Ecco cosa succede quando fate una fotografia (aprile 1971)

Riporto pagina 15 di “il libro della fotografia” dell’aprile 1971, che in breve descrive(va) cosa succede quando scattate una fotografia. Certo ora c’è il sensore digitale al posto della pellicola non c’è il negativo, si stampa pochissimo ma alla fine siamo li. Ah, le immagini le ho inserite io perché rendono il post più gradevole. Iniziamo.

Breve corso teorico per il principiante ECCO CHE COSA SUCCEDE QUANDO FATE UNA FOTOGRAFIA

1. LA LUCE emessa da una fonte luminosa naturale o artificiale investe il soggetto e ne viene riflessa, rendendolo così visibile all’obiettivo della macchina fotografica nello stesso modo in cui lo rende visibile all’occhio umano.

2. L’OBIETTIVO della macchina rifrange i raggi luminosi provenienti dal soggetto, forma un’immagine del soggetto stesso e, se correttamente messo a fuoco, proietta quest’immagine sull’emulsione sensibile del film.

3. IL FILM reagisce, entro certi limiti, alla luce che lo investe in diretta proporzione alla misura dell’esposizione. Una immagine « latente », cioè invisibile, si forma per l’azione della luce sui cristalli dell’emulsione sensibile.

4. Lo SVILUPPO trasforma l’immagine latente in un’immagine visibile in cui le parti che hanno ricevuto più luce sono proporzionalmente più scure di quelle che ne hanno ricevuto di meno. L l’immagine « negativa » del soggetto, in cui i valori di luminosità sono rovesciati. Per rendere tale immagine negativa insensibile ad ogni ulteriore esposizione alla luce bisogna « fissarla » con una soluzione chimica. Per renderla stabile, occorre lavarla e liberarla da ogni agente chimico estraneo, quindi asciugarla.

Immagine correlata

5. LA STAMPA inverte nuovamente i valori tonali dell’immagine e dà la fotografia « positiva » su carta. Sia che avvenga « direttamente » per contatto, sia che avvenga « direttamente » con un apparecchio per ingrandimenti, stampa non è sostanzialmente che una ripetizione del cesso di esposizione e di sviluppo di un negativo. L’immagine contenuta nel negativo è proiettata sulla emulsione sensibile di cui è rivestita la carta, ove la reazione chimica tra luce ed emulsione produce nuovamente un’immagine latente che, dopo essere stata sviluppata, fissata e lavata, diviene la nostra fotografia.

Risultati immagini per stampa in camera oscura

Scatto, Sviluppo e stampa: le tre fasi della fotografia sono davvero cambiate?

La post produzione è davvero una "invenzione" moderna? Guardate che effetti strabilianti fatti in camera oscura nel 1941!

Oggi vi svelerò un segreto, la post produzione delle immagini, al contrario di quanto si possa pensare, non è una scoperta dei tempi “digitali”.

Ora come allora il processo fotografico passa attraverso tre fasi:

  • Lo Scatto.
  • Lo Sviluppo del negativo.
  • La “Stampa”.

Per quanto riguarda lo scatto le cose sono si cambiate soltanto marginalmente, le foto si continuano a fare usando tempi e diaframmi con il vantaggio che gli ISO nel digitale si possono variare per ogni scatto. La vera ed ovvia differenza è nel supporto di registrazione. La pellicola per l’analogico ed il sensore per il digitale. I due supporti implicano una diversa strategia di esposizione, argomento già trattato in questo post, ma nulla di stravolgente.

Per molti il processo fotografico, ora come allora, finisce qui. Scatta la foto poi basta scaricarla ed è pronta (oppure porto dal fotografo e ci pensa lui).

Ricordate da bambini come facevamo? Si scattava e poi si portava tutto al fotografo (all’epoca in cui ero bambino identificato spesso come “artigiano della fototessera”) e si aspettava sia lo sviluppo del negativo sia la stampa delle foto.

Era lui (programma interno alla reflex o persona fisica con negozietto all’angolo) che sceglieva al nostro posto se e come ottenere un certo risultato, a noi non restava che prendere quello che ci consegnava cosi com’era molte volte senza nemmeno sapere che si poteva fare altro.

Questa è una possibile scelta. A mio parere questo tipo di “passività” alla nostra creatività grossi limiti.

Come ho avuto modo di dire altrove, la fotografia parte da un’idea, da una sensazione a cui noi diamo concretezza con la nostra fotocamera, ma è in “camera chiara/oscura” che l’immagine prende vita. Far finta che la post produzione non esista o che non serva rappresenta un errore che non ci permette di esprimerci al meglio.

Le immagini che scattiamo sono nostre creature e così, come le creature, anche le nostre immagini hanno bisogno di cura e attenzione.

Pensate che i fotografi del passato non sistemassero le foto dopo lo scatto? Dovreste cercare su internet cose del tipo tirare un negativo oppure la mascheratura o bruciatura in fase di stampa (sotto vi faccio un piccolo riquadrino per spiegare le cose un pochino nel dettaglio).

Ecco come era una "vecchia" Camera Oscura, adesso l'avete dentro il vostro hard disk. da Foto-grafica.

La differenza fra un professionista ed un amatore a mio parare verte anche sulla considerazione che ha della post produzione, sia essa digitale o analogica. Le scelte La finisco qui…era soltanto per stimolare una eventuale discussione sull’argomento, magari vi va di lasciare la vostra idea a riguardo.

Ah, date un’occhiata al sito da cui ho preso l’immagine di apertura e vedrete che anche senza Photoshop si cercava di dare effetti “straordinari” alle foto.

La mascheratura del negativo si può effettuare sia proiettando ombra e luce grazie alla posizione delle mani, che interferiscono con il cono di luce dell'ingranditore, sia con piccole mascherine di cartone, fissate in cima a un'asticciola.

Mascherare e bruciare sono due tecniche complementari che hanno la stessa finalità: migliorare il contrasto locale delle stampe.

Bruciare significa allungare il tempo di posa quindi sovraesporle. Mascherare significa sottoesporre alcune parti della stampa.

Queste tecniche sono necessarie in tutte le situazioni in cui un valore medio di esposizione non è sufficiente a riprodurre in modo soddisfacente la gamma tonale in tutte le parti dell’immagine.

Un esempio tipico di bruciatura/mascheratura è quella richiesta da un cielo sovraesposto in ripresa; senza adeguati interventi: in stampa il cielo si presenterà come una zona bianchissima che tenderà a confondersi con il bianco della cornice. Per aumentare la leggibilità dei dettagli si dovrà effettuare una bruciatura facendo una seconda esposizione locale sul cielo, mascherando il resto dell’immagine, che ha già raggiunto la corretta esposizione.

Ci si può facilmente costruire da sé gli strumenti per mascherare, i cosiddetti sfumini, adattandoli alle proprie esigenze. Basta procurarsi del cartoncino nero opaco e del filo di ferro.

• Si ritaglieranno delle sagome di forma e grandezza proporzionale all’area che si desidererà mascherare, ma leggermente più piccole.
• Se le aree da mascherare sono grandi si prepareranno delle sagome con un’apertura al centro, di forma e grandezza proporzionale all’area da bruciare.
• Si applicherà poi il filo di ferro alla sagoma per poterla tenere posizionata sulla stampa senza che la mano finisca per produrre una mascheratura indesiderata..
• Durante l’esposizione bisognerà muovere continuamente il cartoncino in modo che la sagoma non produca bordi netti.
• La posizione della maschera è importante: più sarà vicina al foglio di carta, più il contorno sarà visibile.
• Attenzione al diaframma dell’obiettivo: tenetelo piuttosto chiuso per aumentare la durata dell’esposizione. Avrete più tempo a disposizione per muovere la maschera.
• Per effettuare buone mascherature occorre una certa pratica; conviene quindi provare l’effetto su un provino prima di passare alla stampa finale.
• Anche nel caso della mascheratura e della bruciatura bisogna comunque fare delle scelte: non è possibile infatti salvare tutte le alte luci o le zone di ombra profonda alternando bruciature e mascherature, pena una stampa dal sapore molto falsato.
• Bisognerà quindi decidere prima dove e come intervenire, evitando le esagerazioni. Gli stampatori esperti riescono a bruciare e mascherare a istinto e spesso utilizzano le mani per creare delle forme in continuo cambiamento, utilizzandole come degli sfumini. In questo caso però non si parla più di procedure ripetibili.
• Ricordatevi di prendere nota delle mascherature e delle bruciature sul retro della stampa o nel quaderno d’appunti per rendere la procedura ripetibile. Andranno indicate le zone della stampa che hanno subito gli interventi; l’ideale è disegnare in modo sommario l’immagine definitiva ed evidenziare le zone che sono state mascherate o bruciate e l’intensità dell’intervento.

La stessa cosa adesso la facciamo comodamente e senza creare strumenti “strani” tramite le apposite iconcine di Photoshop.

Il trattamento forzato (tiraggio della pellicola)
A volte ci si può trovare in situazioni di luce molto precaria in cui è necessario ottenere il massimo dalla pellicola; in questi casi è possibile esporla per una sensibilità superiore a quella nominale, ed effettuare uno sviluppo prolungato. In questi casi si dice che la pellicola è “tirata”.
Occorre tenere presente che aumentano anche grana e contrasto. Alcune pellicole sono progettate per questo trattamento e lo reggono meglio.

In questo caso nel processo digitale abbiamo varie possibilità, alzare gli iso in fase di scatto od aumentare l’esposizione nella fase di post produzione. Sono possibilità, ne buone ne cattive…diventano buone o cattive a seconda di come noi le applichiamo.

Una cosa che dico sempre quando tengo dei corsi è che Photoshop non è una macchina fotografia e non serve a fare belle fotografie. Le belle fotografia le facciamo nel momento in cui scattiamo! Per come la penso io la post produzione deve essere un processo atto al raggiungimento della immagine che abbiamo previsualizzato i fase di scatto e non una correzione degli errori fatti in ripresa.

Luoghi Comuni ovvero il viaggio di una Rollei per l’italia

Faccio eco al post che Etrusco74 (al secolo Alessandro De Marchi) nel quale ci racconto tutto del progetto “luoghi comuni”. Un progetto che racconta il viaggio di una macchinetta fotografica usa e getta, una splendida Rollei con pellicola in bianco e nero e delle persone che l’hanno usata.

Roma, Corso di Castel Gandolfo, adolfo.trinca

Un progetto a cui ho partecipato molto volentieri e che sarebbe carino presentare dal vero e non soltanto in forma virtuale. Chissà magari lavorandoci su.

Intanto diamo la parola ad Alessandro:

Tutto iniziò un’anno fa sul web e più precisamente sul gruppo Flickr supercontest, proposi questo progetto al gruppo, ispirato dall’idea originale nata sempre su Flickr nel gruppo FAI (Fotografia Analogica Italia) e sponsorizzato da ars-imago.

Cercammo nel nostro piccolo di riproporre il progetto originale che prevedeva l’invio a numerosi utenti di una piccola rollei usa e getta in bianco e nero; ogni fotografo doveva scattare delle foto e poi spedire al successivo fotografo e cosi via in giro per l’Italia e l’Europa. Il tutto corredato da un diario di viaggio, nel quale ognuno potesse descrivere modalità di scatto, sensazioni e scelte compositive.

Il progetto originale si è concluso ormai da qualche tempo ed è visibile sul portale della ars-imago.

Cosi abbiamo fatto anche noi, ci siamo dati un tema “luoghi comuni” ed anche se la rollei era una sola ed i fotografi solo 10, il progetto ha funzionato. La piccola rollei ha girato per un anno tra le città Italiane di Palermo, Ciampino, Roma, Firenze, Parma, Ferrara, Milano, Paluzza e Viterbo, ogni fotografo ha scritto sul diario le proprie scelte compositive ed emozioni, la rollei è poi tornata da me alla fine del giro ed ho sviluppato il rullino in maniera artigianale scannerizzandone il contenuto.

Il rullino, un rollei retro 400s, l’ho sviluppato in Ilford ID-11 diluizione 1+1 per 11 minuti, i risultati sono stati molto buoni anche se qualche scatto è andato perso, tutti i notturni (non è mica una reflex) e qualche scatto ballerino, magari lasciato in “canna” tra una spedizione e l’altra, alla fine dei circa 27 scatti programmati sono arrivati a compimento 23.

Continua su Pensando.it

Rocca di Papa, Veduta di Rocca di Papa dalla piazza centrale, adolfo.trinca

Sottoesporre o Sovraesporre ?

Non ho fatto altro che “scoprire” che la vera esposizione, per il digitale, è quella cosi detta “a destra” dove si portano le alte luci sul confine destro dell’istogramma quasi a volerle far sparire. In sostanza non è vero che, per il digitale, sottoesporre leggermente e recuperare poi in camera chiara sia la giusta strategia.

Sapevo che la risposta del sensore è diversa in quanto lineare da quella della pellicola ma non associavo a questo la possibilità/dovere di cambiare strategia di esposizione!

Da che parte state? A destra o a sinistra?

In pratica, come ho accennato prima, il discorso sul fatto che sia meglio, in digitale, sottoesporre per non bruciare le alte luci, recuperando poi in camera chiara con il software sembrerebbe essere una gran cazzata! In realtà la corretta esposizione in “digitale“ (scattando in RAW) è quella che ci permetterà di sovraesporre leggermente l’immagine sino al caso limite di avere la sensazione che le alte luci siano un po’ pelate ma senza che esse lo siano in verità. Ma leggete oltre e capirete.

Leggete la traduzione del documento “Raw Capture, Linear Gamma, and Exposure” di Bruce Fraser; lo trovate in allegato alla fine del post o cliccando sul link precedente.

Bruce, Scozzese, emigrato a S.Francisco, ha effettuato studi sulla visione umana e sulla sua correlazione con la fotografia. E’autore del libro “Real World Camera Raw” pubblicato da “Peachpit Press” nel Agosto 2004.

Forse la differenza più grande tra le riprese fatte su pellicola e le riprese digitali è il modo in cui i due mezzi rispondono alla sollecitazione della luce. La pellicola risponde allo stesso modo dei nostri occhi, il silicio del sensore no.

Se siete intenzionati ad ignorare questa semplice differenza perché di scarso interesse, sappiate che, cosi facendo, perderete l’occasione di conoscere alcune importanti informazioni su come il silicio influenzi, o dovrebbe, il modo di esporre una immagine.

Se esponete in digitale come se foste su pellicola per prima cosa rischierete di non sfruttare a pieno la gamma dinamica offerta dal vostro sensore e di avere una maggiore quantità di disturbo (rumore) alle basse luci.

La pellicola ha una risposta alla luce simile al nostro occhio e cioè non lineare. Molti dei nostri sensi offrono una risposta non lineare per via di un meccanismo di “compressione“ che ci permette di recepire le informazioni esterne senza che esse sovraccarichino i nostri sensi.

Se prendete in mano una pallina da golf e poi ne aggiungete un’altra non vi accorgerete che il peso è raddoppiato. Se si mettono due cucchiaini di zucchero nel caffè al posto di uno, non sentirete il caffè due volte più dolce. Se ascoltate il vostro stereo ad un certo volume e poi ne raddoppiate la potenza non sentirete due volte più forte. Se si raddoppia il numero di fotoni che raggiungono il vostro occhio, noterete un aumento della luminosità, ma non che la scena e due volte più luminosa.

Grazie a questo meccanismo ci permette di lavorare in un rage infinito di stimoli.  I nostri occhi possono passare dall’osservare una stanza buia ad osservar il sole senza che siano sovraccaricati sensorialmente. Questa differenza può raggiungere anche un fattore di differenza pari a 10’000 o più.

Ma i sensori delle nostre fotocamere non seguono il comportamento dell’occhio umano. Essi registrano i fotoni (ndr: la luce) in maniera lineare. Al raddoppio del numero di fotoni che lo colpiscono, si ha un raddoppio del segnale in uscita.

Un'immagine RAW catturata in maniera lineare (senza interventi). Appare evidentemente molto scura, pur contenendo, al suo interno, tutte le informazioni necessarie.
L’istogramma del'immagine ci mostra che la maggior parte delle informazioni si trovano nella parte delle basse luci.
La stessa immagine applicata una curva gamma di correzione.
Questa è la curva gamma applicata. Dopo l’applicazione di questa curva l’istogramma ci mostra come le informazioni siano distribuite in maniera più corretta.

Questo significa che scattando con una fotocamera con una risoluzione di 12 bit avremo a disposizione 4096 livelli (2 12 livelli), quindi il livello 2048 indica che il sensore ha ricevuto la metà dei fotoni del livello 4096.

La “cattura lineare” ha implicazioni importanti per ciò che riguarda l’esposizione. Poniamo che la nostra fotocamera (il suo sensore) abbia una gamma dinamica di 6 stop, la metà dei 4096 livelli (ndr: 2048) sarà dedicata alle alte luci (primo stop), al secondo 1024, al terzo 512, al quarto 256, al quinto 128 ed infine, al sesto, l’ultimo, quello che rappresenta le ombre più scure solo 64 livelli.

Cattura Lineare

Sarai molto tentato di “spegnere” il sole brillante sottoesponendo, ma se lo fate rischiate di sprecare un sacco di bit che la vostra fotocamera potrebbe catturare rischiando in’oltre di introdurre dell’inutile rumore nei mezzi toni e nelle ombre. Se sottoesponete nel tentativo di mantenere i dettagli delle alte luci vi e poi vi rendete conto che dovete schiarire le ombre otterrete, avendo a disposizione soltanto 64 livelli, un rumore esagerato ed un fastidiosissimo effetto posterizzazione.

Una corretta esposizione è importantissima per il digitale cosi come lo è per la pellicola. Per il digitale però una corretta esposizione significa tenere le alte luci il più vicino possibile al limite dell’istogramma ma senza farle uscire fuori. Molti fotografi chiamano questo “Esporre a destra” proprio perché si tende a spostare il più possibile le alte luci sulla destra dell’istogramma.

Si noti che l’istrogramma della vostra macchina fotografica mostra l’istogramma della conversione in JPG della stessa operata dal software della vostra Relfex, la quale ha applicato delle impostazioni preprogrammate allo scopo di far apparire la foto “come se fosse” registrata su pellicola. Questo implica che molti istogrammi mostrano che le luci sono al limite mentre in verità non lo sono.

Guardando l'istogramma della fotocamera avremo soltanto una indicazione generica sull'esposizione.

Ci sono fattori molto più importanti che determinano la buona riuscita dell’esposizione in digitale. La risposta di una fotocamera impostata su ISO 100 può essere più simile a ISO 125 o addirittura ISO 150 (o per qualche problema a ISO 75). Vale la pena spendere un po del vostro tempo per cercare di capire la reale sensibilità della vostra fotocamera alle varie velocità e scoprire cosi quanto il vostro istogramma sia lontano dalla corretta segnalazione del highlight clipping.

Un po di fonti sparse:

2. Understanding Digital Raw Capture
3. LaStampa.it – Capire l’esposizione
4. Sottoesporre o Sovraesporre ? (RAW, Gamma Lineare e corretta Esposizione)

Vi consiglio vivamente di andare a leggere ques’ultimo link dove Guglielmo Braguglia oltre a tradurre anche esso, ma porc ad averlo beccato prima, lo stesso articolo dimostra con degli scatti propri quanto esposto.

Macro Fotografia: pillole di…

da Fotografia Digitale

Introduzione

Gli spazi che ci circondano sono ricchi di particolari che ad occhio nudo spesso passano inosservati; la macrofotografia si pone, a tal proposito, come strumento ideale per la ricerca di un punto di vista insolito ed inaspettato nel quotidiano.
Possiamo sintetizzare questa tecnica come l’arte di osservare la realtà da vicino

Definizioni
Prima di esporre i principi ottici alla base di questa ricerca del particolare, è opportuno fare una distinzione tra le varie terminologie di uso corrente:

Fotografia Close-Up, immagine che va da almeno 1:10 delle dimensioni effettive a circa 1:2 della grandezza naturale del soggetto;
Macrofotografia, l’immagine va da un rapporto di 1:1 fino a 10 volte la dimensione originale;
Microfotografia, tecnica che spinge il fattore di ingrandimento oltre il precedente 10x .

Principio fisico

Di solito gli obiettivi fotografici producono un’immagine ridotta della scena; tuttavia con un’estensione sufficientemente lunga fra l’obiettivo e il piano della pellicola (o il sensore) i soggetti vengono riprodotti a grandezza naturale e persino maggiore.

Possiamo sintetizzare tutta l’arte dell’ingrandimento come la ricerca di un’estensione maggiore.

Partendo da questa osservazione descriveremo ora tutte le apparecchiature classiche per la macrofotografia.

Attrezzature
In questo articolo verranno presi in considerazione i seguenti strumenti
Opzione Macro
Presente in molte fotocamere, è tipicamente contrassegnata con un fiorellino. La sua funzione è quella di permettere di ridurre la distanza oggetto anche fino a 1-2 cm (ma varia molto a seconda della macchina). Rappresenta quindi un’utile opportunità per iniziare i primi esperimenti nel “mondo piccolo” senza dover spendere ulteriori soldi.

Per chi non si accontentasse delle prestazioni raggiunte solo con questa impostazione, risultano d’obbligo le seguenti apparecchiature.

Lenti Addizionali
Rappresentano il primo approccio alla macrofotografia; il loro utilizzo è particolarmente semplice infatti è sufficiente montarle sugli obiettivi delle reflex per ottenere immediatamente un incremento del fattore moltiplicativo.
Per le macchine digitali compatte è spesso richiesto l’acquisto di opportuni anelli adattatori.

Il vantaggio di questo ausilio alla fotografia close up consiste nell’avere lenti che non assorbono luce e aumentano l’avvicinamento al soggetto.
Se quindi da un lato si ha una leggera riduzione della lunghezza focale, si ha d’altra parte una forte riduzione di quella che abbiamo chiamato distanza oggetto.


Esempio approssimato della diminuzione “distanza oggetto” grazie a ottiche aggiuntive

Tubi di estensione
A differenza delle lenti addizionali i tubi di estensione aumentano l’ingrandimento del soggetto andando ad incrementare la distanza obiettivo-pellicola (sensore).

E’ necessario precisare che, aumentando la lunghezza del tubo, si incide sulla quantità di luce in arrivo sulla pellicola; questo comporta una maggior difficoltà della messa a fuoco.

L’uso del treppiede è suggerito anche perché a tali ingrandimenti si ha una forte riduzione della profondità di campo.

Esempio approssimato dell’aumento di “estensione” grazie a tubi aggiuntivi
Obiettivo Macro
Sono Ottiche dedicate alla fotografia ravvicinata; hanno tipicamente rapporti di ingrandimento di 0,5x.>

Gli obiettivi macro possono essere utilizzati anche su tubi di estensione e soffietti.

Si segnala l’esistenza di obiettivi macro a zoom, ma questi non danno risultati soddisfacenti.

Inversione dell’ottica
Perché molti fotografi montano l’obiettivo in posizione invertita?
Per rispondere è necessario osservare come gli obiettivi ordinari (persino quelli macro) siano calcolati e corretti per distanze obiettivo-soggetto più lunghe di quelle obiettivo-film.

Quando si entra nel campo della fotografia ravvicinata la distanza obiettivo-soggetto diventa sempre più piccola e, d’altra parte, si tende ad aumentare l’estensione al fine di ottenere un ingrandimento desiderato.

Capito questo risulta facile comprendere come, girando i nostri obiettivi, noi si vada a ricostruire le condizioni ottimali per il sistema ottico ma, attenzione, nel campo del ravvicinato!
Con l’operazione di inversione abbiamo infatti invertito anche il funzionamento della lente e pertanto avrò la messa a fuoco non appena la distanza obiettivo-film diventa maggiore della lunghezza obiettivo-soggetto.

Ultima osservazione, con l’inversione dell’ottica si aumenta oltre la possibilità di avvicinarsi al soggetto, anche l’ingrandimento!
Abbiamo quindi un’ottima soluzione applicabile a macchine reflex e alle digitali compatte attraverso apposite ghiere.

Soffietto
La loro funzione è molto simile ai tubi d’estensione, tuttavia permettono grande versatilità grazie alle differenti regolazioni applicabili.
Il soffietto deve essere accoppiato a particolari obiettivi da macro oppure con l’inversione dell’ottica. L’uso a questo punto è molto semplice: fissato il rapporto d’ingrandimento allunghiamo l’estensione finché la nostra scena non appare nitida.
Macrofotografia con la digitale, alcuni consigli.

Regolazione della macchina
Come primo accorgimento che mi sento di suggerirvi: utilizzate sempre il manual focus.
Questo perché una volta bloccato il fuoco, è possibile fare delle piccole oscillazioni, in avanti ed in dietro, con la camera finché l’immagine sul monitor LCD non risulta perfetta. Per raggiungere una buona dimestichezza con questa tecnica sono necessari parecchi scatti, ma, appunto, anche questo è un vantaggio per chi possiede una digitale.
Un secondo consiglio riguarda l’apertura: questa dovrebbe essere piccola (F grande) per aumentare la profondit�
di campo e poter mettere a fuoco tutta la scena d’interesse.
Si ricorda a tal proposito che con l’aumento dell’ingrandimento inevitabilmente si incorre in una diminuzione della profondità di campo.
Flash ed Illuminazione
Punto di partenza è la luminosità della giornata:
ovviamente se il tempo è clemente e vi concede una buona luce, potrete scegliere delle alte velocità dell’otturatore e fissare meglio i piccoli soggetti in movimento.
L’utilizzo del flash è comunque sempre consigliato in particolare con l’accorgimento della diffusione. Alle piccole distanze l’uso del flash diretto porterebbe alla sovraesposizione del soggetto, quindi è un buon trucco quello di mascherare la propria lampada con una pezza.
Io personalmente ho fatto molte prove con dei fazzoletti bianchi di tela fino a trovare il numero giusto di strati che mi consentisse una buona illuminazione.
Un altro metodo più professionale prevede di far giungere la luce attraverso un riflettore bianco esterno alla scena.
Treppiedi
Il vantaggio di una digitale per la macrofotografia è rappresentato dall’ottimo supporto dato dal monitor LCD; questo permette di avere tempestivamente un’idea della composizione e del controllo della profondità di campo.

In commercio esistono anche treppiedi che permetto lo spostamento in orizzontale della camera attraverso incrementi molto piccoli; grazie a queste apparecchiature, è possibile fissare il fuoco e variare con molta precisione la distanza della camera dalla scena.

Per chi si affidasse alle proprie mani si ricorda che un buon appoggio per i gomiti e una presa salda sulla macchina possono scongiurare il mosso.

Come fotografare
I soggetti della macrofotografia sono molteplici… ma i più ricercati sono sicuramente gli insetti.
Penso tutti siano rimasti sbalorditi dal film “Microcosmos-Le peuple de l’herbe”… ebbene ora cercherò di darvi qualche consiglio per “catturare” qualche immagine da quel “piccolo mondo”.
La cosa più importante è muoversi lentamente, senza fretta, senza arrecare nessun disturbo al soggetto.
La seconda regola è avere MOLTA pazienza… aver paura di non riuscire a scattare la foto porta inevitabilmente a commettere qualche movimento brusco col risultato di far scappare l’insetto o di ottenere un brutto mosso.
Detto questo analizziamo l’approccio all’insetto:
una volta avvistato vi consiglio di regolare la vostra macchina in anticipo; questo perché spesso capita di aver a disposizione solo uno scatto. A questo punto avvicinatevi molto lentamente cercando di non far cadere la vostra ombra sulla scena.
Man mano che acquistate confidenza con la tecnica vi risulterà naturale scegliere non solo il soggetto ma anche l’ambientazione e la composizione stessa della fotografia.
Composizione della scena
Possiamo dire che le regole base sono quelle viste per la composizione in generale, ma non solo…
essendo la macrofotografia incentrata su profondità di campo molto piccole, è sempre un’ottima idea cercare di ritrarre i soggetti non frontalmente. Questa soluzione porta inesorabilmente ad un’appiattimento della fotografia!
Cercate quindi di conferire alla scena tridimensionalità con una opportuna scelta dell’inquadratura.

Con questo è tutto, buon viaggio nel “mondo piccolo”!

Kodak 1958 factory film: Come si fabbricano le pellicole

Kodak 1958 factory film

This fascinating 1958 documentary titled, “How Film is Made”, that documents the production process and birth of photographic and cinematic film, was initially discovered as part of a heritage in the Netherlands. Although its exact source and purpose are as of yet still unknown, it may have been an instructional film for new employees at Kodak’s factories world wide, and was probably used as a promotional film for the general public as well. The original 16mm film came into the hands of Frank Bruinsma of the Super 8 Reversal Lab in the Netherlands, who decided to have it digitized in conjunction with CINECO and the help of others, and make it available on the internet.

After a member of the Analog Photography Users Group (APUG) pointed out its availability, a call for a translation was made, as the originally American production was dubbed in Dutch, probably in the beginning of the ’60s, and therefore the original English soundtrack lost. A joint effort was setup, including me, Ray Rogers, Denise and Louis Ross, and others. Frank Bruinsma was contacted, who was kind enough to share the digitized version of the film with the APUG community for the purpose of adding subtitles.

After much work, this is the result. We hope you will enjoy watching this historic document. Although modern day film factories still pretty much operate with the same basic processes, the current highly automated and computerized film factories would probably make it impossible to make a similar film at the present time, as much of the inner workings of the machinery is now hidden. And certainly, we would miss out on the lovely intricate details like the employees manually inspecting parts of the film for defects in (almost) complete darkness. Unfathomable in the light of today’s high efficiency economies and societies…

Many thanks to Frank Bruinsma for making this film available, and to others who have contributed to this project!

The film can be watched in two versions:
– A low bandwidth one suited for people still using dial-up connections or low rated DSL or cable (less than about 1-1.5 Mbps). This version has a small image size and low bandwidth requirements (about 100 kbps). You may, however, still need some buffering time on dial-up modem of 56 kbps as the requirements are about twice that. Have some patience…
– A high bandwidth version suited for people on DSL, cable or wireless connections rated above about 1-1.5 Mbps. This version uses a nice big film size of 656×480 pixels and better sound.

Marco Boeringa
February, 2009

da thelightfarm.com