Post con tag Fotografia Reflex
Professionisti o Professionali?
2 feb

Ultimamente, sarà la vecchiaia, sto diventando sempre meno tollerante verso chi, per “diritto di IVA”, si permette di accusare gli altri di poca professionalità o peggio di plagio, che può avvenire in varie forme: dal “furto” di immagini altrui fino alla scopiazzatura delle idee, spesso talmente originali che in confronto la scoperta dell’acqua calda meriterebbe il nobel per la fisica.
Il tutto salvo scoprire, ne parleremo più avanti, che questi stessi personaggi, si sarebbero macchiati delle stesse “colpe” per cui si sentono in dovere di accusare gli altri!
Dopo aver avuto a che fare, ve lo ricorderete, con persone riconducibili a 4 o 5 profili facebook, uno come modella, uno come fotografa, una come assistente e via dicendo, oppure dopo aver assistito alla pubblicazione di articoli, parlo di Clickblog, sui quali venivano scritte, con la scusa della traduzione di articolo altrui, emerite cazzate ( ed ancora stanno li!!!)… insomma dopo aver assistito a tutto ed il contrario di tutto ho deciso di dire la mia senza più tanti scrupoli, ora ed ogni volta che assisterò ad un comportamento del genere.
Anzi vi invito a segnalarmeli che magari apriamo una sezione del blog apposita, che ne dite?
Da qui in poi soltanto fatti, lascio a Voi le considerazioni. Per meglio dire, rubando a Claudia Rocchini (a mia volta ^_^) l’apertura di un suo articolo su Reflex di febbraio, dedicato a una riproduzione non autorizzata di suoi contenuti pubblicati sulla rivista, fatta addirittura da un avvocato!!!:
“Mettendo assieme dati pubblici, accessibili da chiunque, ho esercitato il semplice diritto di cronaca”
Andiamo alla questione per cui mi sono “scandalizzato”. La questione è in apparenza semplice, c’è da una parte Giovanna Griffo, fondatore e amministratore di Maxartis, nonché “fotografa e Photoshop Instructor” (definizione tratta dalla sua pagina Facebook), che prima ha accusato Daniele di Stanio, leggete il post in cui riporta il tutto, di aver copiato il format “sfide di post produzione”. Non solo, l’ha accusato di offrire corsi a pagamento laddove lei i consigli li dà gratis… poi, date le risposte civili, argomentate e soprattutto assai cortesi di Di Stanio, ha schiesto scusa ironizzando sui “casi” ma, al posto di permettere uno scambio di idee e opinioni sul fattaccio e magari farne anche un esempio di come si gestiscono situazioni critiche sui social network, ha cancellato tutta la conversazione, bannando dalla propria pagina Facebook chi non la pensava come lei. Vi consiglio vivamente di leggere il post di Daniele ed i commenti allo stesso.
A parte i modi e le implicazioni che non sta a me giudicare, vi voglio riportare il mio commento prima di continuare tanto per chiarire il mio pensiero:
Ritengo la professionalità, che ritengo un modo di essere, molto più importante dell’essere professionisti (dotati di partita IVA).
Detto questo gratis vuol dire GRATIS. Se ci sono banner pubblicitari e se usi la lezioncina gratis per offrire, giustamente e lecitamente, corsi a pagamento stai solo offrendo un campioncino di profumo in attesa dell’acquisto della confezione grande altro che gratis.
Sulla censura poi mi vien da ridere, oramai si sa tutto in un nano secondo e poi esiste anche la cache di google e non ultimo cancellare, bannare e altri metodi a senso unico non solo tolgono la possibilità ai terzi di farsi un’idea e alla contro parte il diritto di replica ma ritengo siano un grande autogol.
Un consiglio, in questi casi conviene catturare le schermate ( prima che democraticamente vengano cancellate ) e copiarle su un supporto non riscrivibile, quale può essere un cd-rom. In questo modo si hanno le “prove” caso mai, a titolo di esempio, si voglia fare causa a qualcuno per danno di immagine.
my 2 cents
Passiamo ora a quello che ho scoperto o meglio a quello che la vicenda in questione mi ha fatto tornare in mente. Procediamo con ordine. Non so se lo sapete, ma iscrivendosi alla newsletter di MaxArtis si ha la possibilità di scaricare guide e manuali in formato pdf. Buono, comodo ed istruttivo.
Una di queste guide è:
Come realizzare uno scontorno di una modella con capelli svolazzanti e vestito trasparente su sfondo non omogeneo in 5 minuti??
Potete voi stessi scaricarlo gratuitamente, addirittura senza iscrivermi da questo link. Tutto senza trucco e senza inganno, basta inserire il testo in neretto su un motore di ricerca ed il gioco è fatto.
Proprio in quell’opuscolo c’è una bellissima foto di una ragazza altrettanto bella su sfondo verde. Questa foto aveva un’aria … conosciuta ecco. Diciamo che non era la prima volta che la vedevo. Rimugina e rimugina….ahhhhhhhhhhhhhhhhhhh adesso ricordo!
L’ho vista su un dvd della linea venduta su Lynda.com, quello di Chris Orwig, a cui per inciso la foto appartiene… (si nota dagli exif). La cosa strana è che tuttavia non c’è traccia del suo nome nella guida distribuita su Maxartis a firma della Griffo.
Ma noi non vogliamo pensar male anzi, ci permettiamo di usare le parole della Griffo nella discussione con Di Stanio quando, a proposito del presunto plagio del suo format, ha così risposto a Daniele: “…sarà un caso? sarà un caso!”
Fotografia Reflex, Getty Images e l’Italian Lifestyle?
4 ott

"Italian flag in map" di Jeffrey Coolidge - Per gentile concessione di Getty Images. Tutti i diritti riservati
Fotografia Reflex, della quale sapete essere innamorato, e Getty Images, leader mondiale nella creazione e distribuzione di immagini, filmati e prodotti multimediali in genere…ma che ci fanno insieme?
“Un’iniziativa aperta a tutti, con uno speciale canale preferenziale: insieme a Fotografia Reflex, Getty Images selezionerà i migliori scatti per aggiungerli alla propria collezione FlickR, con l’opportunità di un contratto ai prescelti”
Cosi apre Claudia Rocchini, sulle pagine Flickr di Fotografia Reflex, il post con il quale spiega l’iniziativa. Immortalare lo stile di vita del Bel Paese con la possibilità di entrare a far parte della propria collezione Flickr, accessibile da tutto il mondo.
“Obiettivo di Getty Images è sempre stato quello di scoprire nuovi talenti che possano arricchire la nostra collezione con immagini fresche ed originali. Per questo promuoviamo un’iniziativa attraverso la quale intendiamo spronare gli appassionati di fotografia italiani a fotografare come si vive la vita vera in Italia, oltrepassando gli stereotipi che ci hanno rappresentato fino ad oggi”, spiega Stefano Fantoni, direttore vendite di Getty Images Italia.
da Fotografia Reflex“L’idea della collaborazione con una grande agenzia come Getty Images – spiega Giulio Forti, editore e direttore di Fotografia Reflex – è di dare ai nostri lettori l’opportunità di fare un salto di qualità entrando nel mondo professionale dalla porta principale. Presentare al mondo la vera Italia è l’ambizioso obiettivo di questo progetto, che mira a modificare preconcetti e luoghi comuni per rappresentare il nostro Paese visto da italiani”.
Ulteriori specifiche e regolamento li trovate a questo link: http://www.flickr.com/groups/fotografia_reflex/
Claudia Rocchini e Monica Silva: l’io dentro loro!
5 mag
dal Blog di Claudia Rocchini
Francesca Conti in uno scatto di Monica Silva, effettuato davanti a un’installazione della mostra “L’Io dentro me”
Un workshop ad alto impatto emotivo: due giornate dedicate alla psicologia e alla tecnica del ritratto, dalla conoscenza dell’Altro alla scoperta del Sé, in un coinvolgente percorso fotografico tra le suggestioni dell’Anima. Attrezzatura Hasselblad, Profoto e Manfrotto in prova.
Cosi apre il post sul blog di Claudia che presenta il workshop da lei ideato, con la media partnership di FOTOGRAFIA REFLEX, che vede la partecipazione come docente di Monica Silva (!!!) che dopo il successo della sua mostra personale L’Io dentro Me ha deciso insieme a Claudia appunto, di fare qualche cosa di diverso dal solito (giudicate voi dal programma).
Ci riusciranno? Be, conoscendo le due “capetoste” e la loro professionalità direi che le premesse ci sono tutte.
E poi oh…
…il workshop prevede il coinvolgimento di 25 partecipanti disposti a mettersi in gioco nel doppio ruolo di fotografi e soggetti fotografati.
Due le giornate, strutturate in un percorso in crescendo: nella prima verranno affrontati i temi legati alla psicologia del ritratto, oltre agli aspetti tecnici di allestimento set e ripresa e di individuazione styling e trucco adeguati a seconda dei soggetti, cui seguirà shooting su tre modelli, due donne e un uomo; nella seconda, i partecipanti verranno divisi a coppie per lo shooting emozionale, con la possibilità di ritrarre e farsi ritrarre da Monica Silva, disponibile a diventare il vostro soggetto fotografico, con analisi a monitor degli scatti.
Ed ancora, psicologia del ritratto, schemi di luce (illuminazione Profoto, c’è Pietro Rocchetta Casadio, consulente tecnico per fotografi professionisti), Claudia, Monica, le Hasselblad H4D-31, Hasselblad H4D-40, ma che altro volete? (il primo che mi offre un’amaro lo cionco!!!!)

Francesca Conti davanti a un’installazione della mostra “L’Io dentro me”. Sullo sfondo, Samuele Bersani.
Link al programma completo.
Tutti in motoooooo
3 mag
FOTOGRAFIA REFLEX, in collaborazione alla Infront Motor Sports, organizzatrice del Campionato Mondiale Superbike, alla Canon ed al team Castrol Honda World Superbike sta selezionando fra le persone che invieranno delle foto quindici fortunati che potranno fotografare in pista le moto del Campionato, attrezzati come professionisti.
E quando ve ricapita?! Io ho già mandato le mie, sorelle di quella che vedete qui sopra, voi cosa aspettate?
Negativo e file Raw diversi? ma de che!
4 apr
Quello che segue è il commento che ho lasciato sul gruppo Flickr di Fotografia Reflex nel quale si discuteva se inserire nella rivista alcune pagine che trattassero esclusivamente l’analogico. Come potete leggere si è poi finiti sull’eterna “guerra” fra analogico e digitale ed ho avuto uno scambio di idee con Ferod circa l’esistenza o meno delle sviluppo del negativo in digitale.
Faccio questo post perché ritengo interessante la discussione che ne è nata ed anche dare qui il mio parere, voi che ne pensate?
Comunque non so se la tua era voglia di scherzare o meno o di fare un po di polemica o meno ma ti dico che lo lo sviluppo del negativo esisteva allora ed esiste ancora.
Ma facciamo cosi, magari dico cosa intendo io per sviluppo cosi partiamo da un dato (il MIO per carità): per sviluppo intendo qualsiasi procedimento atto alla rivelazione dell’immagine latente. Poi se lo si ottiene con l’uso di sostanze chimiche o con l’uso di software a me non importa.
Essendo il RAW un formato non direttamente utilizzabile, cosi com’è come non lo era un negativo appena esposto, vi è la necessità di intervenire per trasformare una serie di dati in un’immagine bitmap visualizzabile e/o stampabile.
Se poi non ti piace il nome sviluppo digitale troviamone un’altro, magari convinciamo il mondo ad adottarlo (sto facendo polemica).
E mo fattene un’altra de risata dai. Ops…avevo detto…va be aho, gnofatta!
E’ per chi mi chiedesse “e se scatto in jpeg” rispondo che fa la stessa cosa che si faceva scattando con le istantanee (Polaroid).
Fotografia Reflex: De pellicola e dintorni
15 mar
Vi consiglio vivamente di dare una letta al post, come sempre accade in quel gruppo, interessantissimo sulla possibilità o meno di riproporre articoli sulla fotografia analogica (non me ne voglia il direttore Forti) nella nostra amata rivista Fotografia Reflex.
Vi riporto l’intervento di Giulio Forti, il direttore di Fotografia Reflex, che dice:
La richiesta di Lehasnikro e di spiderfrank sul tema bianconero analogico e la lunga catena di interventi mostra che la questione esiste e che esista una voglia di fotografare con un mezzo chimico di estrema bellezza e manualità.
La discussione inconsciamente rilancia l’idea vagante da tempo in redazione di riprendere l’argomento su FR. Dicendo manualità, intendo quel gusto irripetibile che tutti coloro che per la camera oscura sono passati conoscono bere: la sfida senza compromessi con se stessi nel portare a termine il processo con le proprie mani, senza software di supporto. Ovvio che si possa immaginare amche la via ibrida che consiste nello sviluppo della pellicola (facile) e nella stampa digitale via scansione.
Se è vero che il sistema all’alogenuro d’argento non aveva più molti modi di perfezionarsi, altrettanto lo è il sistema digitale oggi perché, dopo 15 anni, strizzati come limoni gli elementi base l’industria non sa più come innovare e quindi ripiega su soluzioni di marketing per mantenere vivo il mercato.
Chi ha avuto esperienza analogica, sa che una reflex digitale va usata nello stesso identico modo. Insomma, che non c’è un modo digitale per fare fotografie. Non è vero, d’altro canto, che scattare con pellicola significhi usare la testa. O ce l’hai, o non ce l’hai, la testa. Fatta salva ogni sua utile e riconosciuta caratteristica usata con la testa, il digitale ha reso possibile a chiunque di vedere la fotografia sul display, ciò che è la chiave del suo successo commerciale e della risultante massificazione culturale.
Quell’ansia da ricerca del negativo perfettamente esposto è scomparsa, sostituita dell’ansia da menu, da colorimetria, da bilanciamento del bianco, da rumore, da profili colore… Il tutto ancora perché il sistema fa una fatica boia ad emulare la semplicità della ripresa analogica. Dubito che riprendere l’argomento sulla rivista basti a far ripartire il gusto della fotografia su pellicola, penso però che un certo numero di lettori apprezzerà e che altri potranno incuriosirsi.
Ci ragioneremo in modo più approfondito. E voi aiutateci a chiarirci le idee.
Ovviamente vi consiglio di andare a leggere tutto il post dove troverete i pareri di gente come Claudia Rocchini o Le Ali.
Fotografia Creativa ed affini
27 gen
Come sapete ogni tanto mi piace parlare dei libri che leggo, ho letto o mi piacerebbe leggere. Uno di questi è senz’altro quello segnalato da Claudia Rocchini nel suo post di ieri “Lo scatto Creativo“.
Il libro in questione non l’ho letto ma avendone letti altri di Peterson, po vi dirò, mi sembrava giusto segnalare, anche visto quello che ne dice Claudia questo volume che sicuramente ordinerò non appena finito di scrivere questo post.
Il libri di cui vi accennavo, quelli che ho già letto di Bryan Peterson, sono “Come fotografare la gente“, molto interessante ma sopratutto “Nuovo Corso Avanzato di Fotografia” che lessi nella sua prima versione (titolo: Corso Anazato di Fotografia) fu la causa della mia “rinascita” fotografia. Leggerlo fece riaccendere in me la passione per quella che adesso è anche una mania ^^
Non aggiungo altro visto che sia Claudia sia la redazione di ReflexShop hanno scritto tutto quello che c’è da sapere in dettaglio sui libri che vi ho segnalato.
Claudia Rocchini: Sostiene Basilico
22 dic
No, non vi proporrò una ricetta della cara Claudia Rocchini, vi voglio semplicemente segnalare un suo post nel quale ci racconta i dietro le quante della sua intervista a Gabriele Basilico, il MAESTRO.
Lei aprè l’articolo cosi:
Un informale dietro le quinte dell’incontro con Gabriele Basilico, in attesa dell’intervista sul numero di gennaio di Fotografia Reflex.
Inutile dire che ve ne raccomando la lettura.
Obiettivi tutto fare…un bene o un male?
10 nov

La discussione vera la trovate su Flickr nel gruppo di Fotografia Reflex, io qui riporto soltanto il mio pensiero a riguardo.
Due anni fa sono andato in vacanza in Irlanda…be, stanco di cambiare sempre fra 50 e 70-300 ed arrivato davanti ad un negozio di Galway, ovviamente fotografico, trovai un 18-200 della Sigma – uno dei primi stabilizzati non “ufficiale”. Be, l’ho rivenduto appena tornato in italia allo stesso prezzo, ma devo dire che per le foto “ricordino” si è comportato benissimo.
Stampe 13×18 e qualche 20×30 e molta praticità d’uso.
Da quando l’ho provato, ogni volta che parto per le “vacanzette” ripenso a lui con una certa nostalgia.
A lui che mi evitava tante discussioni tipo “La pianti di cambiare ogni 5 minuti obiettivo?” oppure “Possibile che per una foto ci metti cosi tanto?”
Be, varrà poco dal punto di vista ottico ma vi assicuro che dal punto di vista “umano” lo rimpiango molto.
Adesso chiudo che “ci stai mettendo troppo a scaricare ste email” ;-)
Fico, adesso mi autocito … annamo bene … forse ha ragione chi dice che sono egocentrico, se non fosse che nel mentre mi vietava di pubblicare link al di fuori del suo sito gh gh gh
Claudia Rocchini: TOCCA SCEGLIERE, TU COME LO FAI?
7 nov
Continuiamo ad avere l’onore ed il piacere di ospitare gli articoli di Claudia, della quale oramai sapete tutto. Non mi stancherò mai di lodare il suo modo di portare la notizia, completo, semplice e ben comprensibile da TUTTI.
Vi lascio alle sue parole.
da FOTOGRAFIA REFLEX OTTOBRE – Dagli scatti vergini alla selezione finale. Appassionati o professionisti, la valutazione delle proprie fotografie è un problema comune a tutti. – di Claudia Rocchini
Una delle operazioni più delicate, e complicate, del flusso di lavoro fotografico riguarda la selezione delle fotografie. Non importa se si è semplici appassionati o professionisti, l’esame degli scatti è un passaggio capace di far venire il mal di testa a tutti perché chiunque, dopo una giornata passata a fotografare, si ritrova con centinaia di scatti tra cui operare una scelta. Al solito, non esiste una formula magica, ma ci sono alcuni accorgimenti di base, utili e universali, da applicare in ogni circostanza. Vediamo quali, con qualche premessa doverosa.
Il primo e più importante passo è essere consapevoli della destinazione delle nostre fotografie.
Ora, lasciamo perdere i discorsi stile “Io scatto per mio piacere personale, non mi interessa il giudizio altrui” e diamo per scontato che si voglia far vedere le fotografie a un pubblico. E’ importante sapere a chi ci vogliamo rivolgere. Prendiamo in esame le due situazioni più frequenti: fotografie destinate a una mostra oppure a una galleria on line sul nostro album o sito internet. Se sono opere destinate a una mostra, non possiamo prescindere dal prendere in considerazione anche se non soprattutto tutti quei fattori legati alla stampa; se viceversa, come nella maggioranza dei casi, le fotografie saranno messe prevalentemente on line, potremo concentrarci su altri fattori, anche se sarebbe buona norma scattare con l’idea che qualsiasi nostra fotografia dovrà/potrà essere degna di stampa.
Una volta chiaro questo passaggio, dobbiamo essere psicologicamente pronti a indossare il camice per scatenare il dottor House presente in ognuno di noi: prepariamoci a diagnosi asettiche condite da un pizzico di cinismo e spietatezza, possibilmente autoironiche, stando pronti a usare il bisturi senza esitare.
Saper “tagliare” è il più importante passo che ci aiuta a perfezionare le capacità di valutazione fotografica.
Sarebbe anche opportuno non lasciare troppo spazio a suggestioni ipnotiche dettate dalla speranza, neanche troppo nascosta, di venire considerati “artisti” e, in quanto tali, liberi da regole formali.
Se una fotografia non è venuta, non è venuta, punto. E si vede. A volte siamo particolarmente legati a uno scatto sbagliato per le circostanze in cui l’abbiamo ottenuto. Non importa: partiamo dal presupposto che a quasi nessuno interessa sapere quanta fatica abbiamo fatto, né che siamo legati al soggetto da un forte legame affettivo, tantomeno interessano le giustificazioni sui motivi degli errori, a meno che si intenda utilizzare l’immagine per far capire come e perché è sbagliata. Le trasgressioni alle regole sono certamente ammesse, ma in rari casi e solo se si è consapevoli: difficilmente si potrà spacciare uno scatto con evidenti e grossolane imperfezioni come il risultato di una ricerca
“artistica”.
Passando alle cose pratiche, il primo consiglio, a meno di essere professionisti alle prese con scadenze strette, è di non esaminare subito le fotografie, ma attendere qualche giorno per distaccarci dai ricordi emotivi, lasciandoli sedimentare, così da avere una visione asettica. Va tenuto presente che molto dipenderà anche dal nostro stato d’animo del momento: l’ideale sarebbe affrontare la selezione con animo sereno altriment rischiamo che la scelta sia influenzata da emozioni puramente estemporanee.
Ciò detto, possiamo cominciare la nostra valutazione. Procediamo per esclusione e creiamo una carrellata di tutte le nostre fotografie, scartando subito quelle tecnicamente errate, probabilmente la maggioranza. Sconsiglio di eliminare fotografie lievemente mosse, sfocate, o dalle composizioni improbabili perché a volte anche gli errori tecnici contribuiscono a creare valore in una fotografia.
Per ora mettiamole da parte, in una cartella che potremo anche chiamare “foto sbagliate”.
Il primo e più profondo taglio va destinato a quelle immagini che provocano un’immediata reazione di rigetto. Continua >
Claudia Rocchini: FISSO O VARIABILE? – FOTOGRAFIA REFLEX AGOSTO
8 set

copertina Fotografia Reflex di Agosto 2010
Ovviamente quando si parla di fisso o variabile non ci si riferisce al fidanzato ne alla miglior scelta in fatto di mutuo ma della focale dei nostri amati/odiati obiettivi fotografici. Anzi, precisiamo che nessun fidanzato è stato maltrattato nella stesura di questo articolo, che poi è della nostra amica Claudia Rocchini che oramai tutti conoscete!
Come al solito scrive in maniera interessante “chiacchierando” con noi e dandoci la possibilità di riflettere su concetti profondi in maniera semplice ma mai semplicistica.
Ma sentiamo cosa ha da dirci (ricordate che alla fine del post avete la possibilità di scaricare l’intero articolo in pdf), magari scrivete un grazie cosi glielo faccio avere ^_^
Uno dei blablabla più ricorrenti tra fotoamatori “nati imparati” riguarda il confronto di prestazioni tra obiettivi a focale fissa e obiettivi zoom, quasi fosse una gara. Se ne parla prevalentemente per fattori qualitativi, con opinioni basate su parametri quali nitidezza, luminosità, velocità di messa a fuoco, distorsioni eccetera. Più raramente si discute di modalità compositive e relative differenze, se non in termini negativi riferiti ai presunti limiti di composizione degli obiettivi fissi.
Le osservazioni più frequenti in merito tipo “Sono troppo lungo o troppo corto” oppure “I fissi danno più soddisfazioni in termini di qualità, ma tocca muoversi per ottenere l’inquadratura giusta” non sono quasi mai accompagnate da riferimenti sulle condizioni di ripresa, l’unica discriminante che forse potrebbe giustificare affermazioni così categoriche.
Per discutere con cognizione di causa si dovrebbe specificare di quale genere fotografico si sta parlando e in quale situazione ci si trova perché cambia molto sapere se si è in montagna sull’orlo di un burrone (e dunque limitati nei movimenti) oppure se si è in un prato alpino con infinite possibilità di azione.Girifalco - Falco rusticolus (posizione di volo detta a "Spirito Santo") Nikon D700 - Nikkor 180mm@20m - TC 1.4 - 1/2500, f/3.5, 640 ISO - Copyright Claudia Rocchini 2010 - All Rights Reserved
L’argomento principe a sostegno degli obiettivi zoom è che essendo dotati di molteplici escursioni focali vengono ritenuti più comodi perché “permettono di avvicinare e allontanare il soggetto inquadrato”. Punto.
Ciò che stupisce è che quasi mai si parla di come cambia la prospettiva a seconda del tipo di focale scelta o subìta, come se questa variabile fosse ininfluente per la resa finale dello scatto. Da ciò si deduce che in moltissimi casi gli obiettivi zoom vengono considerati solo ed esclusivamente in base al fattore di ingrandimento senza che ci si ponga il problema di come funzionino tecnicamente né di conseguenza il loro corretto utilizzo.
Durante una recente escursione naturalistica, un ragazzo con attrezzatura professionale, una reflex full frame con un tele da 300mm fisso a f/2.8, era molto interessato alla mia attrezzatura, soprattutto all’obiettivo (un 70-200mm con duplicatore di focale): “Volevo prenderlo, ho scelto il 300mm per la qualità, ma lo voglio vendere perché con i fissi non mi trovo bene a comporre. Lo zoom è più comodo, non mi devo muovere e i risultati non cambiano”.
Di fronte a simili castronerie, dette con molta convinzione, è inutile discutere. E poi avevo voglia di provare il suo obiettivo, così gli ho proposto di fare uno scambio con il mio e di valutare sul campo la resa. Mi sono molto divertita a osservarlo fotografare perché già immaginavo il comportamento: infatti, anche in presenza di soggetti statici e con possibilità di avvicinarsi considerevolmente, si limitava a maneggiare il barilotto dello zoom alla ricerca della giusta inquadratura, senza mai muoversi dal punto in cui era: “Caspita quanto è comodo lo zoom! E se anche tu l’hai preferito al fisso un motivo ci sarà”.dignità - Nikon D700 - Nikkor 70/300VR@185mm@12m - 1/320, f/5, ++1/3 EV, 1600 ISO - Copyright Claudia Rocchini 2010 - All Rights Reserved
Il motivo, avrei potuto rispondere, è solo la comodità di non dover portare con me troppi obiettivi, ma quando e se possibile uso lo zoom come se fosse un fisso. Invece ho preferito stimolarlo con domande ad hoc: “Ti sei mai chiesto perché sugli zoom sono riportate le lunghezze focali? A cosa dovrebbero servire visto che secondo te il barilotto serve solo per ingrandire o rimpicciolire i soggetti?”. E ancora: “Lo sai che zoomando cambia non solo l’inquadratura ma anche la focale e, di conseguenza, tutta la prospettiva?” E infine: “Non ti sfiora il dubbio che uno zoom, fermo restando che ci siano le condizioni di ripresa adatte, andrebbe usato come se fosse un fisso e l’unica differenza è che non sei costretto a cambiare obiettivo?”.
E’ andato in crisi, senza sapere cosa rispondere. Gli ho proposto alcuni esercizi, basati sul cambio di focale e di distanza dal soggetto, adatti a verificare le variazioni della prospettiva.
Continua sul numero pdf in allegato.
Giulio Forti: intervista e consigli per Passione Italia
4 ago
Intervista al direttore della rivista Fotografia Reflex Giulio Forti, nella quale ci da alcune dritte su come realizzare dei bei ritratti.
Poche ma preziose indicazioni.
Claudia Rocchini: Il Vate, il museo e la fotografia
2 ago
Claudia Rocchini, adesso dovresti conoscere chi è, ha scritto un’interessantissimo (ancora una volta) articolo su un’argomento assai “scottante”, sopratutto data la stagione.
In verità ha lanciato anche una iniziativa alla quale mi piacerebbe per lo meno che deste un’occhiata, la trovate sul gruppo Flickr di Fotografia Reflex.
La cosa che vi domando io è: pensate sia cosi sbagliato che tutti possano, non solo i presidenti, fotografarsi davanti al Cenacolo di Leonardo da Vinci? Ovviamente con tutto il rispetto e per l’opera e per le altre persone che vogliono godere del capolavoro di Leonardo senza rompiscatole in giro.
Ho riflettuto molto sulla cosa e la mia conclusione è che siamo troppo male-educati per una cosa del genere per cui l’ideale sarebbero degli eventi mirati in cui, in momenti appositamente penati per noi fotografi, si potrebbero organizzare dei gruppi “armati” di reflex.
All’inizio, appena dopo aver letto l’articolo di Claudia, ero molto categorico sulla cosa…pago le tasse dunque ho il diritto, nel rispetto, di godere delle opera d’arte “come mi pare”.
Poi riflettendo e leggendo i pariri di persone ben più addentro di me ho elaborato la conclusione di cui sopra. L’unica cosa, non è retorica ne politica, è che non ci debbono essere discriminazioni di nessun tipo e si sfanculino i vari presidenti santi ed eroi. Anzi siano loro a darci esempio.
Ma sentiamo anzi leggiamo il parere di chi sa scrivere e sopratutto di chi ha ideato l’iniziativa di cui stiamo parlando per cui riflettete insieme a me leggendo l’articolo di Claudia uscito a luglio 2010 su Fotografia Reflex.
Gabriele d’Annunzio e l’immagine, il Vittoriale e i divieti alle riprese. Intervista a Giordano Bruno Guerri
di Claudia Rocchini
“Uno spirito di sole nella piccola nera prigionedi metallo e di cristallo”, ecco come Gabrieled’Annunzio descrive la box camera KodakPocket usata da Mario Nunes Vais, suoamico e fotografo ufficiale, per ritrarlo. Da brividi. Che aumentano a ogni rilettura. Questa lettera meriterebbe ben altri commentatori,più preparati e meno coinvolti di me, ma è unottimo incipit per introdurre gli argomenti diquesto articolo. L’idea è nata da un’insofferenzae un risentimento crescenti nel tempo acausa del divieto generalizzato di fotografare in moltissimi luoghi di cultura. E se un tempotra le mie mete predilette vi erano città e luoghid’arte, musei, chiese e biblioteche, daquando fotografare è diventata una priorità, se incappo nel divieto assoluto di ripresa cambioprogramma, perché sono giunta alla conclusioneche ciò che non posso fotografare, non merita di essere visto.
Informarsi su divieti e permessi, oltretutto,non è facile né immediato perché nella maggior parte dei casi sui siti web relativi non vi è traccia di questi argomenti ed è necessario telefonare per sentirsi dire che è vietato. Perché? Perché è vietato punto. Se viceversa ci si qualifica come fotografi professionisti che desiderano fare un servizio, si incappa nelle maglie della burocrazia con tutti i ma, i se, i distinguo, le attese, le sollecitazioni e le frustrazioni del caso. Per non parlare dell’uso del flash, impedito più perché “è sempre stato così” (nonostante il lampo al magnesio sia in disuso da più di 50 anni) che non per il disturbo recato ai visitatori o per i presunti danni che provocherebbe alle opere esposte.
E’, questo, un andazzo che non trova eguali in altri Paesi dove invece, con le opportune e doverose restrizioni legate prevalentemente alla sicurezza delle riprese e all’utilizzo delle immagini, non esistono divieti indiscriminati. Il risultato è che in Italia sempre più fotoamatori rinunciano a frequentare luoghi di cultura: basta consultare un qualsiasi forum fotografico per leggere lamentele accompagnate da richieste di maggiore tolleranza.
Due le domande: ma se per esempio al Louvre si possono fare fotografie, perché mai nei musei nostrani è vietato?
E ancora: perché la cultura, che soprattutto negli ultimi anni lamenta una scarsa affluenza di visitatori in questi luoghi, non fa nulla o quasi per stimolare le visite dei fotoamatori creando, per esempio, specifici eventi di “apertura” a loro dedicati?
Sarebbero iniziative molto gradite che per giunta porterebbero maggiori introiti in quelle Casse così pesantemente intaccate dai tagli dei finanziamenti statali.
Con l’intento di capire se è possibile stimolare iniziative per incentivare l’utenza fotografica, ne ho parlato con Giordano Bruno Guerri, Presidente della Fondazione Vittoriale degli Italiani (www.vittoriale.it), la cittadella monumentale a Gardone Riviera (BS), dimora di Gabriele d’Annunzio dal 1921 al 1938.

Sopra, due ritratti di Gabriele d’Annunzio in due delle pose preferite: di profilo e a tre quarti, con espressione concentrata, e durante la lettura. Nelle altre due foto, con il conte Giuseppe Primoli, figlio di Carlotta Bonaparte, grande amico e consigliere del Poeta, e un momento di spensieratezza di d’Annunzio ritratto mentre gioca con i suoi adorati cani nella Villa della Capponcina, a Settignano, in cui visse negli anni della relazione con Eleonora Duse. (Foto d’Archivio del Vittoriale)
D’Annunzio e Guerri: vediamo chi sono oltre le apparenze. Prima della stesura di questo servizio confesso che di Gabriele d’Annunzio conoscevo molto poco e quel poco era legato a vaghi ricordi di studi superiori e universitari. Semplificando di molto, il Vate era un personaggio come si dice oggi molto “avanti”, grande innovatore e dotato di genio battagliero: in un’epoca in cui prevaleva la figura dell’intellettuale togato, egli preferiva le redazioni alle aule universitarie. La sua formazione è stata quella di un giornalista-scrittore, una circostanza che, data la sua frequentazione delle élites culturali europee, gli ha portato indubbi vantaggi rispetto ai colleghi intellettuali italiani, un po’ provincialotti e pregni di snobismo verso scienza e tecnica. Argomenti che a Lui, viceversa, interessavano moltissimo: ha posseduto una delle prime automobili in Italia mentre Pascoli, il letterato a lui più vicino, ancora stentava ad andare in bicicletta.
Era un instancabile provocatore, mosso dalla passione e dall’inquietudine: “La passione in tutto. Desidero le più lievi cose perdutamente, come le più grandi. Non ho mai tregua”, scrisse negli ultimi giorni della sua vita. E, infine, insofferente a ogni divieto: “Bisogna che il mondo si persuada che io sono capace di tutto”, disse a Emilio Treves, fondatore dell’omonima casa editrice e suo editore.
Innamorato di sé come e se non più di Narciso, amava la fotografia e si dice che non scrivesse un rigo se non aveva un’immagine accanto. Sono tantissimi gli scatti che lo ritraggono, quasi sempre nella stessa posa, e c’è chi sostiene che “il suo estetismo non avrebbe potuto esistere se non avesse aderito alla fotografia in modo così profondo” (Cfr – Anna Maria Andreoli, già Presidente del Vittoriale).
Giordano Bruno Guerri, invece, è giornalista, scrittore, storico e saggista. Laureato in Lettere Moderne alla Cattolica di Milano, è stato professore universitario di Storia contemporanea a Salerno, Madrid, Ginevra, alla Columbia di New York e a Rio de Janeiro, ora insegna Storia contemporanea alla Guglielmo Marconi di Roma. Ha diretto Storia Illustrata, Chorus e L’Indipendente, condotto programmi in Rai e per La7, da anni è opinionista de Il Giornale. Tecnologia e innovazione sono un suo pallino: ha presieduto la Fondazione “Ugo Bordoni”, Istituto di Alta Cultura e Ricerca nell’ICT, ed è tutt’ora Presidente del Forum TAL, organismo di coordinamento delle iniziative di ricerca e sviluppo del trattamento automatico del linguaggio “per la diffusione di un italiano al tempo corretto e moderno”.
E’ un innovatore ma soprattutto un rinnovatore: da quando è Presidente del Vittoriale ha rinunciato all’obolo annuale dello Stato di 43mila euro per portare avanti una progressiva privatizzazione con il risultato, in due anni, di portare il bilancio in attivo, caso raro per un museo statale.
Ha svecchiato il Vittoriale allestendo una mostra permanente, “Omaggio a d’Annunzio”, tra cui figurano opere di diversi artisti contemporanei, a cui si aggiunge, ultima opera in ordine di tempo donata al Vittoriale dallo scultore Mimmo Paladino, un bellissimo cavallo blu in vetroresina, dalle lunghe gambe e alto quattro metri, del valore di 350mila euro, collocato strategicamente nell’Anfiteatro della Cittadella (luogo in cui d’estate si tengono spettacoli teatrali e concerti pop, opera e balletti alternati alla settimana dedicata al jazz) a svettare sul lago di Garda, con epiche reminiscenze. E non è finita: a breve, grazie ai finanziamenti della Fondazione Cab, Credito agrario bresciano, verrà inaugurato un altro museo, “D’Annunzio segreto” in cui, spiega Guerri, “saranno esposti gli oggetti più cari al Vate: gli armadi pieni di tesori, tutte le divise, oltre 300 paia di scarpe, la sua biancheria, le sue vestaglie e quelle che faceva confezionare per le sue gentili visitatrici, amanti ufficiali e ‘badesse di passaggio’. E ancora, stoviglie, piatti, la cancelleria che lui tanto amava…
Questo nuovo museo consentirà un rilancio mondiale di d’Annunzio e verrà sostenuto da un lancio mediatico internazionale che non avrà solo uno scopo pubblicitario ma quello, molto più importante, di contribuire allo svecchiamento dell’immagine di d’Annunzio stessa.
Giordano, visitando il Vittoriale la prima impressione che si ha, da fotografi, è l’imbarazzo perché sono tanti e tali i soggetti da fotografare, che non si sa cosa scegliere e come inquadrare. Un’ubriacatura di generi fotografici: dalle panoramiche, ai ritratti, alle macro, al bianconero esaltato dai contrasti di luci e ombre. Insomma ce n’è per ogni gusto.
“Non potrebbe essere altrimenti: d’Annunzio visse qui gli ultimi 17 anni della sua vita. L’allestì secondo suo gusto e a spese del regime perché nel frattempo l’aveva già donato agli italiani, ovvero allo Stato, che l’ha gestito come Fondazione pubblica dal 1938 al 2009. Dal 1° dicembre 2009 è un Fondazione di diritto privato, di proprietà del demanio e sotto la tutela del Ministero dei Beni culturali. Ed ecco così spiegato il nome ‘Vittoriale degli Italiani’, perché più che di d’Annunzio era di tutto il popolo. Da qui la massima che si trova all’ingresso della Cittadella: ‘Io ho quel che ho donato’. Il Duce disse che ‘D’Annunzio è come un dente marcio: o lo si estirpa o lo si ricopre d’oro… io preferisco ricoprirlo d’oro’”.
Perché al Vittoriale è vietato fotografare?
“Al Vittoriale non è vietato fotografare, tranne che nella Prioria, l’abitazione di d’Annunzio, ma solo per motivi di ordine pratico: permettiamo l’accesso a piccoli gruppi, su prenotazione, perché sono tanti e tali gli oggetti preziosi e i tesori esposti che i danni e i furti sono dietro l’angolo”.
Tesori che molti vorrebbero fotografare. Già l’immenso parco di nove ettari, “un libro di pietre vive” così definito dal Vate, è difficile da descrivere e ci affidiamo a quanto scritto nei depliant: “Il Parco Monumentale consente di ammirare una serie di cimeli storici che costituiscono un percorso della memoria della storia nazionale italiana, tra i quali le auto dannunziane Isotta Fraschini e Fiat Tipo 4 con la quale il Poeta fece il suo ingresso a Fiume il 12 settembre 1919, dando così inizio al periodo della Reggenza del Carnaro (1919-1920) e l’aereo SVA 10 con il quale il 9 agosto 1918 volò su Vienna per lanciare volantini annuncianti la vittoria italiana. Proseguendo il percorso dei cimeli storici, si sale nel parco fino al MAS 96 qui collocato a memoria della Beffa di Buccari quando D’Annunzio, a bordo del motoscafo, tra il 10 e l’11 febbraio 1918, penetrò nella baia nemica di Buccari. Si scende quindi fino alla nave Puglia, unico esempio al mondo di nave da guerra incastonata in una collina con la prua rivolta verso il lago”.
Ma è nulla al confronto di quanto è esposto nella Prioria, la dimora privata del Vate: il Bagno Blu, colore dominante, contiene più di
900 oggetti preziosi, con a terra i tappeti persiani che il Poeta utilizzava persino in riva al mare, per sdraiarsi in spiaggia; la stanza da pranzo, detta Stanza delle Cheli, in stile Decò; e ancora l’Apollino, il luogo dove d’Annunzio era solito leggere e scrivere, una veranda fatta costruire appositamente per illuminare indirettamente la camera da letto.
Perché non organizzare giornate specifiche dedicate ai fotoamatori proprio nella Prioria?
“Perché nessuno l’ha ancora proposto né si presta a finanziare e gestire l’iniziativa. Non si parla di grandi cifre, ma almeno quel minimo
necessario a copertura spese. Se si supera questo scoglio, noi siamo più che disponibili. E sono convinto che l’iniziativa avrebbe un ritorno
mediatico non indifferente, data l’internazionalità dell’immagine del Vittoriale”.
D’Annunzio e la fotografia, quale rapporto?
“Lui amava vedersi ritratto, gli piaceva essere osservato nella sua esistenza quotidiana in modo da lasciarci non solo le sue opere ma anche il ricordo iconografico della sua vita. Ed era rigidissimo con la qualità. I suoi ritratti sono tutti di gran pregio e considerata l’epoca la qualità degli scatti era altissima”.
Fotografie solo in posa?
“Prevalentemente in posa, e ci metteva la massima cura nel posare perché teneva a rinnovare la sua immagine. Si faceva fare fotografie molto di frequente perché voleva lasciare un segno di sé anno per anno. Ha smesso di farsi ritrarre quando ha cominciato a vedersi vecchio e a non piacersi più”.
Nel posare, si faceva guidare o gli veniva spontaneo assumere la posa più d’effetto?
“Non aveva di certo problemi a passare ore davanti allo specchio per studiare quale fosse il suo lato migliore. Non a caso i ritratti di cui disponiamo sono tutti più o meno nella stessa posa, con il mento alzato e di tre quarti rispetto all’obiettivo oppure in posa assorta, mentre legge. E molte volte ha rifiutato fotografie fino a quando non è stato soddisfatto del risultato. Il suo gusto prevaleva sempre e comunque
su quello del fotografo”.
Solo soggetto passivo o che ti risulti si è messo anche dietro la macchina fotografica?
“Ci sono pochi riferimenti in merito, però mi risulta che almeno una volta utilizzò una macchina fotografica: nel parco della Capponcina,
a Settignano in Toscana, sua residenza per dodici anni, Gabriele d’Annunzio e Eleonora Duse hanno “giocato” con una Pocket Kodak a ritrarsi vicendevolmente” (Le fotografie sono conservate in originale presso la Fondazione Giorgio Cini di Venezia, ndr).
“Uno spirito di sole nella piccola nera prigione di metallo e di cristallo”: quella lettera è da pelle d’oca…
“Il ragazzo, non vi è dubbio, sapeva scrivere”.
Si ringraziano Alessandro Tonacci, Roberta Valbusa ed Elena Zanini, responsabili Biblioteca, Archivio e Relazioni Esterne del Vittoriale, per la squisita cortesia e disponibilità dimostrate.
Tre palle un soldo, com’è andata a finire?
20 giu
DSC_7732_hk, originally uploaded by adolfo.trinca.
Direi che la discussione sul ritratto di Giulia, sul gruppo Fotografia Reflex, si sia esaurita. E’ una settimana che nessuno la movimenta, per cui credo sia giunto il momento di darvi conto di com’è andata a finire.
Io sono orgoglioso che una mia foto sia stata selezionata da Forti per discuterne, tanto più, come lui stesso ha ammesso gli piace.
Ho avuto la possibilità di conoscere diversi approcci alla lettura della foto attraverso la lettura di interessantissimi punti di vista.
GRAZIE!
Continuate a leggere il post per avere la cronaca esatta di com’è andata.
Claudia Rocchini: Istinto o ragione?
9 giu
Continuiamo con un certo orgoglio a pubblicare gli articoli di Claudia Rocchini. Stavolta tocca un argomento molto interessante; riuscireste a dirmi se nel fotografare vi affidate più all’istinto che alla ragione?
Difficile eh?!
^__^
Riflettete insieme a noi leggendo l’articolo di Claudia “Istinto o ragione?” apparso su Fotografia Reflex a maggio 2010. Buona lettura e ricordate che potete scaricare l’articolo in pdf, trovate il link alla fine del post.
Gli emisferi destro e sinistro del cervello guidano diversamente le nostre scelte fotografiche…
Osservando una fotografia su Flickr (www.flickr.com) sono stata colpita da una didascalia:
“A volte ci si potrebbe chiedere il motivo per cui ci si senta spinti a fare una foto di questo tipo; effettivamente non lo so il perché – passando in auto qualcosa aveva attirato la mia attenzione. Ma non so ancora cosa”.
Lo fotografia non è di quelle che fanno rimanere a bocca aperta: c’è una stradina di campagna, una casa e alberi che sembrano celarla discretamente dalla vista dei passanti.
La didascalia mi ha spinto a osservarla con maggior attenzione per capire che cosa ci fosse da capire in quello scatto: da una parte ero stupita perché l’autore, Danilo Vivian, è un fotografo professionista noto per la sua predisposizione prevalentemente razionale, premeditata direi, verso la fotografia; dall’altra mi è venuto lo spunto per un’analisi sulle nostre tendenze fotografiche e sulla consapevolezza di chi e cosa stiamo fotografando ma, soprattutto, come e perché.
Ho chiesto a Danilo di spiegarmi il suo stato d’animo, apparentemente in controtendenza rispetto al suo approccio fotografico:
“E’ vero, sono un fotografo premeditato, nel senso che guardo nel mirino prima di scattare. E’ un gesto che oggi, col digitale, viene dato per scontato perché si pensa a scattare e poi a gestire i risultati in post produzione. Ma in realtà tutti i miei scatti partono dall’istinto. Io devo “vedere” una foto prima di scattare, visione intesa come la classica lampadina che si accende e che mi comunica che c’è qualcosa, un dettaglio, un contrasto, un colore, un’assonanza di forme o linee. Su quello io ragiono e solo a quel punto comincio a previsualizzare l’immagine. E se quanto ho in mente non quadra con ciò che sto osservando nel mirino, vuol dire che ho montato l’obiettivo sbagliato o che la composizione non è corretta. Questi processi costituiscono la mia premeditazione, ma lo scatto parte dall’istinto. In questa fotografia non c’è nulla da capire perché raffigura esattamente il pensiero che mi ha “costretto” a fermare l’auto. Quale fosse ancora non lo so, ma è proprio questo mio stato d’animo a renderla funzionale”.
La chiacchierata con Danilo mi ha lasciato inizialmente perplessa perché nonostante mi consideri del tutto istintiva nell’approccio fotografico ho dovuto prendere atto che i suoi processi sono anche i miei.
Perplessa perché ho sempre ritenuto che la razionalità, se applicata al mio personale approccio fotografico, costituisse un elemento di disturbo rispetto al risultato finale, cioè qualcosa di potenzialmente negativo che impatta sui tempi di scatto con il rischio di farmi perdere l’attimo.
Invece, pensando a tutte quelle volte in cui ho cambiato obiettivo oppure ho rinunciato allo scatto perché ciò che avevo inquadrato non corrispondeva a quanto avevo in mente, stava cominciando a venirmi il dubbio che forse, quando fotografo, sono molto più razionale e premeditata di quanto creda.
Mi sono sorte spontanee alcune domande: la mia condizione predominante al momento dello scatto è razionale o emotiva?
La risposta agli stimoli visivi è istintiva o ragionata?
La creatività è più spontanea o analitica?
E ancora, quando ho un soggetto inquadrato l’impulso che dall’occhio va al dito è filtrato da considerazioni di carattere razionale o nemmeno ci penso?
E se applico questi filtri, di cosa mi preoccupo maggiormente?
Di norma associamo l’aspetto razionale a quello strettamente tecnico, cioè al controllo delle impostazioni della fotocamera rispetto alle condizioni ambientali, luce e meteo per esempio, e di ripresa.
Invece ci sono altri aspetti decisamente razionali che incidono notevolmente, tipo per esempio negli scatti fatti al volo che molto spesso attribuiamo erroneamente all’istinto solo perché magari abbiamo scattato un’unica fotografia e non una raffica (ma non è istinto, al massimo è prontezza di riflessi) oppure non abbiamo studiato o preparato la scena prima di scattare, limitandoci a controllare le impostazioni della fotocamera.
E, guarda caso, in quell’unico scatto abbiamo ottenuto esattamente quell’effetto che avevamo in mente. Bene, è il caso di prendere atto che non sono scatti fortuiti o dovuti al mero istinto – a meno che non siamo alle prime armi – ma quasi del tutto premeditati anche se a puro livello inconscio.
Sono automatismi reattivi nati nel tempo e con la pratica, perché abbiamo assorbito le informazioni necessarie che ci faranno attendere proprio quel particolare momento che sappiamo ci sarà di lì a breve prima di scattare.
Mi rendo conto che è difficile rispondere alle domande fatte sopra, perché il tempo che intercorre tra l’accensione della lampadina (visione), il momento dell’inquadratura (previsualizzazione) e quello dello scatto (azione) è pressoché inferiore alla frazione di secondo.
Eppure in quei pochi attimi come accennato intervengono processi soggettivi discriminanti che sarebbe opportuno mettere a fuoco soprattutto se siamo ancora alla ricerca di un nostro stile e magari riteniamo di averlo già trovato solo perché abbiamo scoperto il nostro genere fotografico preferito. Le risposte per me le ho trovate.
Come? Addentrandomi nell’affascinante mondo dei due emisferi cerebrali che influenzano in generale le nostre azioni e dunque anche nell’approccio fotografico: quello sinistro, che guida la razionalità, e quello destro, che padroneggia le emozioni e gli istinti.
Senza voler applicare delle etichette, è innegabile che ogni persona è più o meno intuitiva o razionale: alcuni ritengono che sia più difficile seguire gli impulsi istintivi rispetto a quelli razionali; altri, viceversa, non riescono, non possono o semplicemente non vogliono prendere atto della necessità di utilizzare anche il filtro razionale per timore che “inquini” l’impulso dettato dall’istinto.
Queste differenze si possono rilevare osservando due scatti fatti da due diversi autori allo stesso soggetto e nel medesimo luogo.
Il tipo razionale avrà prima interiorizzato la scena costruendola in base a logiche razionali, basate su regole formali, fino ad ottenere il risultato voluto; il tipo istintivo metterà da parte gli schemi logici prescindendo sia dal formalismo tecnico sia dalla realtà e dal fattore tempo, per realizzare un’immagine che magari va oltre ogni regola: mosso, sfuocato, composizione improbabile eccetera.
Eppure, in entrambi i casi, il risultato sarà rappresentativo della situazione e se parliamo di grandi fotografi è altamente probabile che nelle due fotografie la componente istintiva e quella razionale siano ben miscelate e sintonizzate.
E’ questo il punto: sia che ci riteniamo istintivi sia che pensiamo di essere razionali, non dobbiamo fare l’errore di ragionare per compartimenti stagni: il cervello funziona, anche nostro malgrado, come un’unica entità e i due emisferi sono collegati.
Nessuno dei due lati della mente può fare a meno dell’altro, sta a noi capire quanto e come interagiscono e, soprattutto, focalizzare il nostro livello di confidenza, e magari svilupparlo, con quella parte che riteniamo non essere predominante quando fotografiamo. Vediamo come.
Se vi classificate come tipi prevalentemente razionali perché privilegiate un genere che richiede l’assoluta perfezione formale, vedi per esempio la fotografia industriale, quella sportiva o quella scientifica, osservate un vostro scatto e cercatene la componente emotiva.
In prima battuta vi capiterà di vederne solo l’essenzialità e il realismo perché la vostra prima preoccupazione è stata integrare il contenuto con la forma per essere certi di trasmettere esattamente ciò che volevate.
Eppure è uno scatto d’effetto perché colpisce esattamente là dove voleva colpire, provocando reazioni emotive nonostante la vostra premeditazione: è stato il vostro lato istintivo, seppur guidato da logiche razionali, a essere la fonte dell’ispirazione creativa.
Se viceversa vi ritenete tipi prevalentemente istintivi e privilegiate situazioni fotografiche in cui ritenete non sia necessario applicare la razionalità, fate lo stesso esercizio: prendete una vostra fotografia, anche astratta, e tentate di individuare gli elementi di razionalità che avete applicato, e state pur certi che ci sono, a partire dalle impostazioni della fotocamera che avete scelto, per arrivare alle scelte compositive.
E’ soprattutto dalla composizione che è possibile individuare gli aspetti più razionali o istintivi di uno scatto perché quando si inquadra un soggetto nel mirino, in una frazione di secondo la nostra visuale si riempie di infinite scelte fotografiche. Chiedetevi come avete ripulito l’immagine prima di scattarla.
Mentre stavate inquadrando, vi siete chiesti come volevate rendere quello che stavate vedendo? Vi siete posti il problema dell’effetto che volevate creare? Se le risposte sono sì (e lo saranno) e se soprattutto avete ottenuto quello che volevate, benvenuti nel mondo del razionale fotografico.
Una volta capito a quale tipo prevalentemente appartenete potrebbe (e dovrebbe) nascere in voi la necessità di rafforzare la vostra consapevolezza nel lato che ritenete di utilizzare di meno.
Ci sono una serie di esercizi molto utili spiegati nel libro “Lezioni di fotografia” di Kathryn Marx per La biblioteca del fotografo – Editrice Reflex, un saggio che alterna la teoria alla pratica attraverso una lettura ragionata delle immagini di 70 grandi fotografi, intervistati dall’autrice, con consigli ed esercizi pratici per sviluppare entrambi i lati della nostra mente, e su come combinare la fotografia istintiva con quella razionale.
Per esempio, se siete tipi razionali e volete esplorare il vostro lato istintivo, l’autrice suggerisce innanzitutto di fermare il pensiero e di smetterla di reagire a quanto ci circonda in base a schemi preconcetti: “La sospensione del pensiero mentale conscio è cosa che si fa comunemente.
Quando è una logica inspiegabile a decidere che l’immagine “c’è”, si tratta di un sicuro segno che è stato il lato istintivo a guidare la ripresa”. Un altro suggerimento è quello di fotografare i sogni: al risveglio ripassate mentalmente il sogno senza sforzarvi di ricordarne esattamente la sequenza, e poi andate in giro e fotografate, a colori o in bianconero, le sensazioni del sogno. Anche fotografare i ricordi è un utile esercizio: basta andare in un luogo del nostro passato, fermarsi a osservare e attendere di provare le sensazioni di quando eravamo ragazzi.
Lo scopo non è fotografare il luogo per descriverlo dettagliatamente ma di inquadrare la direzione in cui si stava guardando quando quelle sensazioni sono riemerse.
Se viceversa siete tipi prevalentemente istintivi è probabile che andiate in crisi se vi si chiede di fotografare un evento per trasmetterne le sue peculiarità perché la richiesta implicita è di fotografare in modo sequenziale e organizzato, permettendo dunque alla ragione di imbrigliare l’istinto.
La Marx suggerisce vari esercizi partendo dallo studio analitico e concettuale di un soggetto che dovrà essere fotografato sia con un teleobiettivo sia con un grandangolare, facendo esercizi di profondità di campo per essere in grado, a posteriori, di decostruire ogni scatto e descrivere il processo di assemblaggio di ogni immagine.
Fotografare per punti di riferimento e fotografare un rapporto sono altri esercizi consigliati perché non permettono scorciatoie metaforiche: le foto devono mostrare esattamente quello che succede. Come combinare fotografia istintiva con quella razionale è l’ultima sfida che ci attende e ve la lascio scoprire dalla lettura del libro.
Equilibrare istinto e ragione nell’attimo che intercorre dalla visione allo scatto pare essere la discriminante che FA un grande fotografo, e se sarete riusciti ad armonizzare i due lati ve ne accorgerete a colpo d’occhio, ma quasi mai riuscirete a spiegarne i motivi. Al più prenderete atto di esservi calati in pieno in una situazione, reagendo agli eventi con mente istintiva e cuore razionale.
Come scrive Kathryn Marx:
“Io spero che quelli fra voi che sono così razionali da ritenere inconcepibile l’idea di fotografare la musica si aprano ora a nuove e illogiche possibilità o che, come minimo, ripensino al loro concetto di logica. Allo stesso modo, spero che quelli fra voi che fotografano solo l’invisibile, abbiano scoperto modi più concreti per comunicare le loro ‘visioni’ agli altri. Il mio lato razionale si augura che tutti voi abbiate trovato uno strumento per avvicinarci alle enormi e poco sfruttate possibilità della mente. Il mio lato istintivo è molto eccitato dalla prospettiva”.



















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