La grammatica fotografica (ovvero pensieri sgrammaticati)

Scrittoio
© 2011 by Adolfo Trinca

Stamattina davo un’occhiata al mio album su Flickr, in verità è da qualche tempo che sono molto riflessivo riguardo le mie foto sopratutto verso il mio modo di farle. Volevo registrare in maniera scientifica le regole che governano il mio modo di fare fotografia e pensavo che guardando e riguardando la mia evoluzione avrei forse ricavato indicazioni sul dove sto andando e sopratutto sul come. Quindi sono partito dalle foto più vecchie sino ad arrivare alle ultime, quelle fatte a Martina e Silvana sabato pomeriggio.

Pensavo e ripensavo a quale fosse, casomai ci fosse, il mio modo di costruire, per cosi dire, una mia fotografia. Ho cercato di fare attenzione a quali fossero le “parole” che utilizzo maggiormente (quali tempi e diaframmi più utilizzati ad esempio) ed all’evoluzione che, con il passare del tempo, con l’affinarsi della tecnica e sopratutto con l’aumentare della mia cultura fotografica, ho avuto negli ultimissimi anni.

Insomma guardavo e riguardavo con sempre la stessa domanda, semplice quando complicata in testa: quali sono le regole “grammaticali” con le quali cerco di descrivere la realtà?

Ebbene, sono arrivato alla conclusione che come nella scrittura anche per la fotografia utilizzo un mio slang, ovviamente pieno zeppo di refusi. Errori che a dire il vero, almeno il più delle volte, non mi impediscono di esprimere ciò vedo. Delle volte penso, o forse mi illudo, che questi miei errori, combinati con le cose che invece faccio correttamente, rappresentino il mio personale dialetto, il linguaggio che spero mi contraddistingua. Non parlo di stile, quello è per pochi ed io non penso di aver raggiunto un mio stile personale.

In sostanza sono riuscito quasi da subito a capire quale fosse la penna che utilizzo…abbastanza ovvio…la mia adorata (ma non solo) Reflex. Ma qual’era l’inchiostro? con che cosa e che cosa scrivo?

La cosa che io vorrei esprimere in quello che faccio è il Divino. Nulla più. Che sia quello dei Cristiani o quello degli Indiani d’America non importa, mi piacerebbe che le mie foto dessero la sensazione a chi le vede che dentro quella persone o quel paesaggio c’era un’anima!

AH AH AH

c’hai creduto faccia di velluto

AH AH AH

il Divino gh gh gh…il Di Vino forse ^_^

V’ho fatto uno scherzo!

Dovete scattare foto nello spazio?

Dovete scattare delle foto dallo Shuttle? Non c’è nessunissimo problema, basterà che scarichiate l’ottimo manuale che la Hasselblad ha preparato per gli astronauti della NASA e poi tanto pratica mi raccomando!

La NASA usa da moltissimo tempo macchine Hasselblad nelle missioni spaziali cosi ha deciso di fare un bel manuale “Astronaut’s Photography Manual” usato per addestrare gli astronauti non solo all’uso della Hasselblad 500EL/M ma anche per la composizione di scene tipiche del loro mestiere, una figata! Ovviamente con esempi ed illusrazioni.

Dite che è una cavolata? siete sicuri? E se il turismo spaziale prendesse piede?!

Ma è pronta per l’uso?

Voi come fate a capire se il vostro materiale (pile e schede di memoria) è pronto per l’uso?

Io utilizzo i post-it.

Ne ho trovati di davvero carini in libreria, di quelli che  si utilizzano per tenere il segno.

La procedura è molto semplice, la batteria è carica per cui ha il post it appiccicato.

Quando la uso per forza di cose stacco il post it ed una volta scarica la rimetto e prendendo l’altra, quella che ha ancora il post-it.

La stessa cosa ovviamente vale per le schede di memoria ^_^

Metodo semplice, ma vi assicuro efficace.

Monica Silva: L’IO DENTRO ME

Riporto il testo che potete scaricare qui.

Quasi quaranta ritratti di persone, comuni e famose, riprese in due scatti: musicisti, impiegati, attrici, studenti, commesse e letterati, tra i tanti anche Nicoletta MantovaniSamuele Bersani, Filippa LagerbackDolcenera, Matteo Becucci e Deanna Orienti; la loro realtà in atto e il loro potenziale in essere si sviluppano nel sogno di ogni fotografo: cogliere l’anima in uno scatto, riuscire a plasmare il soggetto, facendone emergere un altro io spesso inaspettato.  Monica Silva con il progetto L’io dentro me entra nel contemporaneo sperimentale e avvalendosi di altri media indaga sulla psicologia della persona, svelando i lati nascosti e reconditi dei  prescelti per i suoi scatti. Fino a che punto si è disposti ad apparire per i quindici minuti di wharholiana celebrità? E’ la domanda che si pone Monica Silva analizzando i comportamenti e le reazioni degli spettatori delle persone che fotografa. Nasce così L’io dentro me, soggetti ritratti su sfondo bianco, ripresi in due distinte versioni, a mezzo busto, in studio, con macchina fissa, e il risultato, in fase di esposizione, è una serie di proiezioni video dove l’ego nascosto di ogni persona prende forma tramite grafiche generative. Una foto ritrae l’io sociale come si presenta al giudizio altrui, l’altra rivela ciò che si è dentro, una personalità differente o anche solo il desiderio di essere altro, la parte segreta di ciascuno di noi, quella che si cela ai più e forse anche a se stessi. Un relativismo estetico che sprigiona la personalità liberata dal contesto sociale dei soggetti, dove le singolarità delle persone annullano la tendenza moderna a sentirsi tutti giovani e uguali. Facce particolari che vien voglia di fermarsi a guardare, personalità complesse che solo scavando è possibile svelare.L’io dentro me è il primo di un ciclo di progetti interattivi dell’artista: effetti sonori e immagini video integrano l’allestimento e all’avvicinarsi del visitatore sensori di presenza attivano le videoinstallazioni. L’immagine proiettata (fenomeni fisici di corrosione, meccanica dei fluidi…) rivela gradatamente l’io nascosto dei personaggi e dello spettatore: sarà lui stesso così a far apparire nella sala di proiezione l’alter ego visivo, L’io dentro me dei soggetti.Monica Silva nata a San Paolo, ma in Italia dal 1986, già aiuto regista, tra gli altri, di Daniele Lucchetti, Renzo Martinelli e Zack Snyder. Da anni pubblica per le più importanti riviste nazionali (Sette, Style, Io Donna, Vanity Fair, Corriere Della Sera, Max ed altri). Ha lavorato anche con artisti musicali del calibro di Samuele Bersani, Sergio Cammariere, Noemi, Dolcenera. Nel 2008 diventa Nikon Pro Photographer svolgendo una serie di progetti fotografici in collaborazione con Nikon Italia ed enti di turismo nel mondo. Da queste esperienze professionali nasce l’esigenza di esprimersi in modo più creativo e staccato da obblighi aziendali. Inizia così un percorso nel mondo della fotografia d’arte, con progetti fotografici articolati come Life above all (2008), da L’antologia di Spoon River, e On my Skin. Nudo d’autore (2009).

Che dite, ci si fa un salto? Intanto date una letta all’evento su facebook.

Gestire le proprie foto su Linux

Un post per chi utilizza l’ottimo sistema operativo open source. Preso da ZioGeek il quale in un suo post elenca e fa una breve presentazione dei (principali e più famosi ) programmi che si possono utilizzare su Linux per gestire le proprie immagini.

Ci presenta in maniera veloce veloce Gimp, F-Spot, Digikam, Hugin

A cosa servono? be, editor di immagini, import delle immagini, foto panoramiche ecc…ma andate sul post di Zio ed approfondite e salutatelo da parte mia.

La Superluna

Sabato prossima ci sarà la Superluna!!! No, non sono diventato scemo, si tratta di un fenomeno che ricorre ciclicamente. In pratica la luna sarà alla distanza minima dalla terra (circa 356.577 km) e sarà bellissimo vederla e…fotografarla!

L’ultima vola è accaduto nel marzo del 1993, stavolta non me la perdo…organizziamo un gruppo di scatto?

da Corriere.it:

ILLUSIONE LUNARE – «Gli effetti della “Superluna” sul nostro pianeta sono bassi», spiega anche il capo scienziato alla Nasa, Jim Garvin. Che sottolinea: «Tenendo conto di alcuni studi molto dettagliati di sismologi e vulcanologi, l’allineamento della Luna in combinazione con la Luna piena, non dovrebbe avere alcun effetto importante sulla Terra». Per godersi lo spettacolo al meglio dalle pagine dell’agenzia spaziale americana si raccomanda di osservare il satellite quando è più vicino all’orizzonte. Inoltre, guardando la Luna attraverso un oggetto in primo piano, come per esempio un albero, viene innescato un effetto ottico chiamato in modo fantasioso «illusione lunare». L’occhio umano viene di fatto ingannato e la Luna ci apparirà artificialmente enorme.

Mi raccomando cavalletto (ben stabile) e un bell’obiettivo zoom e segnalateci i risultati nei commenti magari ;-)

Ah, date una letta anche a quello che dice la NASA a proposito (il video qui sotto l’ho preso da li).

Fotografia Reflex: De pellicola e dintorni

Vi consiglio vivamente di dare una letta al post, come sempre accade in quel gruppo, interessantissimo sulla possibilità o meno di riproporre articoli sulla fotografia analogica (non me ne voglia il direttore Forti) nella nostra amata rivista Fotografia Reflex.

Vi riporto l’intervento di Giulio Forti, il direttore di Fotografia Reflex, che dice:

La richiesta di Lehasnikro e di spiderfrank sul tema bianconero analogico e la lunga catena di interventi mostra che la questione esiste e che esista una voglia di fotografare con un mezzo chimico di estrema bellezza e manualità.

La discussione inconsciamente rilancia l’idea vagante da tempo in redazione di riprendere l’argomento su FR. Dicendo manualità, intendo quel gusto irripetibile che tutti coloro che per la camera oscura sono passati conoscono bere: la sfida senza compromessi con se stessi nel portare a termine il processo con le proprie mani, senza software di supporto. Ovvio che si possa immaginare amche la via ibrida che consiste nello sviluppo della pellicola (facile) e nella stampa digitale via scansione.

Se è vero che il sistema all’alogenuro d’argento non aveva più molti modi di perfezionarsi, altrettanto lo è il sistema digitale oggi perché, dopo 15 anni, strizzati come limoni gli elementi base l’industria non sa più come innovare e quindi ripiega su soluzioni di marketing per mantenere vivo il mercato.

Chi ha avuto esperienza analogica, sa che una reflex digitale va usata nello stesso identico modo. Insomma, che non c’è un modo digitale per fare fotografie. Non è vero, d’altro canto, che scattare con pellicola significhi usare la testa. O ce l’hai, o non ce l’hai, la testa. Fatta salva ogni sua utile e riconosciuta caratteristica usata con la testa, il digitale ha reso possibile a chiunque di vedere la fotografia sul display, ciò che è la chiave del suo successo commerciale e della risultante massificazione culturale.

Quell’ansia da ricerca del negativo perfettamente esposto è scomparsa, sostituita dell’ansia da menu, da colorimetria, da bilanciamento del bianco, da rumore, da profili colore… Il tutto ancora perché il sistema fa una fatica boia ad emulare la semplicità della ripresa analogica. Dubito che riprendere l’argomento sulla rivista basti a far ripartire il gusto della fotografia su pellicola, penso però che un certo numero di lettori apprezzerà e che altri potranno incuriosirsi.

Ci ragioneremo in modo più approfondito. E voi aiutateci a chiarirci le idee.

Ovviamente vi consiglio di andare a leggere tutto il post dove troverete i pareri di gente come Claudia Rocchini o Le Ali.