, se va bene, con un 25% di fotografie.
Possiamo tirare un sospiro di sollievo? Proprio per nulla perché ora inizia la parte più difficile, cioè la vera selezione, che è quella di saper distinguere gli scatti di qualità dai migliori in assoluto.

Procediamo con l’esame cercando di capire le caratteristiche generali delle fotografie scelte dopo la prima scrematura: non so a voi, ma a me capita di trovarmi con scatti che quasi sempre rispondono ai seguenti requisiti:

1) sono tecnicamente corretti,
2) mi piacciono,
3) non mi piacciono, ma sono sicura che piaceranno al mio pubblico (con l’esperienza si diventa più scaltri e impariamo a capire che ci sono fotografie che hanno un alto gradimento anche se a noi lasciano indifferenti perché magari le abbiamo scattate centinaia di volte, e quello stile o quel soggetto ormai non ci dicono più nulla),
4) hanno lievi imperfezioni che potrebbero essere recuperate in post produzione, oppure potrebbero essere giudicate “artistiche” da qualche scopritore di talenti che non ha nulla da fare e capita per caso sul nostro sito.
5) per finire, ci saranno almeno ulteriori dieci motivi che dipendono da altri fattori, squisitamente soggettivi e oggettivi.

Cosa fare a questo punto? Personalmente mi regolo come segue: le immagini che mi piacciono, quelle cioè da cui non riesco a distaccarmi emotivamente, di norma le faccio valutare da altre due persone, agli estremi opposti: un amico quasi del tutto neofita ma di animo assai sensibile e molto schietto, e un professionista.
Questo metodo mi è stato ed ancora mi è di grande aiuto. Se l’amico neofita non si entusiasma, di certo non gli spiego come sono riuscita a mantenere i dettagli delle
ombre su uno sfondo scuro, tantomeno penso a qualcosa tipo “Ma cosa pensa di capire lui che non sa un niente di fotografia”. Insomma, dovrò avere validissimi e inoppugnabili motivi per non tenere in considerazione la sua reazione.

Viceversa, se un professionista o, peggio, il mio direttore mi dicono “niet” perché lo scatto non comunica nulla o perché è tecnicamente troppo scorretto, non insisto per la pubblicazione tantomeno tento di spiegare perché la fotografia non è venuta come sarebbe dovuta venire, però tutto sommato è quasi passabile.

Ricordiamoci sempre che se un professionista che stimiamo ci dice no e ci fa anche la cortesia di spiegarci i motivi, non è il caso di mettersi a discutere perché è già tanto che ci conceda scampoli del suo tempo per una valutazione.

Riguardo le fotografie che mi lasciano indifferente ma che sono certa possano piacere, le tengo come riempitivo, a dimostrazione che se anche sono soggetti che ho fotografato centinaia di volte e/o se c’è qualche imperfezione tecnica, significa che ho volutamente scelto di presentarle perché molto comunicative e adatte a palati chiamiamoli “poco sensibili” a valutazioni strettamente tecniche o di circostanza. E’ un punto, questo, da non dimenticare mai visto che frequentemente ci capita di focalizzarci solo su fotografie tecnicamente corrette, di solito le più delicate e critiche: l’occhio del fotografo spesso si lascia distrarre da questo fattore, soprattutto se sono scatti ottenuti in condizioni di ripresa
difficili. Ma, così facendo, ci si scorda dell’impatto emotivo.

Un altro punto assai delicato in questa fase è l’uniformità tra contenuti e forma. In questo caso procedo a una mini selezione e scarto le fotografie troppo simili, quelle cioè che rischiano di essere ripetitive (se si scatta spesso a raffica è un problema frequente), oppure quelle banali, da effetto cartolina, o quelle in cui è troppo evidente l’effetto posa.
Se proprio non riesco a scegliere, almeno mi accerto che in quelle simili ci siano sufficienti
elementi di diseguaglianza tali da renderle accettabili.
Escludo poi a priori quelle fotografie che sono intenzionalmente ingrandimenti su dettagli di altri scatti che ho già scelto, meglio allora includere lo stesso soggetto ripreso da differenti angolazioni.

A questo punto dovremmo essere rimasti con un 10-15% degli scatti. E’ arrivato il momento di pensare alla post produzione, tenendo presente che spesso potrà esserci un’ulteriore e involontaria scrematura: non tutte le fotografie post prodotte saranno utilizzate per la selezione finale perché, anche se gestite correttamente, ci accorgeremo che non ci
piacciono o che non comunicano nulla.
La post produzione andrebbe intesa sia come elaborazione sia come ritaglio e dimensioni.
E qui cominciano ulteriori e dolenti note: quasi nessuno ormai presenta fotografie vergini di elaborazione e si sa che accanendoci per saturare, evidenziare, contrastare eccetera, ci ritroviamo con immagini molto spesso peggiori degli originali.
Per non perdere la bussola e rimanere certi di ottenere un risultato accettabile, io mi baso sull’idea che ogni mio scatto dovrà essere adatto alla stampa perché anche se non abbiamo in mente di fare una mostra, prima o poi ci capiterà di voler stampare una fotografia, oppure che qualcuno ci chieda una stampa proprio di quell’immagine che magari abbiamo pubblicato on line in bassa risoluzione e di cui non possediamo
più l’originale.
Quindi prima di tutto ricordiamoci sempre di conservare gli originali delle nostre fotografie
sopravvissute alla selezione o, se proprio siamo presi dalla sindrome di Mastro Lindo che ci porta periodicamente a far pulizia radicale nei pc, quantomeno gestiamo e conserviamo le fotografie selezionate e postprodotte con l’idea che possano essere stampate almeno su un formato A4.
Siamo così giunti alla selezione finale: abbiamo ottenuto le nostre dieci o quindici fotografie destinate al nostro pubblico. E’ arrivato il momento di non pensare più ai singoli
scatti ma di esaminarli nella loro globalità per capire se e quali emozioni provocano.
Dormiamoci sopra, se possiamo, e poi mettiamoli in una cartella ordinati secondo l’impatto emozionale che pensiamo sia più adeguato. Facciamo partire la visione a schermo pieno e in sequenza, relax mentale, magari un po’ di musica e osserviamoli, ma col cuore, non con gli occhi. Non ci sarà difficile, a questo punto, scartare quelle fotografie che interrompono l’armonia che man mano, durante l’osservazione, sta crescendo in noi.

Prendendo come sfondo le pubblicità nelle vetrine, ho cercato differenti inquadrature e situazioni. Nella fotografia in alto ho atteso che i passanti transitassero davanti alla vetrina. La scelta è caduta sullo scatto della raffica che ha messo in risalto il movimento della donna, in contrasto con l’uomo addormentato sulla panchina. (1/15, f/9, 50mm, 1600 Iso, mano libera). Sopra, un’amica si è messa ad imitare, con molta autoironia, la posa del modella fumetto nella vetrina. Anche in questo caso, ho selezionato la fotografia che mi sembrava tecnicamente corretta e più efficacemente espressiva, in armonia di forme e contenuti. (1/250, f/3.5, 50mm, 1600 Iso, mano libera).

Avevo scartato la fotografia della bimba che corre perché tecnicamente imperfetta: l’unico dettaglio a fuoco sono i capelli, tutto il resto presenta evidenti difetti che non reggono a un esame neanche tanto approfondito. Anche in questo caso, solo dopo qualche mese mi sono decisa a gestirla in post produzione. Ho scelto il bianconero, esasperando i difetti e aggiungendo un lieve disturbo da effetto grana da pellicola, trasformando così uno scatto da cestinare in una fotografia ad impatto emotivo. La fotografia di gruppo. intitolata “Generazioni”, fa parte di un servizio fotografico effettuato nel giugno scorso al Kosher Day a Milano, giornata dedicata all’incontro tra culture attraverso le tradizioni culinarie. Mi era stata chiesta una fotografia di gruppo e ho scattato diversi fotogrammi, tutti scartati perché i soggetti erano troppo posati. Ho scelto questa fatta al termine della posa, quando alcuni dei protagonisti erano convinti di non essere più ripresi. Una decisione premiante, perché ha permesso di catturare differenti espressioni, trasformando una altrimenti banale fotografia di gruppo posata, in uno scatto d’effetto.

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