Fotografie digitali per tutta la vita? 10 anni dopo.

Dopo 10 anni dal post Fotografie digitali per tutta la vita? eccomi di nuovo ad affrontare l’argomento backup. Lo faccio perché spesso mi viene chiesta una “buona strategia” di conservazione ed essendo un argomento abbastanza complesso metterlo per iscritto avita che io possa dimenticare qualche cosa.

Una foto particolarmente significativa di quel vecchio post è quella qui sotto che mostra il simpaticissimo (termine tecnico) bit rot:

bitrot

Mai capitato? questa è soltanto una della disgrazie che potrebbero capitare alle nostre care fotografie. Ma passiamo al sodo.

Di che cosa parleremo in questo post? Sostanzialmente di backup ma anche di come organizzare le foto al meglio e quali siano gli strumenti i siti e le apparecchiature che io utilizzo. Non farò una grande indagine di mercato ma vi fornirò soltanto il MIO metodo. Starà a Voi approfondire o meno.

NOTA

Piccola ma doverosa premessa. Per la corretta conservazione dei dati in formato digitale bisogna avere almeno, almeno, 3 copie di cui una de localizzata. Sarebbe a dire che dovete prendere un hard disk esterno ci dovete copiare i vostri dati e portarlo in banca, a casa dei tuoi genitori o comunque in un posto lontanissimo (anche il Cloud può andare bene e a quel punto non prendi un hard disk in più). Esagerato? Forse, ma ricordatevi che stiamo parlando dei nostri ricordi!
A parte il bit rot avete mai sentito…
…sono entrati in casa e hanno rubato tutti gli HD ed il computer!

DAS, NAS e SAN

La prima parola che ci viene in mente quando parliamo di backup è il NAS. Oramai è diventato quasi in must. Ma è la soluzione migliore? Iniziamo con il capire di cosa stiamo parlano (se lo sai già salta a piedi pari quest sezione).

DAS, NAS o SAN. Sembra uno scioglilingua, ma in realtà sono le sigle dei tre sistemi di storage condiviso maggiormente utilizzati nelle configurazioni di rete. Hanno costi decisamente diversi, anche mooooooolto diversi ed offrono di conseguenza differenti possibilità.

DAS è l’acronimo di Direct Attached Storage, la tecnologia più vecchia. Il DAS è connesso direttamente alla tua macchina e può contenere più dischi (anche) configurati in RAID per garantire la ridondanza dei dati.

La condivisione dei dati avviene tramite il server a cui è collegato che fa da tramite il che vuol dire che qualsiasi problema al server rende i dati inaccessibili agli altri computer della rete. Se avete come me una postazione di lavoro fissa non è un problema.

Il costo è basso ed è anche semplice da gestire, alla fine potreste considerarlo come un lettero di schede esterne dove al posto delle schede ci sono hard disk.

Il NAS (Network Attacched Storage) è invece una macchina o se preferiti un server a parte con un piccolo sistema operativo tutto suo ed una scheda di rete per il collegamento alla LAN aziendale o non. I NAS si gestibili da un’interfaccia grafica che appare in un browser digitandone l’indirizzo IP nella rete.

Anche il NAS al suo interno può contenere più dischi che possono essere configurati in RAID. Ce ne sono di molto sofisticati che offrono anche la possibilità di creare cloud o di esporre i dari all’esterno della vostra rete. Non voglio approfondire ma vi lascio due link dai quali potrete avere un bel po di informazioni utili.

Ci sono soluzioni poi più evolute (e costose) e per quelle ti lascio qualche link che ho trovato e che potrà esserti utile.

QNAP – Archiviazione per Fotografi

Synology – Backup e condivisione per fotografi appassionati e professionisti

Le SAN (Storage Area Network) sono i dispositivi più recenti e rispetto ai NAS utilizzano protocolli più sofisticati e talvolta impiegano connessioni fisiche dirette ai server (tipicamente in fibra) oppure usano la rete primaria mediante il protocollo iSCSI … va be. Non ce ne frega nulla in questo post.

Per maggiori approfondimenti cercate in rete oppure date una letta a questo post.

QUINDI?

Nulla, alla fine io mi sono affidato, dopo anni di utilizzo di NAS, a questo SAN che vedete qui sotto. Ho scelto una soluzione più semplice ed economica che prevede però un pochino di manualità.

FANTEC QB-35US3-6G Box Case Esterno per 4x Hard Disk SATA I/II/III da 8,89 cm (3,5 pollici), Porte USB 3.0 e eSATA, 6G, Ventola con Sensore Termico, Nero*

2019-10-16-15_11_59-Window.png

Ce ne sono di più o meno compicati e con la possibilità o meno di configurare i dischi in RAID. Io mi sono tenuto sul minimale e sostanzialmente quello che vedo dalla mia postazione sono 4 HD differenti (MASTER – SLAVE – SLAVE_1 e SLAVE_2019).

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La manualità di cui parlavo sopra è riferita alla necessità, nel mio caso di sincronizzare manualmente i dati non avendo scelto configurazioni RAID.

Il perché di questa scelta è semplice. I NAS “economici” o comunque che non richiedano un costo maggiore della postazione da cui vengono poi lavorate le foto non hanno schede di rete ed alimentatori ridondati il che vuol dire che in caso di guasto siete senza dati. Discorso lungo che ora non mi va di affrontare anche perché potrebbe annoiarvi.

Quindi per la sincronizzazione utilizzo un software che si chiama FreeFileSync. Addirittura lancio manualmente le sincronizzazioni e non le schedulo in nessun modo.  

CLOUD BACKUP

Io non sottovaluterei l’opzione backup sul cloud per tanti motivi. Io utilizzo Amazon Photo ma ce ne sono altre. Io ad esempio mi sono installato per i fatti miei NextCloud e vivo felice cosi.
Prova a guardare SmugMug , che fornisce (mi sembra) spazio illimitato per circa 50€ all’anno. Oppure fra le varie decine di servizi cloud che non sono specializzati nell’hosting di immagini ma che eseguono backup online di interi dischi rigidi come BackblazeCrashPlan e Carbonite (che si è pappato Mozy).

STAMPE

Diciamo la verità, se vogliamo essere sicuri che i nostri nipoti vedano le nostre foto, l’unico modo è quello di stamparle e nasconderle dentro un cassetto. Anche qui, affidatevi ad un buon laboratorio che usi carta e macchinari di alta qualità, magari le vostre foto dureranno tutta una vita ed anche di più. C’è chi dice che la stampa digitale non è duratura come quella chimica e forse hanno anche ragione ma è una ulteriore opzione. Io mi sto trovando molto bene con una piccola stampante della Canon, la Selphy con tecnologia a sublimazione ma oramai stampare foto online costa davvero poco e non dovete fa altro che caricare le foto ed aspettare che arrivino.

Ecco cosa succede quando fate una fotografia (aprile 1971)

Riporto pagina 15 di “il libro della fotografia” dell’aprile 1971, che in breve descrive(va) cosa succede quando scattate una fotografia. Certo ora c’è il sensore digitale al posto della pellicola non c’è il negativo, si stampa pochissimo ma alla fine siamo li. Ah, le immagini le ho inserite io perché rendono il post più gradevole. Iniziamo.

Breve corso teorico per il principiante ECCO CHE COSA SUCCEDE QUANDO FATE UNA FOTOGRAFIA

1. LA LUCE emessa da una fonte luminosa naturale o artificiale investe il soggetto e ne viene riflessa, rendendolo così visibile all’obiettivo della macchina fotografica nello stesso modo in cui lo rende visibile all’occhio umano.

2. L’OBIETTIVO della macchina rifrange i raggi luminosi provenienti dal soggetto, forma un’immagine del soggetto stesso e, se correttamente messo a fuoco, proietta quest’immagine sull’emulsione sensibile del film.

3. IL FILM reagisce, entro certi limiti, alla luce che lo investe in diretta proporzione alla misura dell’esposizione. Una immagine « latente », cioè invisibile, si forma per l’azione della luce sui cristalli dell’emulsione sensibile.

4. Lo SVILUPPO trasforma l’immagine latente in un’immagine visibile in cui le parti che hanno ricevuto più luce sono proporzionalmente più scure di quelle che ne hanno ricevuto di meno. L l’immagine « negativa » del soggetto, in cui i valori di luminosità sono rovesciati. Per rendere tale immagine negativa insensibile ad ogni ulteriore esposizione alla luce bisogna « fissarla » con una soluzione chimica. Per renderla stabile, occorre lavarla e liberarla da ogni agente chimico estraneo, quindi asciugarla.

Immagine correlata

5. LA STAMPA inverte nuovamente i valori tonali dell’immagine e dà la fotografia « positiva » su carta. Sia che avvenga « direttamente » per contatto, sia che avvenga « direttamente » con un apparecchio per ingrandimenti, stampa non è sostanzialmente che una ripetizione del cesso di esposizione e di sviluppo di un negativo. L’immagine contenuta nel negativo è proiettata sulla emulsione sensibile di cui è rivestita la carta, ove la reazione chimica tra luce ed emulsione produce nuovamente un’immagine latente che, dopo essere stata sviluppata, fissata e lavata, diviene la nostra fotografia.

Risultati immagini per stampa in camera oscura

Un bel video tutorial su PIXEL e DPI da 3D Blog

Ho trovato un video molto semplice e nello stesso tempo chiaro che spiega cosa c’è dietro la sigla DPI e perché è cosi importante per la stampa, il video è su 3D Blog. Molto chiaro e sintetico come vi dicevo, andate a guardarlo e magari lasciategli anche un commento.

Simpatica anche la chiusura del post in cui presentano il video che finisce cosi:

APPUNTI DAL VIDEO e oltre:

  • I pixel sono semplici punti
  • I DPI sono la densità di punti su  di una superficie
  • A parità di pixel, i DPI varianto in base alla superificie su cui vengono “sparsi” i pixel
  • In tipografia si assume 300dpi (anche più) come  massima qualità per la stampa su libro/riviste
  • Per stampare un rendering su A4, 200 dpi sono più che sufficienti
  • Personalmente ho stampato su A4 anche a 150dpi con ottimi risultati
  • Ho stampato su manifesti 6m x 3m a 20dpi con ottimi risultati
  • Leggi anche La tabella dei DPI

E stampiamola sta foto

Mettiamo il caso che vogliamo stampare una nostra foto nel formato 20×30, cosa dobbiamo fare? La cosa migliore, prima di inviare la foto alla stampa, è quella di ridimensionare opportunamente la nostra foto.

Ecco passo passo come fare. Per prima cosa andate sul menu Immagine -> dimensione immagine

Si aprirà una finestra nella quale lavoreremo in cm e sistemeremo i dpi

Impostate a 30 cm il lato lungo dell’immagine, in questo caso la larghezza e la Risoluzione (Resolution) a 300. Date ok ed il gioco è fatto.

Adesso aumentiamo la nitidezza dell’immagine persa durante l’operazione di resize.

Filtro -> Contrasta -> Constrasta migliore

Ed impostate nella finestra che vi si è aperta:

fattore fra 150 e 250%

raggio 0,3 – 0,4 px

elimina su sfocatura lente

più accurato

A questo punto portiamo l’immagine ad 8bit attraverso il menù :

immagine – metodo – 8bit

Adesso occupiamoci dello spazio colore, le opzioni sono due: o settiamo sRGB oppure fatevi dare il profilo colore delle stampanti del laboratorio a cui vi rivolgerete.

modifica – converti profilo

A questo punto non vi resta che salvare la foto ma ATTENZIONE salvatela con un’altro nome altrimenti sovrascriverete la versione “originale”

Formato di stampa e pixel

Risposta alla domanda, ma per stampare un 20×30 quanti pixel mi servono?

La risposta è semplice e la trovate sulla pagina di FotograficArt ( un sito di stampa on line). Per semplicità vi riposto una tabella riepilogativa presa dallo stesso sito.

Dato lo sviluppo storico della fotografia, i formati attualmente utilizzati per le foto presentano un rapporto di 2:3 (ad esempio 10×15 cm e 20×30 cm). In genere le fotocamere digitali sono invece orientate ad un rapporto tra i lati utilizzato dal computer, che nella maggior parte dei casi corrisponde a 3:4.

Questa differenza implica che le foto digitali in 3:4 non possono essere riprodotte su un formato 2:3 se non senza piccole modifiche.

Il formato foto corrispondente in pixel

Di norma gli elementi o oggetti devono essere almeno  5mm  distanti dal margine.
(300 dpi)

Formato in cm Formato cartaceo Pixel
9×13
8,9×12,7 1051×1500
10×13 10,2×13,6 1205×1606
10×15
10,2×15,2 1205×1795
13×17 12,7×16,9 1500×1996
13×18
12,7×17,8 1500×2102
15×20 15,2×20,3 1795×2398
20×30
20,3×30,5 2398×3602
Formato foto poster corrispondente in Pixel

Di norma gli elementi o oggetti devono essere almeno  5mm  distanti dal margine.

(150 dpi)

Formato in cm Formato cartaceo Pixel
30×40
30×40 1772×2362
30×45 30×45 1772×2657
40×54
40×54 2362×3189
40×60 40×60 2362×3543
50×67
50×67 2953×3957
50×75
50×75 2953×4429

Scatto, Sviluppo e stampa: le tre fasi della fotografia sono davvero cambiate?

La post produzione è davvero una "invenzione" moderna? Guardate che effetti strabilianti fatti in camera oscura nel 1941!

Oggi vi svelerò un segreto, la post produzione delle immagini, al contrario di quanto si possa pensare, non è una scoperta dei tempi “digitali”.

Ora come allora il processo fotografico passa attraverso tre fasi:

  • Lo Scatto.
  • Lo Sviluppo del negativo.
  • La “Stampa”.

Per quanto riguarda lo scatto le cose sono si cambiate soltanto marginalmente, le foto si continuano a fare usando tempi e diaframmi con il vantaggio che gli ISO nel digitale si possono variare per ogni scatto. La vera ed ovvia differenza è nel supporto di registrazione. La pellicola per l’analogico ed il sensore per il digitale. I due supporti implicano una diversa strategia di esposizione, argomento già trattato in questo post, ma nulla di stravolgente.

Per molti il processo fotografico, ora come allora, finisce qui. Scatta la foto poi basta scaricarla ed è pronta (oppure porto dal fotografo e ci pensa lui).

Ricordate da bambini come facevamo? Si scattava e poi si portava tutto al fotografo (all’epoca in cui ero bambino identificato spesso come “artigiano della fototessera”) e si aspettava sia lo sviluppo del negativo sia la stampa delle foto.

Era lui (programma interno alla reflex o persona fisica con negozietto all’angolo) che sceglieva al nostro posto se e come ottenere un certo risultato, a noi non restava che prendere quello che ci consegnava cosi com’era molte volte senza nemmeno sapere che si poteva fare altro.

Questa è una possibile scelta. A mio parere questo tipo di “passività” alla nostra creatività grossi limiti.

Come ho avuto modo di dire altrove, la fotografia parte da un’idea, da una sensazione a cui noi diamo concretezza con la nostra fotocamera, ma è in “camera chiara/oscura” che l’immagine prende vita. Far finta che la post produzione non esista o che non serva rappresenta un errore che non ci permette di esprimerci al meglio.

Le immagini che scattiamo sono nostre creature e così, come le creature, anche le nostre immagini hanno bisogno di cura e attenzione.

Pensate che i fotografi del passato non sistemassero le foto dopo lo scatto? Dovreste cercare su internet cose del tipo tirare un negativo oppure la mascheratura o bruciatura in fase di stampa (sotto vi faccio un piccolo riquadrino per spiegare le cose un pochino nel dettaglio).

Ecco come era una "vecchia" Camera Oscura, adesso l'avete dentro il vostro hard disk. da Foto-grafica.

La differenza fra un professionista ed un amatore a mio parare verte anche sulla considerazione che ha della post produzione, sia essa digitale o analogica. Le scelte La finisco qui…era soltanto per stimolare una eventuale discussione sull’argomento, magari vi va di lasciare la vostra idea a riguardo.

Ah, date un’occhiata al sito da cui ho preso l’immagine di apertura e vedrete che anche senza Photoshop si cercava di dare effetti “straordinari” alle foto.

La mascheratura del negativo si può effettuare sia proiettando ombra e luce grazie alla posizione delle mani, che interferiscono con il cono di luce dell'ingranditore, sia con piccole mascherine di cartone, fissate in cima a un'asticciola.

Mascherare e bruciare sono due tecniche complementari che hanno la stessa finalità: migliorare il contrasto locale delle stampe.

Bruciare significa allungare il tempo di posa quindi sovraesporle. Mascherare significa sottoesporre alcune parti della stampa.

Queste tecniche sono necessarie in tutte le situazioni in cui un valore medio di esposizione non è sufficiente a riprodurre in modo soddisfacente la gamma tonale in tutte le parti dell’immagine.

Un esempio tipico di bruciatura/mascheratura è quella richiesta da un cielo sovraesposto in ripresa; senza adeguati interventi: in stampa il cielo si presenterà come una zona bianchissima che tenderà a confondersi con il bianco della cornice. Per aumentare la leggibilità dei dettagli si dovrà effettuare una bruciatura facendo una seconda esposizione locale sul cielo, mascherando il resto dell’immagine, che ha già raggiunto la corretta esposizione.

Ci si può facilmente costruire da sé gli strumenti per mascherare, i cosiddetti sfumini, adattandoli alle proprie esigenze. Basta procurarsi del cartoncino nero opaco e del filo di ferro.

• Si ritaglieranno delle sagome di forma e grandezza proporzionale all’area che si desidererà mascherare, ma leggermente più piccole.
• Se le aree da mascherare sono grandi si prepareranno delle sagome con un’apertura al centro, di forma e grandezza proporzionale all’area da bruciare.
• Si applicherà poi il filo di ferro alla sagoma per poterla tenere posizionata sulla stampa senza che la mano finisca per produrre una mascheratura indesiderata..
• Durante l’esposizione bisognerà muovere continuamente il cartoncino in modo che la sagoma non produca bordi netti.
• La posizione della maschera è importante: più sarà vicina al foglio di carta, più il contorno sarà visibile.
• Attenzione al diaframma dell’obiettivo: tenetelo piuttosto chiuso per aumentare la durata dell’esposizione. Avrete più tempo a disposizione per muovere la maschera.
• Per effettuare buone mascherature occorre una certa pratica; conviene quindi provare l’effetto su un provino prima di passare alla stampa finale.
• Anche nel caso della mascheratura e della bruciatura bisogna comunque fare delle scelte: non è possibile infatti salvare tutte le alte luci o le zone di ombra profonda alternando bruciature e mascherature, pena una stampa dal sapore molto falsato.
• Bisognerà quindi decidere prima dove e come intervenire, evitando le esagerazioni. Gli stampatori esperti riescono a bruciare e mascherare a istinto e spesso utilizzano le mani per creare delle forme in continuo cambiamento, utilizzandole come degli sfumini. In questo caso però non si parla più di procedure ripetibili.
• Ricordatevi di prendere nota delle mascherature e delle bruciature sul retro della stampa o nel quaderno d’appunti per rendere la procedura ripetibile. Andranno indicate le zone della stampa che hanno subito gli interventi; l’ideale è disegnare in modo sommario l’immagine definitiva ed evidenziare le zone che sono state mascherate o bruciate e l’intensità dell’intervento.

La stessa cosa adesso la facciamo comodamente e senza creare strumenti “strani” tramite le apposite iconcine di Photoshop.

Il trattamento forzato (tiraggio della pellicola)
A volte ci si può trovare in situazioni di luce molto precaria in cui è necessario ottenere il massimo dalla pellicola; in questi casi è possibile esporla per una sensibilità superiore a quella nominale, ed effettuare uno sviluppo prolungato. In questi casi si dice che la pellicola è “tirata”.
Occorre tenere presente che aumentano anche grana e contrasto. Alcune pellicole sono progettate per questo trattamento e lo reggono meglio.

In questo caso nel processo digitale abbiamo varie possibilità, alzare gli iso in fase di scatto od aumentare l’esposizione nella fase di post produzione. Sono possibilità, ne buone ne cattive…diventano buone o cattive a seconda di come noi le applichiamo.

Una cosa che dico sempre quando tengo dei corsi è che Photoshop non è una macchina fotografia e non serve a fare belle fotografie. Le belle fotografia le facciamo nel momento in cui scattiamo! Per come la penso io la post produzione deve essere un processo atto al raggiungimento della immagine che abbiamo previsualizzato i fase di scatto e non una correzione degli errori fatti in ripresa.