Kestrel GX: non solo Lightroom o Aperture

Magari non sarà all’altezza dei più blasonati software per la gestione del flusso fotografico ma considerando che non costa nulla vale la pena provarlo!

Kestrel GX è un software gratuito per la gestione del workflow operativo e dell’editing delle foto. Supporta più di 20 formati differenti fra cui alcuni RAW.

Si possono aggiungere tag e votare le foto con le classiche stelline cosi da consentire una ricerca più rapida. Si possono aggiungere watermark alle foto oppure convertirle in molti formati e creare dei PDF.

Insomma, le solite cose ma gratis, magari se non siete troppo esigenti potrebbe fare al caso vostro.

Kestrel GX è compatibile con Windows® XP, Windows® Vista e Windows® 7.

Via: Photorevolt

Scatto, Sviluppo e stampa: le tre fasi della fotografia sono davvero cambiate?

La post produzione è davvero una "invenzione" moderna? Guardate che effetti strabilianti fatti in camera oscura nel 1941!

Oggi vi svelerò un segreto, la post produzione delle immagini, al contrario di quanto si possa pensare, non è una scoperta dei tempi “digitali”.

Ora come allora il processo fotografico passa attraverso tre fasi:

  • Lo Scatto.
  • Lo Sviluppo del negativo.
  • La “Stampa”.

Per quanto riguarda lo scatto le cose sono si cambiate soltanto marginalmente, le foto si continuano a fare usando tempi e diaframmi con il vantaggio che gli ISO nel digitale si possono variare per ogni scatto. La vera ed ovvia differenza è nel supporto di registrazione. La pellicola per l’analogico ed il sensore per il digitale. I due supporti implicano una diversa strategia di esposizione, argomento già trattato in questo post, ma nulla di stravolgente.

Per molti il processo fotografico, ora come allora, finisce qui. Scatta la foto poi basta scaricarla ed è pronta (oppure porto dal fotografo e ci pensa lui).

Ricordate da bambini come facevamo? Si scattava e poi si portava tutto al fotografo (all’epoca in cui ero bambino identificato spesso come “artigiano della fototessera”) e si aspettava sia lo sviluppo del negativo sia la stampa delle foto.

Era lui (programma interno alla reflex o persona fisica con negozietto all’angolo) che sceglieva al nostro posto se e come ottenere un certo risultato, a noi non restava che prendere quello che ci consegnava cosi com’era molte volte senza nemmeno sapere che si poteva fare altro.

Questa è una possibile scelta. A mio parere questo tipo di “passività” alla nostra creatività grossi limiti.

Come ho avuto modo di dire altrove, la fotografia parte da un’idea, da una sensazione a cui noi diamo concretezza con la nostra fotocamera, ma è in “camera chiara/oscura” che l’immagine prende vita. Far finta che la post produzione non esista o che non serva rappresenta un errore che non ci permette di esprimerci al meglio.

Le immagini che scattiamo sono nostre creature e così, come le creature, anche le nostre immagini hanno bisogno di cura e attenzione.

Pensate che i fotografi del passato non sistemassero le foto dopo lo scatto? Dovreste cercare su internet cose del tipo tirare un negativo oppure la mascheratura o bruciatura in fase di stampa (sotto vi faccio un piccolo riquadrino per spiegare le cose un pochino nel dettaglio).

Ecco come era una "vecchia" Camera Oscura, adesso l'avete dentro il vostro hard disk. da Foto-grafica.

La differenza fra un professionista ed un amatore a mio parare verte anche sulla considerazione che ha della post produzione, sia essa digitale o analogica. Le scelte La finisco qui…era soltanto per stimolare una eventuale discussione sull’argomento, magari vi va di lasciare la vostra idea a riguardo.

Ah, date un’occhiata al sito da cui ho preso l’immagine di apertura e vedrete che anche senza Photoshop si cercava di dare effetti “straordinari” alle foto.

La mascheratura del negativo si può effettuare sia proiettando ombra e luce grazie alla posizione delle mani, che interferiscono con il cono di luce dell'ingranditore, sia con piccole mascherine di cartone, fissate in cima a un'asticciola.

Mascherare e bruciare sono due tecniche complementari che hanno la stessa finalità: migliorare il contrasto locale delle stampe.

Bruciare significa allungare il tempo di posa quindi sovraesporle. Mascherare significa sottoesporre alcune parti della stampa.

Queste tecniche sono necessarie in tutte le situazioni in cui un valore medio di esposizione non è sufficiente a riprodurre in modo soddisfacente la gamma tonale in tutte le parti dell’immagine.

Un esempio tipico di bruciatura/mascheratura è quella richiesta da un cielo sovraesposto in ripresa; senza adeguati interventi: in stampa il cielo si presenterà come una zona bianchissima che tenderà a confondersi con il bianco della cornice. Per aumentare la leggibilità dei dettagli si dovrà effettuare una bruciatura facendo una seconda esposizione locale sul cielo, mascherando il resto dell’immagine, che ha già raggiunto la corretta esposizione.

Ci si può facilmente costruire da sé gli strumenti per mascherare, i cosiddetti sfumini, adattandoli alle proprie esigenze. Basta procurarsi del cartoncino nero opaco e del filo di ferro.

• Si ritaglieranno delle sagome di forma e grandezza proporzionale all’area che si desidererà mascherare, ma leggermente più piccole.
• Se le aree da mascherare sono grandi si prepareranno delle sagome con un’apertura al centro, di forma e grandezza proporzionale all’area da bruciare.
• Si applicherà poi il filo di ferro alla sagoma per poterla tenere posizionata sulla stampa senza che la mano finisca per produrre una mascheratura indesiderata..
• Durante l’esposizione bisognerà muovere continuamente il cartoncino in modo che la sagoma non produca bordi netti.
• La posizione della maschera è importante: più sarà vicina al foglio di carta, più il contorno sarà visibile.
• Attenzione al diaframma dell’obiettivo: tenetelo piuttosto chiuso per aumentare la durata dell’esposizione. Avrete più tempo a disposizione per muovere la maschera.
• Per effettuare buone mascherature occorre una certa pratica; conviene quindi provare l’effetto su un provino prima di passare alla stampa finale.
• Anche nel caso della mascheratura e della bruciatura bisogna comunque fare delle scelte: non è possibile infatti salvare tutte le alte luci o le zone di ombra profonda alternando bruciature e mascherature, pena una stampa dal sapore molto falsato.
• Bisognerà quindi decidere prima dove e come intervenire, evitando le esagerazioni. Gli stampatori esperti riescono a bruciare e mascherare a istinto e spesso utilizzano le mani per creare delle forme in continuo cambiamento, utilizzandole come degli sfumini. In questo caso però non si parla più di procedure ripetibili.
• Ricordatevi di prendere nota delle mascherature e delle bruciature sul retro della stampa o nel quaderno d’appunti per rendere la procedura ripetibile. Andranno indicate le zone della stampa che hanno subito gli interventi; l’ideale è disegnare in modo sommario l’immagine definitiva ed evidenziare le zone che sono state mascherate o bruciate e l’intensità dell’intervento.

La stessa cosa adesso la facciamo comodamente e senza creare strumenti “strani” tramite le apposite iconcine di Photoshop.

Il trattamento forzato (tiraggio della pellicola)
A volte ci si può trovare in situazioni di luce molto precaria in cui è necessario ottenere il massimo dalla pellicola; in questi casi è possibile esporla per una sensibilità superiore a quella nominale, ed effettuare uno sviluppo prolungato. In questi casi si dice che la pellicola è “tirata”.
Occorre tenere presente che aumentano anche grana e contrasto. Alcune pellicole sono progettate per questo trattamento e lo reggono meglio.

In questo caso nel processo digitale abbiamo varie possibilità, alzare gli iso in fase di scatto od aumentare l’esposizione nella fase di post produzione. Sono possibilità, ne buone ne cattive…diventano buone o cattive a seconda di come noi le applichiamo.

Una cosa che dico sempre quando tengo dei corsi è che Photoshop non è una macchina fotografia e non serve a fare belle fotografie. Le belle fotografia le facciamo nel momento in cui scattiamo! Per come la penso io la post produzione deve essere un processo atto al raggiungimento della immagine che abbiamo previsualizzato i fase di scatto e non una correzione degli errori fatti in ripresa.

Sottoesporre o Sovraesporre ?

Non ho fatto altro che “scoprire” che la vera esposizione, per il digitale, è quella cosi detta “a destra” dove si portano le alte luci sul confine destro dell’istogramma quasi a volerle far sparire. In sostanza non è vero che, per il digitale, sottoesporre leggermente e recuperare poi in camera chiara sia la giusta strategia.

Sapevo che la risposta del sensore è diversa in quanto lineare da quella della pellicola ma non associavo a questo la possibilità/dovere di cambiare strategia di esposizione!

Da che parte state? A destra o a sinistra?

In pratica, come ho accennato prima, il discorso sul fatto che sia meglio, in digitale, sottoesporre per non bruciare le alte luci, recuperando poi in camera chiara con il software sembrerebbe essere una gran cazzata! In realtà la corretta esposizione in “digitale“ (scattando in RAW) è quella che ci permetterà di sovraesporre leggermente l’immagine sino al caso limite di avere la sensazione che le alte luci siano un po’ pelate ma senza che esse lo siano in verità. Ma leggete oltre e capirete.

Leggete la traduzione del documento “Raw Capture, Linear Gamma, and Exposure” di Bruce Fraser; lo trovate in allegato alla fine del post o cliccando sul link precedente.

Bruce, Scozzese, emigrato a S.Francisco, ha effettuato studi sulla visione umana e sulla sua correlazione con la fotografia. E’autore del libro “Real World Camera Raw” pubblicato da “Peachpit Press” nel Agosto 2004.

Forse la differenza più grande tra le riprese fatte su pellicola e le riprese digitali è il modo in cui i due mezzi rispondono alla sollecitazione della luce. La pellicola risponde allo stesso modo dei nostri occhi, il silicio del sensore no.

Se siete intenzionati ad ignorare questa semplice differenza perché di scarso interesse, sappiate che, cosi facendo, perderete l’occasione di conoscere alcune importanti informazioni su come il silicio influenzi, o dovrebbe, il modo di esporre una immagine.

Se esponete in digitale come se foste su pellicola per prima cosa rischierete di non sfruttare a pieno la gamma dinamica offerta dal vostro sensore e di avere una maggiore quantità di disturbo (rumore) alle basse luci.

La pellicola ha una risposta alla luce simile al nostro occhio e cioè non lineare. Molti dei nostri sensi offrono una risposta non lineare per via di un meccanismo di “compressione“ che ci permette di recepire le informazioni esterne senza che esse sovraccarichino i nostri sensi.

Se prendete in mano una pallina da golf e poi ne aggiungete un’altra non vi accorgerete che il peso è raddoppiato. Se si mettono due cucchiaini di zucchero nel caffè al posto di uno, non sentirete il caffè due volte più dolce. Se ascoltate il vostro stereo ad un certo volume e poi ne raddoppiate la potenza non sentirete due volte più forte. Se si raddoppia il numero di fotoni che raggiungono il vostro occhio, noterete un aumento della luminosità, ma non che la scena e due volte più luminosa.

Grazie a questo meccanismo ci permette di lavorare in un rage infinito di stimoli.  I nostri occhi possono passare dall’osservare una stanza buia ad osservar il sole senza che siano sovraccaricati sensorialmente. Questa differenza può raggiungere anche un fattore di differenza pari a 10’000 o più.

Ma i sensori delle nostre fotocamere non seguono il comportamento dell’occhio umano. Essi registrano i fotoni (ndr: la luce) in maniera lineare. Al raddoppio del numero di fotoni che lo colpiscono, si ha un raddoppio del segnale in uscita.

Un'immagine RAW catturata in maniera lineare (senza interventi). Appare evidentemente molto scura, pur contenendo, al suo interno, tutte le informazioni necessarie.
L’istogramma del'immagine ci mostra che la maggior parte delle informazioni si trovano nella parte delle basse luci.
La stessa immagine applicata una curva gamma di correzione.
Questa è la curva gamma applicata. Dopo l’applicazione di questa curva l’istogramma ci mostra come le informazioni siano distribuite in maniera più corretta.

Questo significa che scattando con una fotocamera con una risoluzione di 12 bit avremo a disposizione 4096 livelli (2 12 livelli), quindi il livello 2048 indica che il sensore ha ricevuto la metà dei fotoni del livello 4096.

La “cattura lineare” ha implicazioni importanti per ciò che riguarda l’esposizione. Poniamo che la nostra fotocamera (il suo sensore) abbia una gamma dinamica di 6 stop, la metà dei 4096 livelli (ndr: 2048) sarà dedicata alle alte luci (primo stop), al secondo 1024, al terzo 512, al quarto 256, al quinto 128 ed infine, al sesto, l’ultimo, quello che rappresenta le ombre più scure solo 64 livelli.

Cattura Lineare

Sarai molto tentato di “spegnere” il sole brillante sottoesponendo, ma se lo fate rischiate di sprecare un sacco di bit che la vostra fotocamera potrebbe catturare rischiando in’oltre di introdurre dell’inutile rumore nei mezzi toni e nelle ombre. Se sottoesponete nel tentativo di mantenere i dettagli delle alte luci vi e poi vi rendete conto che dovete schiarire le ombre otterrete, avendo a disposizione soltanto 64 livelli, un rumore esagerato ed un fastidiosissimo effetto posterizzazione.

Una corretta esposizione è importantissima per il digitale cosi come lo è per la pellicola. Per il digitale però una corretta esposizione significa tenere le alte luci il più vicino possibile al limite dell’istogramma ma senza farle uscire fuori. Molti fotografi chiamano questo “Esporre a destra” proprio perché si tende a spostare il più possibile le alte luci sulla destra dell’istogramma.

Si noti che l’istrogramma della vostra macchina fotografica mostra l’istogramma della conversione in JPG della stessa operata dal software della vostra Relfex, la quale ha applicato delle impostazioni preprogrammate allo scopo di far apparire la foto “come se fosse” registrata su pellicola. Questo implica che molti istogrammi mostrano che le luci sono al limite mentre in verità non lo sono.

Guardando l'istogramma della fotocamera avremo soltanto una indicazione generica sull'esposizione.

Ci sono fattori molto più importanti che determinano la buona riuscita dell’esposizione in digitale. La risposta di una fotocamera impostata su ISO 100 può essere più simile a ISO 125 o addirittura ISO 150 (o per qualche problema a ISO 75). Vale la pena spendere un po del vostro tempo per cercare di capire la reale sensibilità della vostra fotocamera alle varie velocità e scoprire cosi quanto il vostro istogramma sia lontano dalla corretta segnalazione del highlight clipping.

Un po di fonti sparse:

2. Understanding Digital Raw Capture
3. LaStampa.it – Capire l’esposizione
4. Sottoesporre o Sovraesporre ? (RAW, Gamma Lineare e corretta Esposizione)

Vi consiglio vivamente di andare a leggere ques’ultimo link dove Guglielmo Braguglia oltre a tradurre anche esso, ma porc ad averlo beccato prima, lo stesso articolo dimostra con degli scatti propri quanto esposto.

PreviewExtractor: quanti scatti ha la tua Nikon?

Abbiamo già affrontato in passato l’argomento numero di scatti con l’articolo Quanti scatti ha la tua fotocamera? ma oggi ci ritorniamo per proporvi un’interessantissimo software: Preview Extractor.

La funzione principale di questo software in realtà è quella di estrarre, come dice lo stesso nome, le immagini jpg di anteprima contenute all’interno dei RAW.

A cosa serve una cosa del genere? Be, intanto potreste smettere di scattare RAW+JPG ma semplicemente in RAW e poi lanciare il simpatico programmino cosi da risparmiare spazio sulla memory card e sopratutto diminuire i tempi di salvataggio degli scatti in macchina.

La cosa sorprendente è che le JPG contenute nel RAW sono full e non ridotte, quindi è inutile davvero, come già detto, scattare anche in JPG.

Ottimo se volete avere subito la versione JPG perché confidenti di aver fatto un buon lavoro in fase di scatto.

Altra cosa davvero interessante è che il software in questione non necessità di alcuna installazione, leggete le raccomandazioni sul sito, ed è quindi trasportabile anche su pennetta.

Ah, questi dimenticavo…dovevamo parlare della sua funzionalità di conta scatti ^_^

Be, c’è un menù in alto a destra che si chiama “Shutter Count”. Cliccateci, si aprirà una piccola finestrella ed usando il bottone “Load Image”, oppure facendo drag and drop sulla finestra di una immagine appena scattata (sia NEF che JPG) dando ok vi dirà il numero di scatti che avete effettuato.

L’unica pecca è che non funziona sulle D100, D1H, D1X or D1. L’autore del software non è riuscito a capire dove si trova negli EXIF questa informazione.

A dire il vero c’è anche un’altra pecca, gli EXIF non vengono passate dal RAW al JPEG.

Avete suggerimenti / osservazioni o altri metodi da suggerire?

Quanti scatti ha la tua fotocamera?

Addio amica

Volete sapere quanti scatti ha la vostra fotocamera o la fotocamera che state per acquistare usata? Semplice, ci sono io oltre un sacco di sofware (freeware) che fanno questo mestiere.

Andiamo con ordine.

Canon Cameras

Bisogna precisare che Canon non salva il numero di scatti effettuati negli EXIF. Cosi, per Canon, le cose sono un pochino differenti. Il miglior programma, sempre freeware, da utilizzare per Canon è EOS Info (by AstroJargon).

Nikon and Pentax Cameras

Nikon e Pentax salvano il numero di scatti negli EXIF data. Per questo potete usare sia My Shutter Count – basta fare l’upload di una immagine JPG o RAW ed aspettare il risultato – oppure scaricare Opanda IExif.

Olympus Cameras

Anche Olympus, come Canon, non salva il numero di scatti negli EXIF, ma c’è un trucco per verificarli direttamente dalla macchinetta. Fate cosi, bisogna aprire il comparto della scheda e poi premere contemporaneamente i tasti DISPLAY+OK oppure MENU+OK  (dipende dalla macchina). Vi verrà mostrata una schermata che riepiloga le versioni del vostro sistema. Dovrete poi premere, in sequenza, “su”, “giù”, “sinistra”, “destra”, il tasto di scatto ed ancora il tasto “su”. Il numero di scatti è presente a pagina 2 nella riga che inizia con la lettera R. In queste pagine nascoste potrete trovare anche altre informazioni interessanti che potete decodificare grazie all’impegno di Biofos.

Sony Cameras

Purtroppo per le sony c’è poco da fare, provate a scaricare Opanda IExif, My Shutter Count oppure EOS Info ma noj c’è nessuan garanzia che funzionino.

Anzi se sapete come fare o lo scoprite, fatecelo sapere.

leberamente ispirato a DPS

Adebis Photo Sorter: sistema le foto in sottocartelle leggendo gli EXIF

Se non si è naturalmente una persona organizzata, molte volte andare a cercare delle foto sull’hard disk diventa un problema.

Potrebbe essere utile organizzare le stesse in cartelle con ANNO/MESE ad esempio. La soluzione più semplice è quella di farlo a mano (che non si sbaglia mai) oppure affidarci a dei programmi appositi.

Adebis Photo Sorter è un programma gratuito per Windows che utilizza i dati EXIF per rinominare in modo automatico e / o organizzare i tuoi file immagine in sotto directory, lasciando comunque intento il file originale. Supporta quasi tutti i formati di immagine, JPEG, TIFF, DNG (Adobe), NEF, NRW (Nikon), CR2 (Canon), ARW (Sony), PEF (Pentax), ORF (Olympus); RW2, RAW (Panasonic).

Pensate che potete scegliere di rinominare i files con dei valori letti dai dati EXIF.

Workflow del fotografo di matrimonio (e non)

Ho avuto da Matteo Cuzzola (http://www.matteocuzzola.com/), fotografo matrimonialista e non solo, il permesso di riportare qui un suo post, essattamente questo.

Workflow fotografico del fotografo di matrimonio (e non)

Implementare un workflow fotografico consistente, per un fotografo professionista è una parte importante del lavoro.
Infatti solo organizzando in maniera strutturata tutte le fasi del lavoro si può lavorare in maniera efficiente e sicura.
I parametri di lavoro fondamentali per un fotografo di matrimonio, ma non solo di matrimonio, siano le seguenti:
– efficienza (ottimizzazione di tempo e risorse)
– qualità (risultato finale)
– efficacia (raggiungimento degli obiettivi)
– sicurezza dei dati (backup!)
– downtime minimi (tempi di fermo lavoro)
Una volta compreso come implementare un sistema di backup consistente ed un workflow efficiente si può garantire un prodotto di
grande qualità con alti margini di garanzia.
Il workflow fotografico che rispetta le prerogative di un professionista della fotografia, deve coprire tutte le fasi del lavoro:
– Import dei file
– Catalogazione e rating
– Sviluppo delle immagini
– Export dei file finali
– Pubblicazione/presentazione web
– Stampa
– Backup! Backup! Backup!
La soluzione che ho scelto per il mio workflow ruota tutta intorno al software Abobe Photoshop Lightroom che mi permette di seguire quasi in toto
le fasi di lavoro. Usare un software unico per tutte le fasi del mio lavoro è la chiave che mi da consistenza e razionalità al flusso di lavoro.
Meno tempo devo dedicare alla fasi noiose e routinarie, più tempo posso dedicare alla parte creativa ed alla cura delle immagini che produco per i miei clienti.
A questo punto vediamo nel dettaglio qual’ è il workflow che ho elaborato per gestire un servizio fotografico.
Le risorse a mia disposizione sono le seguenti:
Computer:
[MacBook PRO 17″] – macchina per l’elaborazione delle immagini
HardDisk esterni:
RAID Western Digital (2 hdd fisici da 1TB in mirror)- contiente tutti i file originali ed elaborati
HDD Esterno con backup completo dell’ hardisk del MacBook (TIME MACHINE)
A questo punto come approcciare un servizio di matrimonio ?
Presupposti:
– durante la lavorazione di un servizio tengo una copia dei file RAW sul MacBook e una copia nel RAID, questa scelta mi da l’ elasticità di poter elaborare le immagini in qualunque posto io sia, senza essere legato al RAID.
– non uso un catalogo unico per tutte le mie immagini, sia per ragioni di prestazioni (catalogo grande=catalogo più lento) che per ragioni di sicurezza (avere tutte le informazioni e modifiche in un unico file mi fa venire la pelle d’oca solo a pensarci) ma ho scelto di creare un catalogo per ogni servizio fotografico quindi ho creato un catalogo LR di default (vuoto) con tutte le impostazioni che preferisco, dall’ interfaccia alle impostazioni per l’ export in modo da avere sempre pronto un Catalogo LR preimpostato da cui partire con un nuovo servizio.
A dire il vero la vera esigenza di un catalogo di default sta solo nella configurazione di alcuni plug-in.
Al lavoro:
In una directory WIP (dove metto tutti i “Work in Progress” solo per il tempo di lavorazione) del MacBook copio il catalogo di default e lo rinomino con le indicazioni del servizio es.: Cat_Wedd-X1.cat
Importo con LightRoom nel catalogo i file dalla memory card copiando i file originali in un subfolder di WIP che chiamerò Wedd-X1, e contemporaneamente (lightroom lo permette facilmente) creando una copia dei RAW nel RAID.
A questo punto i miei file originali si trovano in 3 hdd fisici differenti:
– 1 HDD del MacBook
– 2 HDD del RAID
il livello di sicurezza mi sembra già abbastanza buono.
Ma per non saper ne leggere ne scrivere, lancio un backup, incrementale con il software TIME MACHINE (compreso con OS X) in modo da avere le copie del WIP (RAW e Catalog) immediatamente accessibili con un restore.
La particolarità di TIME MACHINE sta nel fatto che memorizza varie versioni dei file, quindi nel caso remoto che il file del catalogo di corrompa, sono sicuro di ridurre al minimo la perdita di lavoro, in quanto potrò accedere a tutte le diverse versioni precedenti del catalogo stesso, questo mi potrà far perdere al massimo l’ ultima ora di elaborazione.
Non male no ?
Riepilogando la situazione delle copie dei file è la seguente:
– MAC\WIP\Wedd-X1: RAW + Catalogo LR
– RAID\Weddings\2010\Wedd-X1: RAW + Catalogo LR
– TIMEMACHINE backup con verioning dei file di MAC HDD
Ora sono tranquillo e posso cominciare a scegliere le foto.
Di solito, in questa prima fase seleziono solo le foto da elaborare e cancello quelle sbagliate, in modo da preparare il successivo lavoro di elaborazione in maniera pulita, lo faccio con LR, naturalmente quindi dopo o durante questa fase devo ricordarmi di innescare TIMEMACHINE per il backup del catalogo.
Poi, una volta elaborate tutte le immagini arriva il momento dell’ export con LR dei file ad alta definizione pronti per la stampa, questa fase non presenta particolari criticità, esporto i file direttamente nel RAID senza consevare copie in quanto avendo il catalogo e gli originali in più copie di backup sono facilmente recuperabili.
Creati il file ad alta risoluzione, preparo la web gallery per il miei clienti, sempre con LR uso il plugin SlideShow PRO che mi permette di pubblicare direttamente su una pagina del mio sito uno slideshow di grande qualità, con la musica di sottofondo e personalizzabile con molti effetti.
Date un’ occhiata al sito http://slideshowpro.net è eccezionale.
A questo punto il lavoro è quasi finito.
Il folder WIP sul MACBook è solo temporaneo e a fine lavoro verrà svuotato, quindi va spostato il catalogo (contenente tutte le modifiche ai file) nel folder corrispondente sul RAID (RAID\Weddings\2010\Wedd-X1).
Lightroom a questo punto non troverà più le immagini, ma basta fare un RELOCATE deo file e dirgli che sono nel path del RAID.
Magicamente tutte le modifiche saranno portare sui file RAW presenti nel disco esterno.
Manca solo il backup finale su DVD come segue:
DVD Backup:
– NEF
– Jpeg ad alta risoluzione
– Jpeg a bassa risoluzione
– Cat_Wedd-X1.cat
Ancora non è finita…
Ogni fotografo di matrimonio che si rispetti ha un ALL THE BEST da mostrare ai suoi clienti, ma come fare se le immagini di ogni matrimonio sono catalogate su diversi cataloghi ?
Ho creato un catalogo dove importo, alla fine di ogni lavoro solo le foto che hanno un rating superiore o uguale a 4 stelle.
Questo catalogo lo tengo nel MacBook in modo da averlo sempre con me, naturalmente in questo caso non copio i file in locale ma lascio che LR li tenga referenziati sul RAID. Per visionarli non è necessario essere connessi al disco esterno, quindi è utilizzabile per le presentazioni quando vado da un cliente.
Ecco, credo che siamo arrivati alla fine, il workflow, una volta metabilizzato è abbastanza semplice, l’importante è posizionare i dati sensibili in più copie su diversi dispositivi fisici (HDD) e in ultimo anche ottici.
La legge di Murphy è sempre in agguato, specialmente per i fotografi di matrimonio!

5 suggerimenti vitali per la fotografia in bianco e nero

Vediamo se riesco a tradurre anche stavolta l’interessante post di Juan Shaban (lo potete seguire sul suo blog dudye.com) su Hongkiat. Come al solito ho usato l’articolo tradotto come spunto per inserire qua e la note, riferimenti dettati da esperienze personali.

Come sempre vi consiglio di leggere anche la versione originale e segnalarmi gli eventuali Orrori di traduzione.

Iniziamo.

Le fotografie monocromatiche sono senza tempo, sopratutto quelle in bianco e  nero. Amplificano le emozioni e danno all’immagine un tocco più artistico.

Puoi scattare in bianco e nero in qualsiasi condizione senza preoccuparti degli accostamenti fra i vari colori. E per quelli che amano i colori, il bianco e nero non ha necessariamente è noioso, ci sono tante sfumature diverse tra cui scegliere.

La scala dei grigi è uno spettro che va dal bianco al nero transitando per molte sfumature e profondità di grigio. Così, quando parliamo di scala di grigi parliamo di come misurare i toni di grigio.

Ecco cinque consigli di cui potreste aver bisogno quando scatterete in bianco e nero.

1. Utilizzate il RAW

Se avete la possibilità di utilizzare il RAW, fatelo! Avrete moltissime più possibilità oltre ad un maggiore controllo di dell’immagine.

L’aspetto negativo dei file RAW è che hanno per forza di cose essere elaborati per poter essere utilizzati. Se utilizzate i RAW sarà il computer, piuttosto che la fotocamera che darà vita all’immagine (ndr. il RAW è in tutto per tutto da considerare come fosse il vecchio rullino). È possibile ad esempio utilizzare Adobe Photoshop per elaborare le immagini.

Se non si dispone di tali mezzi, non preoccupatevi, continuate a leggere e vedrete che esistono molti molti altri modi per ottenere grandi fotografie in bianco e nero.

ndr. Qui apro io una parentesi, vi sono moltissimi programmi che potete utilizzare alcuni anche gratuiti come ad esempio GIMP (paragonabile a Photoshop) che con il modulo UFRAW permette di lavorare con questo formato altrimenti inutilizzabile nativamente. Fra le altre cose esiste anche una fork di Gimp che è del tutto simile se non uguale a photoshop (parliamo della disposizione dei comandi). Si chiama GimpShop ed ha la presunzione di semplificare l’utilizzo di questo potentissimo strumento rendendolo più semplice anche per chi arriva da altri strumenti.

Io personalmente utilizzo Adobe Lightroom che offre, come il Nikon Capture NX d’altra parte, una workflow molto semplice e potente e per chi, come me, deve “solo” sviluppare i propri negativi (digitali) è l’ideale. Fra le altre cose la differenza di costo fra Photoshop e Lightroom è davvero notevole!

Esistono poi dei “visualizzatori di immagine” che, oltre a fare benissimo il loro lavoro, sono anche in grado di gestire le immagini in formato RAW ma che non offrono certo le possibilità di intervento dei programmi su citati. Parlo degli ottimi XnView e FastStone Image Viewer (il primo dei due offre anche la possibilità di usare i plugin di Photoshop).

Un’ultima cosa e poi chiudo la parentesi, se vi interessa sapere quali software open source potete usare in alternativa ad esempio a Photoshop non vi resta che andare su Open Source Alternative.

2. Pattern e Texture

texture_example_bn

Una Texture ricca e scenari ben dettagliati aiuteranno la vostra fotografia ad essere maggiormente comprensibile ed emozionante.

I soggetti nelle fotografie in bianco e nero, cosa non vera per quella a colori, vengono messi in maggior risalto. Quindi, se volete riprendere una battuta di caccia in cui desideriate sottolineare i soggetti, fareste bene a scegliere il bianco e nero al posto del colore.

3. Contrasto

Con l’aiuto della luce è possibile ottenere un grande contrasto. Contrasto che farà emergere le differenze tonali nella vostra fotografia in maniera impossibile rispetto al colore. Con illuminazione laterale, per esempio, si otterranno le ombre più lunghe.

Il contrasto è importante, perché quando c’è un forte contrasto, con neri molto marcati ed alte luci, sarete in grado di mostrare cose che altrimenti non si sarebbero mai viste.

4. ISO

Nella fotografia digitale (ndr. digitale l’ho inserisco io per ovvi motivi), il numero ISO indica la sensibilità del sensore della nostra fotocamera. Maggiore è il numero ISO è più alta è la possibilità di scattare foto in condizioni di scarsa luminosità, senza l’utilizzo del flash.

Per la fotografia in bianco e nero, utilizzate il numero ISO più basso possibile. Quando si utilizzano alte sensibilità ISO il rumore diventa più evidente. Il rumore in fotografia digitale è equiparabile alla grana delle vecchie pellicole. Più alto è il numero ISO che usi, e più puntini (detti anche rumore digitale) avrai nella foto. Pertanto giorni nuvolosi sono l’ideale per fotografie in bianco e nero.

ndr. io personalmente non mi trovo daccordo sull’utilizare a tutti i costi gli ISO bassi. A molti, me incluso, piace l’effetto grana. molti addirittura utilizzano di proposito numeri ISO quali 800 o 1600 per ottenere il tanto amto/odiato effetto grana. Esistono addiruttura software specializzati nella conversione delle immagini digitali in bianco e nero che offrono la possibilità di simulare la presenza di grana, sto parlando, ma solo perché conosco lui, di B/W Styler. Come sempre quando si tratta di arti…a voi la scelta di cosa sia migliore.

5. Soggetti

La fotografia in bianco e nero può andare bene in molte situazioni e circostanze.

  • La fotografia monocromatica è ottima per per esaltare l’esperienze e la storia ritratti nella foto, tende a far emergere e quindi ci dà la possibilità di esplorare meglio un oggetto o una persona senza la distrazione degli altri elementi grafici (soprattutto grazie ad un buon contrasto). Ed è anche, di conseguenza,  ottima per le fotografie astratte. (ndr. vedi la prima foto che ho messo nel paragrafo contrasto)
  • Quando si scattano foto di grandi spazi, come paesaggi, assicuratevi di non utilizzare lo stesso tono per tutti gli elementi della fotografia altrimenti la stessa risulterà piatta e noiosa. La maggior parte delle immagini in bianco e nero si suppone abbiano un forte contrasto e che abbiano di conseguenza un notevole impatto sullo spettatore. Un modo per farlo è quello di cercare un movimento, come un’onda del mare o un cielo in movimento. Qualcosa che nella vita reale non sembra poi cosi “drammatica”  ma che può diventare molto più intensa quando è catturato dalla macchina fotografica.
  • Un unico soggetto è la scelta più gettonata per la fotografia in bianco e nero. Questo vale soprattutto per i ritratti, dove l’uso della scala di grigi può davvero esaltare le espressioni della persona.

Autore – Juan Shaban, gestisce il blog dudye.com. Potete seguire Juan su Twitter.